La La Land, dieci anni dopo: il musical che ci ha insegnato il costo delle scelte

Il musical di Damien Chazelle ha trasformato una storia romantica in una riflessione sul prezzo delle scelte. Non abbiamo superato La La Land... e forse è giusto così.

di Biagio Petronaci
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A dieci anni dalla sua uscita, La La Land continua a occupare uno spazio particolare nell’immaginario collettivo. È un’opera che, col tempo, ha cambiato natura. Quello che nel 2016 sembrava un musical romantico contemporaneo oggi appare sempre più come una riflessione sul costo delle scelte, sulla difficoltà di conciliare ambizione e stabilità emotiva, sul peso delle rinunce necessarie per diventare la persona che si desidera essere e, a volte, persino sul bisogno di fermarsi.

Rivederlo oggi produce una sensazione diversa rispetto a dieci anni fa. L’entusiasmo iniziale lascia spazio a qualcosa di più complesso e meno consolatorio. Il film di Damien Chazelle non promette una ricomposizione finale e non cerca mai di addolcire davvero il conflitto centrale della storia. Al contrario, costruisce progressivamente una tensione tra amore e realizzazione personale che il cinema romantico tradizionale tende spesso a evitare o a risolvere. La sua forza è stata proprio questa: raccontare una generazione cresciuta con l’idea che talento e sentimenti potessero trovare un equilibrio naturale, salvo poi confrontarsi con una realtà molto più frammentata.

La La Land è un film generazionale che racconta il fallimento senza retorica

Quando uscì nelle sale, La La Land intercettò un momento storico preciso. Molti spettatori si riconobbero immediatamente nella precarietà emotiva e professionale dei protagonisti. Mia e Sebastian non erano figure irraggiungibili né personaggi da favola. Vivevano in quella zona intermedia fatta di lavori temporanei, audizioni fallite, compromessi creativi e paura di non riuscire mai a trasformare il proprio talento in qualcosa di concreto.

Il film riusciva a parlare di ambizione senza trasformarla in retorica motivazionale, mostrando invece quanto il desiderio di realizzarsi possa diventare un processo logorante e profondamente solitario. La sua forza stava proprio nella capacità di intercettare un disagio generazionale senza ridurlo a slogan o manifesto identitario.

Damien Chazelle e il musical trasformato in malinconia contemporanea

Anche per questo, il musical di Damien Chazelle si distingue dalla tradizione hollywoodiana a cui rende omaggio. Formalmente, il film richiama il cinema classico attraverso colori saturi, scenografie artificiali, movimenti di macchina fluidi e lunghi piani sequenza che evocano i grandi musical del passato. La fotografia di Linus Sandgren trasforma Los Angeles in uno spazio sospeso, quasi irreale, dove la città sembra esistere come proiezione emotiva.

Dietro questa estetica nostalgica si nasconde però un racconto molto più amaro di quanto appaia in superficie. Chazelle utilizza il linguaggio del musical classico per creare un contrasto costante tra fantasia e realtà, tra ciò che i personaggi immaginano e ciò che riescono davvero a ottenere.

Amore e ambizione in La La Land: la vera frattura al centro del film

Il cuore di La La Land non è la storia d’amore in sé, ma il modo in cui viene privata della sua funzione salvifica. Mia e Sebastian non vengono separati da un tradimento o da un conflitto insanabile: la loro relazione si consuma lentamente perché le traiettorie individuali dei due personaggi iniziano a muoversi in direzioni incompatibili.

Più si avvicinano alla versione di sé che desideravano diventare, più il rapporto perde spazio per sopravvivere. È qui che il film formula la sua idea più destabilizzante: amare qualcuno può non bastare. Non come provocazione cinica, ma come constatazione profondamente umana.

Il film non suggerisce che i protagonisti abbiano fatto la scelta sbagliata, né costruisce una gerarchia morale tra carriera e sentimenti. Mostra piuttosto come ogni decisione importante comporti inevitabilmente una rinuncia. Il vero antagonista del racconto non è il fallimento, ma la necessità di scegliere.

Il finale di La La Land e il peso del “what if” (spoiler)

In questo senso, il film dialoga apertamente con altri lavori di Damien Chazelle, da Whiplash a Babylon. Anche qui il successo artistico viene rappresentato come qualcosa che richiede sacrifici emotivi e isolamento.

Il momento che sintetizza meglio questa visione resta naturalmente il finale. La lunga sequenza costruita attorno al “what if” continua a essere una delle chiusure più discusse del cinema recente proprio perché rifiuta un’emozione semplice e definitiva.

Chazelle utilizza scenografie irreali, transizioni teatrali, colori saturi e una messa in scena volutamente artificiale per costruire una fantasia emotiva. Quella sequenza non mostra ciò che sarebbe dovuto accadere, ma ciò che i personaggi, e forse anche gli spettatori, continueranno inevitabilmente a immaginare.

Il risultato è una catarsi incompleta, capace di lasciare insieme soddisfazione e dolore. Il film non suggerisce che esista una versione migliore della storia, ma soltanto versioni diverse, ciascuna accompagnata da un costo preciso.

Il jazz come simbolo di un passato impossibile da trattenere

Nel film, il jazz diventa il simbolo di un’idea romantica del passato, di qualcosa che rischia continuamente di scomparire in un mondo dominato dalla velocità. Sebastian lo difende con un atteggiamento quasi nostalgico, considerandolo un linguaggio puro da preservare più che da trasformare. Non è un caso che il personaggio viva costantemente in bilico tra autenticità artistica e compromesso professionale: il jazz rappresenta esattamente quella tensione.

Damien Chazelle utilizza questa ossessione anche per raccontare il rischio di idealizzare ciò che non può più esistere nella sua forma originaria. Sebastian sogna di salvare il jazz, ma il film suggerisce che nessuna arte possa sopravvivere restando immobile. Persino la relazione con Mia finisce per riflettere questa dinamica: qualcosa di autentico e prezioso che, nel tentativo di conservarsi intatto, non riesce ad adattarsi al cambiamento.

In questo senso, il jazz diventa il linguaggio attraverso cui La La Land parla della paura di perdere sé stessi mentre si cerca di diventare ciò che si desidera essere. Per ripercorrere il film attraverso la musica, ecco la colonna sonora ufficiale.

La La Land è film divisivo che ha resistito al tempo

Nel tempo non sono mancate le critiche. Alcuni hanno accusato La La Land di idealizzare un mondo privilegiato e di raccontare le difficoltà creative attraverso personaggi comunque lontani dalle forme più dure della precarietà contemporanea. Altri hanno contestato il suo rapporto con il jazz o la patina estetica fortemente costruita del film.

Eppure, proprio questa divisione ha contribuito a rafforzarne l’eredità culturale. Un’opera che continua a generare interpretazioni divergenti spesso resiste nel tempo, perché evita di trasformarsi in un’esperienza unanimemente condivisa e quindi rapidamente consumabile.

Perché La La Land continua a colpirci ancora oggi

Oggi, forse ancora più che nel 2016, La La Land appare meno romantico e più realistico. In un presente segnato dalla precarietà lavorativa e dalla difficoltà di costruire relazioni stabili mentre si inseguono obiettivi personali sempre più competitivi, il film sembra aver perso parte della sua aura da favola nostalgica per assumere quella di un racconto dolorosamente contemporaneo.

Ed è probabilmente questo il motivo per cui non siamo ancora riusciti a lasciarcelo alle spalle. Non perché racconti un amore ideale, ma perché racconta qualcosa di molto più difficile da accettare: l’idea che non tutte le cose che desideriamo possano convivere nello stesso momento della nostra vita.