Metal Gear Solid: Master Collection Vol. 2 - La recensione del ritorno di MGS4

Dopo 18 anni ritorna Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots nel secondo volume della Master Collection

di Claudio Magistrelli
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Il suffisso “Vol. 1”, furbescamente agganciato da Konami al già wertmulleriano titolo della Metal Gear Solid: Master Collection, lasciava intravedere uno sviluppo di fatto inesorabile ed eppure al confine del credibile: la possibilità di un secondo volume della Master Collection che includesse al suo interno Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots. Il mitologico capitolo dell’epopea Kojimiana era infatti legato a una delle più indissolubili e resistenti leggende della storia dei videogiochi: l’impossibilità di convertirlo per il suo intrinseco legame con il chip montato sulla terza incarnazione di PlayStation.

Parliamo al passato perchèciò che state leggendo è una recensione della Metal Gear Solid: Master Collection Vol. 2 che accoglie tra i propri contenuti anche il mitologico MGS 4, oltre a Metal Gear Solid: Peace Walker e Metal Gear: Ghost Babel. L’impossibile è dunque successo ed è quasi superfluo a questo punto precisare che la presenza del quarto capitolo di Metal Gear Solid sia (da lungo tempo) il principale motivo di interesse intorno a questa Collection.

MGS 4 e la conversione impossibile

In un’epoca in cui tutti ritornano, spesso grattando sul fondo del pozzo della nostalgia, Metal Gear Solid 4 è rimasto legato fino a oggi alla sua piattaforma originale nonché unica per oltre 18 anni: PlayStation 3. Arrivato nel momento di maggior difficoltà della console, anticipata dalla 360 di Microsoft che appariva ormai quasi irraggiungibile nelle vendite mentre il gioco era in lavorazione, l’opera di Kojima è diventata nel tempo un po' il simbolo sia delle potenzialità tecniche di PS3 sia della progressiva ma ineludibile riconquista di terreno sul piano delle vendite del colosso giapponese. Se sulla lunga distanza Sony è riuscita poi a pareggiare una generazione che sembrava ormai perduta, Metal Gear Solid 4 è stato tramandato negli anni un po’ come l’alfiere di questa operazione, l’esclusiva incrollabile. Al punto da diventare leggenda.

Secondo la versione riportata prima sui forum e poi sui social, il motivo di tale legame sarebbe da cercare nell'anomala architettura di Cell, il chip che conteneva la forza bruta di PS3. Concepito fin subito come eterna esclusiva, MGS4 sarebbe stato sviluppato da Kojima lavorando direttamente sul metallo di Cell, sfruttandone in modo irreplicabile le unicità. Più prosaicamente, la realtà presenta motivazioni meno nobili e più legate al vile denaro. Secondo quanto raccontato nel tempo da Ryan Payton, Xbox 360 era serenamente il grado di far girare fluidamente e senza intoppi Guns of the Patriots, come verificato da un apposito team interno, ma la potenziale conversione saltò a causa del supporto fisico di memorizzazione scelto da Microsoft: sarebbero serviti troppi DVD per riversare la mole di dati contenuta sul Blu Ray doppio strato di Sony. Perché da quel momento siamo passate quasi altre due generazioni di console prima che il master di Metal Gear Solid 4: Guns of the Patriots uscisse dagli archivi di Konam, questo resta un mistero ancora da risolvere.

MGS4 e la conversione possibile

Non è dato sapere, allo stesso modo, se il lavoro di conversione per portare per la prima volta Metal Gear Solid 4 su PC, PS5 e persino XBOX Series & Switch 2 sia stato o meno complesso, ma il risultato è abbastanza in linea con quanto visto nel precedente Volume 1 della Collection. Il gioco dunque, è sostanzialmente identico alla sua versione originale, non si tratta né di una Remastered di qualche tipo, non tanto meno di un Remake: Metal Gears Solid 4 si presenta nudo e crudo come su PS3, fatta salva la possibilità di aumentarne la risoluzione agli standard odierni. Abbiamo giocato la nostra copia su buon portatile a 1920x1080, replicando dunque l’esperienza originale, ma collegando un monitor esterno abbiamo potuto portare la risoluzione fino a 3840x2160: benché il monitor fosse wide, nessuna impostazione ci ha consentito però di estendere la visualizzazione del gioco in 21:9.

