The Social - Il prezzo della verità: la recensione
Sorkin prende una materia ostica e la trasforma in un thriller giornalistico teso, dal sapore dei grandi film d'inchiesta americani
The Social - Il prezzo della verità parte da un terreno che sulla carta potrebbe facilmente trasformarsi in un lungo spiegone su algoritmi, analisi di dati, disinformazione e responsabilità delle piattaforme. Aaron Sorkin sceglie invece un'altra strada e trasforma un argomento ostico in un legal thriller dal forte respiro giornalistico, costruito attorno alle rivelazioni dell'ex dipendente di Facebook Frances Haugen e al lavoro del Wall Street Journal. Il risultato sorprende soprattutto per il modo in cui riesce a far sentire il profumo delle pagine di una sceneggiatura cult come quella di Tutti gli uomini del Presidente, sublime film di Alan J. Pakula del 1976.
A differenza del notevole The Social Network di Fincher, qui si guarda a ciò che Facebook è diventato e alle conseguenze di decisioni prese dentro una macchina tecnologica che come un frullatore per cervelli è capace di influenzare milioni di persone. Documenti, testimonianze, verifiche e interrogatori diventano gli strumenti attraverso cui Sorkin costruisce progressivamente una palpabile tensione.
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Un potere che non ha più bisogno di mostrarsi
Il passaggio decisivo è legato al cambiamento degli algoritmi e il peso attribuito all'engagement. Più una pubblicazione suscita rabbia, paura o indignazione, maggiore diventa la possibilità che venga spinta davanti agli utenti. Da qui prende forma un meccanismo capace di alimentare polarizzazione, radicalizzazione, disinformazione fino a spingere menti deboli a compiere atti scellerati: come insultare pubblicamente e senza ragione un agente di polizia o assaltare il Campidoglio.
Il racconto trova la sua dimensione più inquietante quando allarga lo sguardo a Instagram e agli effetti dei social sui più giovani. Il problema non riguarda più solo la politica: entra nelle relazioni, nell'immagine che le persone hanno di sé e nel modo in cui una generazione costruisce il proprio rapporto con la realtà. La pandemia è il primo momento in cui il problema esplode davanti a tutti, tra informazioni false e contenuti capaci di alimentare paure e convinzioni senza controllo. Poi arriva il 6 gennaio 2021. A quel punto quello che sembrava confinato allo schermo dei social ha già prodotto conseguenze concrete, fino a trasformare la disinformazione in qualcosa di impossibile da ignorare.
Ed è qui che Zuckerberg assume una dimensione particolarmente sinistra. Jeremy Strong lo interpreta con una freddezza quasi disumana attraverso movimenti, voce e sguardo che restituiscono l'immagine di un satrapo digitale. Un bieco individuo apparentemente incapace di lasciarsi attraversare dalle conseguenze delle proprie decisioni, inappagato nonostante le proprie aziende rappresentino una ricchezza da un trilione di dollari. La narrazione accende così i riflettori su un potere disposto a masticare e sputare le menti di intere generazioni pur di proteggere il proprio modello economico.

Quando il giornalismo diventa l'ultimo baluardo
Mikey Madison è il cuore umano della storia. La sua Frances Haugen non viene trasformata in una martire senza difetti, ma in una donna costretta a scegliere quanto sia disposta a perdere per rendere pubblica una verità maledettamente scomoda. Jeremy Allen White funziona altrettanto bene nei panni del giornalista che deve trasformare una montagna di documenti in qualcosa di comprensibile e verificabile. La sua perseveranza sfonda come un ariete un muro d'omertà dopo l'altro, un firewall dopo l'altro, penna che non avrebbe minimamente sfigurato al fianco di Bob Woodward e Carl Bernstein. Proprio come accade in Tutti gli uomini del Presidente - All the President's Men, dove viene raccontato come la coppia di giornalisti fece scoppiare il caso Watergate mandando Richard Nixon a gambe all'aria all'inizio del suo secondo mandato presidenziale.
Sorkin rinuncia a qualsiasi virtuosismo e affronta la vicenda con una regia asciutta che non diniega momenti di leggera ironia, lasciando che siano i dialoghi e il lavoro d'indagine a costruire la tensione. Le ricostruzioni degli eventi reali richiedono inevitabilmente qualche passaggio più verboso, ma servono a dare peso a ciò che emerge poco alla volta. Il confronto con The Social Network resta inevitabile, soprattutto per la presenza di Zuckerberg, ma questo film cerca un'altra grammatica: meno seduzione cinematografica, più attenzione a ciò che accade dietro le porte di quello che sarebbe diventato il conglomerato aziendale Meta. Perché il vero tema di The Social finisce per essere proprio il giornalismo. In un mondo nel quale un algoritmo decide cosa merita attenzione qualcuno deve fermarsi, controllare le fonti, collegare i fatti e capire cosa si nasconde dietro migliaia di documenti.

Il merito di Sorkin è soprattutto quello di mostrare i social di Zuckerberg non più come piattaforme tecnologiche di comunicazione di massa ma come una feroce, spietata macchina capace di produrre devastanti conseguenze ben oltre lo schermo. Il film non ha bisogno di trasformarsi in un manifesto: gli basta mostrare il meccanismo e lasciare che siano le sue conseguenze a parlare. Quando arrivano i titoli di coda è proprio quella sensazione a rimanere addosso, qualcosa che appartiene al presente e che per questo non smette di suscitare profonda inquietudine per quell'immenso potere.
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Redazione

The Social - Il prezzo della verità
Sorkin guarda dentro Facebook senza trasformare l'inchiesta in una lezione di tecnologia. Il risultato è un film che trova nel giornalismo la sua arma migliore e in Zuckerberg il gelido e raccapricciante volto di un potere (im)possibile da contenere.











