L'Iran spiegato dal cinema: 5 film fondamentali per capire cosa sta succedendo davvero
In queste ore drammatiche, vi portiamo allo scoperto di cinque titoli che mostravano le storture di una società iraniana prossima a implodere.

Parlare di cinema iraniano oggi, con le notizie che delineano un futuro fosco e un Medio Oriente sempre più in fiamme, non è certo semplice, e può risultare amaro e doloroso, giacché già sul grande schermo erano già insiti da molti anni i germi di ciò che avrebbe potuto essere. Forse nessuno poteva aspettarsi una nuova, potenziale, terza guerra del Golfo, ma che il dado fosse ormai tratto e che il regime degli ayatollah fosse prossimo a una fine più o meno prematura appariva scontato, come ci hanno insegnato i numerosi film di denuncia usciti nell'ultimo decennio - e non solo - che hanno sì garantito ai loro registi prestigiosi premi ma anche pesanti condanne in quella patria che ha fatto di tutto per silenziarli.
D'altronde esiste un paradosso nella censura: più uno Stato cerca di soffocare le voci dissidenti, più quelle voci trovano canali imprevisti per farsi sentire. L'Iran contemporaneo, che aveva trasformato il controllo dell'espressione artistica in una sorta di politica di Stato, con le pellicole che dovevano passare tramite rigidi controlli per essere girate e poi distribuite, non è stato risparmiato nelle sue storture dall'occhio implacabile della macchina da presa. Macchina da presa che ci ha mostrato una società dove le donne non possono cantare, ballare o mostrarsi senza hijab nemmeno sugli schermi e dove chi osa protestare viene messo alla gogna, se non peggio. Eppure proprio da questo contesto di oppressione sistematica è emersa uno delle scene più vitali e coraggiose, della quale vi proponiamo un breve approfondimento in cinque titoli che delineavano lo specchio di una teocrazia prossima alla sua inevitabile caduta.
Il seme del fico sacro (2024, Mohammad Rasoulof)
Il film racconta la storia di Iman, promosso a giudice investigativo presso la Corte Rivoluzionaria Islamica proprio mentre nel Paese esplodono le proteste dopo la tragica morte di Mahsa Amini, la studentessa uccisa di botte mentre si trovava sotto la custodia della polizia, diventata simbolo delle proteste. La trama si svolge quasi interamente nell'appartamento della famiglia - Iman, la moglie Najmeh, e le due figlie Rezvan e Sana - trasformando lo spazio domestico in microcosmo della società iraniana in decomposizione. La trama è straordinariamente privata, focalizzandosi sulle dinamiche tra i membri della famiglia di Iman, per buona parte nei confini della loro casa. Le proteste che si intensificano nelle strade vengono rappresentate attraverso suoni e filmati registrati con telefoni cellulari dalle manifestazioni del 2022-23.

Rasoulof costruisce un thriller psicologico dove la paranoia crescente contamina le relazioni più intime: quando Iman perde la pistola di servizio sospetta immediatamente delle figlie, trasformandosi progressivamente da padre premuroso a inquisitore spietato. La forza del film risiede proprio in questa capacità di mostrare come la violenza di Stato penetri nell'intimità, corrompendo i legami familiari e trasformando chiunque in un potenziale aguzzino. Qua la realtà irrompe nella finzione, contaminandola con l'urgenza del presente. Le scene dove le figlie guardano di nascosto i video delle proteste sugli smartphne, confrontandosi con la violenza brutale dello Stato contro manifestanti pacifici, sono tra le più potenti del cinema contemporaneo, proprio perché non necessitano di ulteriori artifici drammatici a ciò che è avvenuto per davvero.
Kafka a Teheran (2023, Ali Asgari e Alireza Khatami)
Un uomo vuole battezzare il figlio con un nome occidentale, scontrandosi con la resistenza dell’ufficio anagrafe; una studentessa viene convocata dalla preside per comportamento inappropriato; un uomo, durante il test della patente, è costretto a spogliarsi per mostrare i suoi tatuaggi. Sono solo alcune delle otto storie che compongono questo film antologico ambientato a Teheran, ritratto di una società profondamente divisa e oppressa dalla religione, inquietante antipasto di quanto accaduto negli ultimi giorni.

Inquadrature fisse e un uso centrale del fuori campo, con l’interlocutore sempre nascosto allo sguardo del pubblico, che assiste in prima persona al processo morale imposto di volta in volta al malcapitato protagonista. Ne nasce un racconto amaro e paradossalmente ironico, in cui l’anima inquisitoria di chi non si vede ottiene risposte molto diverse: da una gioventù meno disposta a stare buona e zitta a un mondo adulto ormai consapevole di come funzionano le cose. Un film semplice che, nella sua apparente linearità, riesce a dire molto: un caleidoscopio senza filtri sospeso tra speranza di cambiamento e rassegnazione. E quel finale che si contamina di toni vagamente apocalittici sembra anticipare drammaticamente quanto accaduto in queste ultime ore, con il crollo di una vecchia società che lascia spazio a macerie dal destino ignoto.
Il mio giardino persiano (2024, Maryam Moghaddam e Behtash Sanaeeha)
La settantenne Mahin, vedova da trent'anni, è madre di due ragazzi adulti che risiedono da tempo all'estero. La sua quotidianità all'insegna della solitudine si consuma lentamente in una villetta di periferia con giardinetto annesso, scossa ogni tanto dalla visita di alcune amiche sue coetanee. Stanca di quell'inedia sempre più opprimente, decide di incontrare qualcuno che possa riaccendere in lei la voglia di innamorarsi di nuovo, ignara della svolta che la serata prenderà dopo quel rinnovato proposito.

