Crescere con “la mano del diavolo”: la regista di La mia famiglia a Taipei racconta quanto c’è di sé stessa nella piccola protagonista del film
Un racconto autobiografico ambientato a Taipei e sostenuto da Sean Baker: intervista a Shih-Ching Tsou, regista de La mia famiglia a Taipei.
Ambientato a Taipei e raccontato attraverso lo sguardo di una bambina di cinque anni, La mia famiglia a Taipei parte da un gesto minimo per raccontare una frattura profonda. La protagonista Yi-An cresce all’interno di una famiglia e di una comunità che le chiedono costantemente di adattarsi, correggersi, uniformarsi alle regole sociali imposte alle donne di ogni età sin da bambine. A partire dal suo essere mancina, tratto considerato sbagliato e da raddrizzare, il film costruisce un racconto intimo sulle forme silenziose della ribellione e sul peso di tradizioni mai davvero messe in discussione.
Il film è apertamente autobiografico: la regista Shih-Ching Tsou rielabora la propria infanzia e la trasforma in un ritratto generazionale tutto al femminile, attraversato da tre figure di donne diverse (una bambina, una ragazza e una madre) incapaci di fare fronte comune ma legate dallo stesso sistema di regole interiorizzate. In La mia famiglia a Taipei la ribellione non passa dallo scontro, ma dalla verità: dire le cose come stanno, rifiutare le scuse, continuare a essere se stessi anche quando è scomodo.
Presentato come candidato ufficiale di Taiwan e inserito nella shortlist annunciata dall’Academy, il film potrebbe entrare nella cinquina finale dei titoli che si contenderanno la statuetta come miglior film internazionale, dato che è parlato in lingua mandarina. Il film nasce inoltre all’interno del sodalizio artistico e umano tra la stessa Shih-Ching Tsou e Sean Baker, che collaborano da anni. Tsou ha lavorato con il regista premio Oscar per Anora come produttrice e aiuto regista, mentre in questo progetto Baker è stato coinvolto direttamente nello sviluppo creativo, co-scrivendo la sceneggiatura e curando il montaggio. Un contributo che rafforza l’identità indipendente del film e il suo legame con un cinema attento ai margini, ai luoghi reali e ai gesti quotidiani.
In questa intervista, Tsou racconta come La mia famiglia a Taipei sia diventato non solo un film sull’infanzia, ma una presa di posizione personale e artistica: contro l’adattamento forzato, contro le regole arbitrarie, a favore di una ribellione che comincia semplicemente dalla mano sinistra.
Intervista a Shih-Ching Tsou, regista di La mia famiglia a Taipei
Il film nasce da un’esperienza molto personale: da piccola eri mancina e sei stata corretta, come è accaduto all’attrice che interpreta la protagonista. Dopo aver visto il film la sua famiglia ha deciso di lasciarle usare la mano sinistra. Che cosa significa oggi, per te, raccontare una storia di “correzione” e ribellione che ha questo impatto?
È una delle ragioni principali per cui volevo fare questo film. Volevo che le cose cambiassero. Spero che chi lo guarda possa poi riflettere sulla propria vita e riconoscere quante regole seguiamo solo perché vengono chiamate tradizioni, mentre sono assolutamente obsolete e deletarie.
Ci sono molte cose che oggi sono chiaramente superate e che andrebbero semplicemente abbandonate. Bisogna creare nuove tradizioni, che siano giuste ed eque per tutti. Grazie al film almeno una cosa è cambiata, come ricordavi: la famiglia di Nina ha cambiato idea e ora lei può finalmente essere sé stessa. Era fondamentale per me mostrare questa possibilità.
La ribellione della protagonista adolescente del film passa invece spesso dal dire la verità in una cultura che richiede alle donne di mantenere il silenzio sui loro problemi.
Sì, assolutamente. Yi-An è il personaggio che mette sempre la verità sul tavolo. Fin dall’inizio dice le cose come stanno alla sua compagna di scuola, non inventa scuse.
Arriva persino a insegnare alla sorellina a dire la verità quando ruba in un negozio. In quel contesto culturale, dire la verità viene percepito come un atto di ribellione. Ma per lei è semplicemente il modo più naturale di essere sé stessa, è cresciuta anche nel senso che le stanno strette le imposizioni della società. Per questo litiga con la madre, risponde acremente, si ribella.
