Spaceman, il film di Netflix in cui Adam Sandler cerca se stesso nello spazio

Alla scoperta di Spaceman, il film di fantascienza di Netflix con Adam Sandler e Carey Mulligan

di Chiara Poli

Adam Sandler è celebre per le moltissime commedie di cui è stato protagonista. Carey Mulligan è invece notoriamente legata al cinema impegnato, quello che contiene importanti messaggi sociali.

Quindi cosa c’entrano, entrambi, in Spaceman? La perfetta rappresentazione del doppio livello di lettura del film di Netflix.

Adam Sandler per il pubblico si identifica immediatamente con il divertimento, ma in Spaceman, in arrivo su Netflix, non c’è niente da ridere. C’è invece molto su cui riflettere, e la riflessione viene dal connubio perfetto di Sandler e Mulligan, raramente insieme sullo schermo in questo film.

La trama di Spaceman


L'astronauta Jakub Prochazka (Adam Sandler) è in missione spaziale, da solo, da oltre sei mesi. Diretto verso Giove, sarà il primo essere umano e entrare nella nebulosa che da 4 anni rende il cielo viola. Mentre non riesce a contattare la moglie Lenka (Carey Mulligan) sulla Terra, Jakub si accorge di avere un mostro a bordo. Una creatura spaventosa, che lo terrorizza e della quale non riesce a liberarsi. Finché la creatura inizia a parlargli, affermando di non volergli fare del male...

La recensione di Spaceman: conosci te stesso


L’hanno presa molto larga, gli sceneggiatori di Spaceman, per parlarci della paura di mettere al mondo un figlio quando si ha subito un trauma da bambini. L’incapacità di affrontare la responsabilità di creare una vita in un mondo da cui si vuole solo fuggire è il tema centrale di questo film. Ma per arrivarci, hanno voluto fare un giro veramente molto, molto largo. Ecco perché Spaceman ha un doppio livello di lettura.

Il primo è quello superficiale: un uomo con un passato problematico e un presente in cui allontana tutto e tutti, si ritrova solo nello spazio a vivere i propri incubi peggiori. E, come moltissimi esseri umani, ha paura dei ragni.

Il secondo livello è quello più profondo, che emerge col passare dei minuti e che ci porta a un finale pieno di commozione.

Scavando sotto la superficie, assistiamo infatti a un dialogo con la propria coscienza, sotto forma di mostro derivato dalla paura. Spaceman è un trattato sugli effetti della solitudine e dell’isolamento, una riflessione di quasi due ore su un bisogno di evadere dalla realtà così forte da volersi isolare perché non si è davvero in grado di entrare in contatto con le persone.

E quando la coscienza lo comprende, di essere la fonte di tutti i propri problemi, il senso di disperazione e di paura è così forte da creare dei mostri esterni per dar forma al più orribile dei pensieri: sono io. Tutto ciò che non va, nella mia vita, sono semplicemente io.

A livello superficiale è la storia di un astronauta con problemi personali che inizia a vedere e parlare con un’entità che sceglie di identificare con qualcosa che lo terrorizza. Con una forma poco originale, così poco originale da essere fastidiosa. Non siamo di fronte a un capolavoro letterario firmato Stephen King.

Poi però scaviamo per arrivare alla storia di un uomo incapace di lasciarsi alle spalle i traumi subiti da ragazzino. Un uomo che si isola nello spazio, in solitudine, dove prende finalmente coscienza di sé.

Conosci te stesso: l’impresa più difficile che tante persone siano chiamate a compiere nell’arco della vita.

Tutti tendiamo a esteriorizzare l’origine dei problemi. Guardare dentro di sé fa spesso paura, o semplicemente è incompatibile con la nostra concezione del mondo brutto e cattivo che non ci capisce.

Jakub, invece, comprende. Capisce che il nostro passato ci condiziona in modo così potente da renderci incapaci di vederlo. Capisce, finalmente, di non aver visto ciò che aveva davanti agli occhi. Di non aver trovato il vero senso della vita. Ma, come accade fin troppo spesso anche nella realtà, si rende conto di quanto si teneva a qualcosa, o a qualcuno, solamente quando lo si perde.

In un Paese, la Repubblica Ceca, che sembra rimasta indietro nel tempo, Adam Sandler ci racconta una storia non facile.

Abiti, tecnologia, arredamento: tutto sembra vecchio, risalente agli anni ’70 se non prima. Ma poi arriva un telefono cellulare, uno dei primi modelli, e capiamo che questa storia non è ambientata nel passato. È solo ambientata in un Paese povero. In cui il comunismo, proprio come nei Paesi dell’ex Unione Sovietica, dopo il suo crollo (alla fine del 1989, nel caso della ex Cecoslovacchia), ha lasciato macerie e povertà.

In questo contesto, la Commissaria Tuma (Isabella Rossellini, sul cui viso il passare degli anni incanta) annuncia al mondo che il programma dell’ESA (l’Agenzia Spaziale Europea) con Jakub Prochazka ha battuto tutti sul tempo. Jakub sarà il primo essere umano a entrare in quella nebulosa che da 4 anni rende il cielo viola.

La nebulosa è la ragione del suo viaggio verso Giove. Tutto il mondo la vede, nel cielo. Ma c’è bisogno di comprenderne la natura, e qui le citazioni si sprecano. Avete presente le nebulose di Star Trek? Siamo sulla stessa linea narrativa. Nelle serie trek le nebulose potevano celare i nemici più letali, o la riscoperta di una dimensione spazio-temporale alterata. Secondo Hanus (il “mostro” doppiato in lingua originale dall’attore Paul Dano), è nella nebulosa che tutto trova una risposta.

Il principio è la conoscenza di sé. La fonte di tutti i pensieri, di tutta la vita, di tutto ciò che siamo.

Mentre imbraccia un barattolo di crema di cioccolato e nocciole in versione ceca, Spaceman ci dice che anche Hanus trova un effimero conforto nel cibo, come gli umani.

E che tutto è immutabile, eppure nulla lo è.

L’unica cosa da fare, è trovare l’unica cosa che conta davvero: noi stessi. Solo allora saremo in grado di entrare in contatto con altri. Di amare davvero. Di mettere al mondo delle vite.

Spaceman ci regala un Adam Sandler inedito e intenso, ma non tanto da farci gridare all’Oscar. La regia è di Johan Renck, regista televisivo di Breaking Bad e Chernobyl, al suo debutto in un film.

Si vede l’inesperienza. La regia è efficace, ma tende ad approfittarsi dell’assenza di gravità per restituire parecchie immagini storte o capovolte, che non fanno che confondere, anziché aumentare il senso di angoscia della solitudine nello spazio.

Sono i movimenti di macchina lenti a restituire l’assenza di gravità, non le inquadrature angolate o capovolte. E quando il regista se lo ricorda, tutto funziona a dovere.

Mentre un baffuto Kunal Nayyar (l’ex dottor Rajesh Koothrappali di The Big Bang Theory) rappresenta il legame di Jakub con un mondo che, fino a quando non capisce se stesso, gli sembra alieno.