Non è soltanto l'Iran dei giovani, ma anche degli anziani che un tempo giovani lo erano e rimpiangono le libertà loro concesse, a cominciare proprio dalla protagonista che si trova impegnata in accese discussioni con la polizia morale, che stava minacciando un'adolescente che andava contro ai rigidi, oltranzisti, precetti del regime. Un messaggio di empowerment femminile che si innesta in un racconto più intimo, già rivoluzionario a suo modo nel raccontare una storia d'amore tra settantenni. Mahin che invita un uomo a casa, che prepara una cena, che beve vino illegale, che si trucca e indossa un abito che le piace rappresenta una sovversione totale, il tutto ovviamente di nascosto dalla vicina ficcanaso che potrebbe denunciarla. I due volti di un Paese quanto mai diviso, ancora e soprattutto in queste drammatiche ore.
Un semplice incidente (2025, Jafar Panahi)
Jafar Panahi è figura iconica del cinema iraniano e mondiale: arrestato più volte, condannato, bandito dal fare film, eppure mai domo, trovando sempre metodi per ingannare chi doveva far rispettare tale divieto
Anche il suo ultimo film è stato girato segretamente in Iran, ennesima scelta coraggiosa che gli è valsa la Palma d'Oro al Festival di Cannes. La trama segue le conseguenze di un banale incidente automobilistico, ma come sempre nel suo cinema il quotidiano diventa politico: ogni interazione con le autorità rivela la corruzione sistemica, ogni tentativo di risolvere il problema burocraticamente si scontra con l'arbitrarietà del potere.

La premessa innesca una serie di eventi che spingono un nucleo di personaggi principali a fare i conti con un passato con il quale pensavano di aver chiuso i conti per sempre, un passato di violenze e torture subite dal regime. La macchina da presa si muove nelle strade di Teheran, catturando la città come palcoscenico vivente, offrendoci squarci di metropoli inesorabilmente mutata e teatro ora di una guerra che non guarda in faccia niente e nessuno.
Leila e i suoi fratelli (2022, Saeed Roustaee)
Il film segue la protagonista e i suoi quattro fratelli che lottano per stare a galla in un Iran soffocato da frodi, lotte di classe, rivalità e da un'economia traballante e incerta, che rischia di mandare molti sul lastrico. Leila ha dedicato tutta la sua vita a prendersi cura della sua famiglia ed è proprio lei a escogitare un piano per evitare la probabile bancarotta: avviare un'attività commerciale usando i risparmi di tutti. Ma quando scopre che il padre Esmail ha segretamente nascosto una fortuna in monete d'oro per offrirle alla comunità e diventare nuovo patriarca del clan - massimo onore nella tradizione persiana - la situazione prende una piega drammatica, in un crescendo di recriminazioni, tradimenti e violenza.

Le sanzioni internazionali, la corruzione ampiamente diffusa sono al centro di un racconto dove il sistema patriarcale opprime le idee e le proposte delle donne, che anche dai loro stessi familiari vengono messe spesso in secondo piano, schiacciate dal pregiudizio che le costringe a una vita da invisibili. Ogni singolo sguardo in camera dell'attrice Tarane Alidusti diventa così atto di resistenza, testimonianza di quello che le donne iraniane subiscono quotidianamente e che scopriremo ora se sarà destinato a cambiare o meno.
Bonus: In the Shadow of the Cypress (2023, Hossein Molayemi e Shirin Sohani)
Il fragile equilibrio tra un padre segnato da un profondo trauma, che lo porta ad accesi e incontrollabili attacchi di rabbia, e la figlia con cui condivide una vita fatta di silenzi, in una casa isolata sul mare. Quando la ragazza pensa di abbandonare l'irascibile genitore dopo l'ennesima sfuriata, l'inattesa comparsa di una balena, spiaggiatasi a pochi metri dalla loro dimora cambia tutto, trasformandosi in un catalizzatore emotivo che costringe entrambi a confrontarsi con il dolore rimosso, il senso di colpa e il desiderio di redenzione.

Cortometraggio premiato con l'Oscar come miglior film d'animazione, è un racconto essenziale e fortemente simbolico, dove la natura diventa specchio di ferite interiori mai rimarginate, che scopriamo nei flashback di una guerra lontana - ma dalle dinamiche fin troppo chiare e conosciute e che sottolinea, se ce ne fosse ancora bisogno, la ciclicità di certe dinamiche geopolitiche - che ha lasciato strascichi indelebili su chi è rimasto. Uno stile visivo semplice ma capace di mutare a seconda delle emozioni dei personaggi, idealmente sospesi nella pancia di questa balena che diventa metafora di un peso da sciogliere ad ogni costo, prima di essere trascinati a fondo tra gli abissi. Abissi quanto mai tragicamente attuali.