Nel film emerge anche una frattura tra generazioni di donne, più attente all’apparenza che alla solidarietà. Era una riflessione consapevole?
Sì. È basata sulla mia esperienza personale e sulle storie che ho sentito raccontare da molte donne della mia generazione che vivono a Taiwan. Questo film rielabora la nostra memoria collettiva.
La società cambia, progredisce, ma alcune dinamiche restano immutate perché diventano parte della cultura. Le persone non le mettono più in discussione, le seguono e basta: è questo che volevo mostrare con questa storia.
Le tre figure femminili sembrano rappresentare un vero e proprio ciclo di vita.
Sì. La bambina è innocente e ingenua. Non capisce perché le venga detto di non usare la mano sinistra, di non essere sé stessa, di seguire le regole della società.
Crescendo, la figlia adolescente si ribella: non vuole più quelle regole, vuole diventare la persona che desidera essere. La madre invece è cresciuta completamente dentro quel sistema e cerca, con grande fatica, di restarci almeno fino a quando intuisce cosa stia costando alle figlie.
Anche lo sguardo su Taipei sembra filtrato da questa tensione tra conformismo e libertà. Perché raccontare la città dal punto di vista di una bambina?
Perché i bambini vedono cose che noi non vediamo più. Hanno sensi molto più acuti: vedono colori più intensi, sentono più suoni.
I mercati notturni, per loro, sono molto più vivi di quanto lo siano per noi adulti. Inoltre hanno ancora poche esperienze di vita, quindi tutto appare nuovo e fresco. Era importante che la città fosse vista attraverso quello sguardo.
Nel film c’è anche una scelta molto particolare legata agli animali: Gugu non è una scimmia, ma un suricato. Com’è nata questa decisione?
In origine Gugu era una scimmia, perché da bambina ne avevo avuta una come animale domestico e volevo conservarne il ricordo nel film. Durante la pre-produzione, però, ci siamo resi conto che sarebbe stato quasi impossibile girare con una scimmia: a Taiwan esistono regole molto rigide sull’uso di questi animali nel cinema e in televisione.
Abbiamo quindi dovuto trovare un’alternativa e ci è stato consigliato un suricato. È un animale molto intelligente e facile da addestrare: basta mettere il suo snack preferito, gli scarafaggi, dentro una pallina e, quando la lanci, lui la insegue. È così che abbiamo imparato a farlo correre con la pallina. In un certo senso è stato persino più semplice che lavorare con i gatti, che notoriamente sono difficili da addestrare per i film. Alla fine il suricato ha dato al film un effetto molto divertente, quasi inaspettato.
Il progetto nasce anche dal tuo sodalizio con Sean Baker. Che ruolo ha avuto in La mia famiglia a Taipei?
Sean ed io lavoriamo insieme da molti anni. Ho collaborato con lui come produttrice e aiuto regista, e tra noi c’è un rapporto umano e artistico molto forte. Questo film è nato all’interno di quella collaborazione.
In questo caso Sean è stato coinvolto direttamente nel processo creativo: ha co-scritto la sceneggiatura e si è occupato del montaggio. Il suo sguardo è stato molto importante, anche perché non è taiwanese e ha portato una prospettiva esterna sulla città e sui personaggi. Dopo Anora, continuare a lavorare insieme è stato naturale: condividiamo lo stesso modo di fare cinema, molto legato ai luoghi reali, alle persone e ai piccoli gesti quotidiani.
In questo film hai lavorato soprattutto con attori professionisti, mentre in passato ti è capitato spesso di dirigere anche non professionisti. Che differenze hai notato?
In realtà non è stato così diverso. Gli attori professionisti ovviamente conoscono molto bene le regole e il processo di lavoro, ma il nostro set è molto diverso da quello tradizionale, quindi anche loro hanno dovuto adattarsi.
La differenza principale è l’esperienza. Alcuni attori hanno una grande capacità di improvvisazione, come Chen Xiao-Cai, che interpreta Johnny. È un presentatore televisivo ed è anche un comico, e nella vita privata è davvero molto simile al suo personaggio. Sono molto grata a tutti gli attori: non solo per il lavoro sul set, ma anche perché continuano a sostenere il film durante la promozione.