Fear the Timeloop: Recensione di un gioco in cui si vive per morire
Fear the Timeloop ci cala nei panni di un poliziotto in un ciclo continuo di morte
In Fear the Timeloop ci si risveglia nei panni dello sceriffo James Cooper, gravemente ferito e intrappolato nell’ospedale Saint Heritage, un luogo oscuro popolato da creature deformi - li volete chiamare zombie? - e circondato da figure misteriose che impediscono ogni tentativo di fuga. Il protagonista ha solo quindici minuti prima di morire dissanguato, ma ogni volta che il ciclo si conclude si risveglia mantenendo ricordi, informazioni e progressi, trasformando la morte in un tassello narrativo utile a svelare gradualmente i segreti dell’ospedale e del serial killer che sta inseguendo. L’atmosfera cupa, il senso di vulnerabilità costante e la presenza di scelte che modificano dialoghi e rivelazioni contribuiscono a una narrazione costruita sullo stress psicologico e sulla scoperta progressiva del mistero, oltre alla tediante incombenza della fine del tempo a disposizione.
Dal punto di vista grafico, Fear the Timeloop punta su un’ambientazione claustrofobica dominata da corridoi stretti, illuminazione ridotta e reparti sigillati che valorizzano una direzione artistica orientata a un horror realistico. La presentazione visiva enfatizza il buio e la sensazione di disorientamento, mentre la struttura dell’ospedale richiama un design quasi metroidvania con aree che si aprono solo dopo determinati progressi, contribuendo a un impatto estetico coerente con la strategia di esplorazione frammentata. Le creature che infestano l’ospedale risultano inquietanti e ben integrate nel tono generale dell’avventura, rafforzando la costante tensione, per quanto i richiami ai capisaldi del genere, in primis Resident Evil siano piuttosto evidenti.
Fear the Timeloop: morti tra i morti
Il gameplay costruisce tutto sulla meccanica del loop temporale di quindici minuti, che a ogni ripetizione invita il giocatore a sperimentare rotte alternative, scoprire scorciatoie, ottenere abilità aggiuntive e modificare l’approccio ai dialoghi. La progressione consente di personalizzare James tramite un sistema di abilità che favorisce mobilità, combattimento o resistenza, lasciando libertà nello stile di gioco. Le risorse sono limitate, gli scontri richiedono attenzione e il giocatore deve decidere se affrontare, evitare o aggirare i nemici, integrando le scelte all’interno di una struttura che premia pianificazione e memoria. Il sistema di dialoghi ramificati reagisce alle azioni compiute nei loop precedenti, aprendo o chiudendo percorsi narrativi e operativi. Tutto ciò rende ogni run intensa e diversa, riducendo la frustrazione tipica del genere e trasformando il ritmo serrato in un punto di forza.
Per quanto riguarda la durata, la struttura ciclica garantisce una rigiocabilità elevata e sessioni brevi ma dense, sebbene alcune criticità emergano soprattutto dal lato del combattimento, che nel prologo appare meno dinamico e preciso di quanto ci si aspetterebbe da un survival horror moderno. Alcuni giocatori potrebbero percepire una certa ripetitività nelle prime ore se non si riesce a sfruttare appieno le informazioni raccolte di loop in loop, mentre il backtracking, pur essendo strategico, potrebbe risultare pesante per chi non ama gli ambienti labirintici.
Nonostante ciò, il sistema di progressione e la scoperta continua mitigano gran parte delle rigidità, rendendo l’esperienza complessiva coinvolgente, soprattutto per chi apprezza gli horror basati sull’apprendimento graduale. Per chi si limita ad una run, sappiate che entro 3-4 ore completerete il tutto e a ciò c'è da aggiungere anche che alcuni enigmi sono un po' banali o vi costringono a fare scelte assurde per trovare la soluzione, anche oltre la logica forzatura di una sceneggiatura un po' superficiale, ma nel complesso è una discreta esperienza, soprattutto se amate il genere.