In Their Shoes: We Are Muesli racconta Milano e il presente

CHi vuol vivere un giorno da milanese?

di Claudio Magistrelli

Milano sguardo distratto, bacio di ghiaccio; capto frequenza di intolleranza e mancanza di tempo e di vento, intenso traffico denso e ripenso al motivo per cui vivo tra il grigio di questo cemento” cantavano gli Articolo 31 nell’album Domani Smetto del 2002 e benché siano passati più di vent’anni è una descrizione che ha retto molto bene allo scorrere del tempo. Da milanese (di origine provinciale, prima che scattino le indagini) che ha fatto dentro e fuori dai confini della metropoli meneghina negli ultimi 40 anni, credo che un po’ chiunque si sia trovato a porsi, tra un sobbalzo sul pavè e un aperitivo costato come un weekend fuori porta, la fatidica domanda: “Ma perchè mi ostino a vivere qui?”. Mai come oggi, però, è difficile trovare una risposta fondata a questo dubbio più che legittimo, soprattutto per la generazione dei 30-40enni, per cui il mercato del lavoro assomiglia ormai a un circo in cui le reti sono state abolite, mentre quello immobiliare è a una cena di gala a cui quasi nessuno ha invito.

Posso facilmente immaginare, mentre scrivo queste righe, il velo di derisione che sta incurvando le labbra di chi legge: da fuori Milano, il racconto di Milano appare sempre esagerato, grottesco. Per capirlo davvero, bisognerebbe passarci, cosa che in fondo non auguro a nessuno. Grazie al team (milanese, ovvio) We Are Muesli, esiste però un’alternativa meno traumatica: In Their Shoes


In Their Shoes: mettiti nei loro panni

So che è complicato provare a chiedere di sviluppare una forma di empatia per i milanesi, soprattutto dopo che il dibattito “culturale” nazionale delle ultime settimane è stato monopolizzato dal drammatico grido d’aiuto di una ricca discendente di borghesi che non può più permettersi l’attico in centro. Sotto le alte torri, tuttavia, c’è un’intera generazione, anzi due tra Gen X e Millennial, che si fa un mazzo quadro per arrivare a fine mese, a cui era stato promesso un futuro spazzato via in un lampo dal crollo di altre alte torri e le cui preoccupazioni (ben più fondate e comprensibili) non trovano la ribalta dei magazine culturali patinati. È questa la generazione che We Are Muesli prova a ritrarre - con parecchia efficacia, anticipando il giudizio finale - nel loro nuovo gioco, In Their Shoes.

We Are Muesli è uno studio anomalo, “unconventional” seguendo la definizione dal loro sito ufficiale, fuori dagli schemi. Il loro precedente lavoro è un libro interattivo che traduce tra carta e schermo le dinamiche di una escape room (che richiamano a loro a volta quelle di Paper, please). E anche In Their Shoes, per quanto abbia una forma decisamente più familiare per i videogiocatori, mostra tutte le loro peculiarità nell’approccio al videogioco. Riducendolo alle sue meccaniche, si potrebbe definire In Their Shoes come un’avventura grafica. Il gioco ci propone una serie di schede per ciascun personaggio. All’interno di ogni scheda si sbloccano vari momenti che possono essere rivissuti: si tratta di conversazioni in cui al giocatore viene chiesto in momenti specifici di scegliere l’opzione di dialogo che ritiene più adatta. In aggiunta, in ogni conversazione si dispone di uno o più Token Pensiero, uno sguardo sui pensieri intrusivi del nostro personaggio che può orientarci nella scelta delle sue reazioni. Schede ed episodi, catalogati a seconda del paio di scarpe del momento, si sblocca proseguendo nel gioco: lo scopo ultimo è incastonarli in una timeline degli eventi, rivelando come le vite e gli avvenimenti di di giovani uomini e donne sparsi per la città siano in realtà ben più intrecciati di quanto si possa immaginare osservandoli singolarmente e da lontano.

Quanto è dura l’empatia

In Their Shoes è un’espressione inglese traducibile come “nei loro panni” e sintetizza in maniera molto efficace quale sia lo spunto alla base del gioco di We Are Muesli: spingere il giocatore a mettersi nei panni di qualcun altro. In fondo, è il meccanismo alla base di ogni gioco, consentirci di vivere qualche ora nei panni di un pirata, di un astronauta o di un marine sterminatore. Questa volta però, la scala è molto più ridotta: i panni da indossare sono quelli di lavoratori precari, fuorisede che possono permettersi una stanza in periferia, persone non binarie (o non bianche, o non-ordinarie) che vivono quotidianamente sulla loro pelle la piccola o grande discriminazione quitodiana del prossimo. In effetti, più che una riduzione di scala,per qualcuno può risultare è un cambio di prospettiva: come si sta nei panni di chi si affanna sui gradini più bassi della scala sociale?

Il rischio più alto, in questi casi, è quello delle generalizzazione, dalla banalizzazione, della rappresentazione tra il pietoso e il caricaturale di chi racconta un mondo che non vive in prima persona. Non è questo il caso. La scrittura di We Are Muesli, che di per sé rappresenta il cuore pulsante del gioco, è bassa, schietta, sincera, popolare (come i quartieri, non le celebrità). Le conversazioni del gioco sono quelle che si ascoltano contro la propria volontà sui mezzi (“Sì, mamma, a Milano si chiamano “i mezzi”, sono sulla metro”), al tavolo di un bar tra amici, a casa litigando coi coinquilini. Sono problemi quotidiani, ordinari, concreti, non c’è nessuna loggia di assassini che cospira, solo una città sempre meno a misura di uomo comune, stritolata tra la speculazione immobiliare e la performatività di un lavoro che ti pretende sempre sul pezzo, brillante, di successo, anche se la vita va a rotoli, perché la facciata della Milano da comprare non tollera perdenti.

A fronte di una struttura ludica piuttosto leggerina, ma non meno ricercata di altri giochi del medesimo genere, In Their Shoes propone una scrittura verace, che affonda le radici nella quotidianità e (almeno in italiano) suona pochissimo artefatta. Per quanto le sue storie, la sua terminologia e i suoi personaggi siano profondamente milanesi, offre poi ugualmente uno squarcio su uno status generazionale: fotografa con spietata sincerità il passaggio all’età adulta. Quello concreto, fatto di bollette spietate, rapporti sociali in bilico e un carico di pesi per la salute mentale che rischiano di tirare giù tutto. E non mi viene in mente un villain più pauroso affrontato in un videogioco.