Non disponendo di un occhio bionico lasciamo ad altri considerazioni maggiormente tecniche, tuttavia non ci pare di aver scorto alcun intervento di rilievo al di là dell’upscaling della risoluzione: alcune texture oggi appaiono meglio di altre, ma è lecito supporre sia frutto del lavoro di estremizzazione del materiale originale operato aumentando la risoluzione. Tecnicamente il Metal Gear Solid 4 della Master Collection Vol. 2 è un gioco della gen PS360 e si vede, con tutti i suoi pro e i suoi contro.

Giocare Metal Gear Solid 4 nel 2026

Oggi ha senza dubbio un suo fascino quel poligono ancora percepibile, quel muoversi al confine dell’uncanny valley, in cui volti ed espressioni inseguono il realismo mentre sullo sfondo un panorama stiracchiato e sfuocato, in cui dilagano le tonalità di marrone, mostra tutti i limiti della macchina su cui è stato concepito. Non si può dire che non sia ma invecchiato, è invecchiato bene, come un film di 20 anni fa, ma di un signor regista tipo Micheal Mann. Il balzo tecnologico può farci apparire ingenue certe scelte, ma reggono ancora, e contestualizzate dimostrano anzi un certo anticipo sui tempi.

Ma è senza dubbio dal punto di vista contenutistico che giocare Metal Gear Solid 4 nel 2026 desta la maggiore curiosità, e, lo anticipiamo, anche la maggiore soddisfazione. Doti e velleità registiche di Konina si fondono in un'opera monumentale in cui il game designer giapponese esplora tutti i vicoli ciechi della propria mitologia, portando a spasso l'utente/spettatore in un’aritmia ballerina di gameplay e cut-scene fiume, a mala pena contenute dal doppio Blu Ray originale, al punto che la leggenda vuole che alcune parti siano state sacrificate su imposizione della dirigenza. Sì coglie lo sforzo di assorbire e rielaborare la nuova direzione che l’action stava assumendo al tempo, senza tuttavia mai abbandonare la parte più impegnata, politica e un po' complottista. Ma è un'etichetta ingenerosa quest’ultima, che si può in maniera un po' sarcastica appiccicare ex post, perché al netto delle tante ingenuità il tempo ha dato ragione a Kojima che 20 anni fa in un giochino per ragazzetti parlava di eserciti privati, guerra tecnologica, governo ombra delle corporazioni, crisi globali è un sacco di altri temi che oggi alimentano i titoli dei TG.

È un gioco di tensioni MG4, in cui già si avverte che la spinta verso la grandezza di Kojima che stride coi limiti imposti dalla sua stessa saga e Konami. Certo secondo qualcuno sono proprio i limiti a incanalare la grande arte, ma quello è un altro discorso. Questo invece è un recupero che Konami ha realizzato senza particolari sforzi, mantenendo tutto integro (doppiaggio originale incluso), ma restituendoci la possibilità di giocare a un titolo rimasto quasi sepolto dalla propria leggenda e intorno cui oggi, a fronte di una platea finalmente ampia, è auspicabile si possa produrre il dibattito che merita.

La Metal Gear Solid: Master Collection Vol. 2 fa ciò che promette

Una Collection, per definizione, è una raccolta di qualcosa e in questo senso Metal Gear Solid: Master Collection Vol. 2 tiene fede al suo titolo, raccogliendo il testimone dal primo volume e presentando oltre al già approfondito MGS 4 anche Metal Gear Solid: Peace Walker (nella sua già riproposta versione HD) e una serie di bonus, tra cui Metal Gear Ghost Babel, titolo del 2000 per Game Boy Color, manuali, screenplay book, master book, database e Soundtrack digitali. Poco da dire sui due giochi “di contorno” della collection, si tratta di conversioni fedeli e nel caso di Peace Walker upscalata (fino a 3840x2160 e su PC giocabile in finestra). Mentre per i materiali extra valgono un po’ per tutti le medesime considerazioni: sono tutti molto interessanti, utili per capire le infinità di collegamenti e rimandi interni ai diversi giochi, ma sono un’agonia da fruire in digitale. L’unico giustificabile è il database, concepito come una Wiki anni ‘80 del mondo di MGS (proveniente da PS3), ma tutto il resto avrebbe meritato (anzi richiesto, azzardiamo) una pubblicazione in formato fisico.

Infine una considerazione sulla sua forma, almeno su PC: la Collection si presenta come un pacchetto che include al suo interno voci singole per ogni prodotto, ma ciascun elemento per avviarsi deve passare dall’eseguibile “di cornice” della Collection, con opzioni distribuite tra un’interfaccia e l’altra, difficoltà a capire quale menù aprire per uscire da un gioco e la costante incertezza di star facendo la cosa giusta. Immaginiamo che su console questi passaggi siano più agevoli, anche se non meno complessi.