Recensione La mia vita con John F. Donovan

Tanta retorica nel debutto Hollywoodiano di Xavier Dolan

di Aida Picone

L’ammirazione, il divismo, oggi come quando nacque negli anni ’50, ha cambiato completamente la percezione delle star che si vedono su copertine patinate o sul grande e piccolo schermo. L’idolatria, le urla, la voglia di emulare, molto spesso spingono milioni e milioni di ragazzini a scrivere un messaggio su un social, nella speranza di ricevere risposta. Così che quello che è lontano possa diventare vicino. O che possa essere quasi improbabilmente diventare un’amicizia.

Dal 27 Giugno al cinema arriva un cast d’eccezione, per raccontare il ricordo di un’amicizia nata tra un ragazzino di 11 anni e un attore John Donovan. Kit Harington, Jacob Tremblay e i premi Oscar Natalie Portman, Kathy Bates e Susan Sarandon accompagneranno Xavier Dolan in un film che segna il suo debutto hollywoodiano.


Presentato allo scorso festival di Toronto, “La mia vita con John F. Donovan” ha spaccato a metà la critica rendendo così incerto il suo approdo in sala. I temi trattati sono quelli che più stanno a cuore al giovane registra, che sembra aver dato un incipit tutto biografico alla storia. Sui social, infatti, è possibile ritrovare una lettera che lui stesso scrisse a un giovane Leonardo di Caprio, esattamente quello che da il via alla storia del giovane Rupert Turner, ma al contrario del film Dolan non ricevette risposta. Così, sotto un’ottica teatrale, il film si apre in una sorta di parallelismo tra accettazione e negazione del sé.

La storia si apre con un Rupert, ormai adulto e consapevole di chi è, che racconta come era stato conoscere e condividere i propri sogni con la star che tanto idolatrava. Da bambino il suo sogno era di diventare un attore esattamente come lui, e più di una volta vengono fatti forzatamente notare i parallelismi che coinvolgono le vite dei due giovani ragazzi. Da una parte Rupert, un po’ troppo cresciuto per avere solo 11 anni, che cerca di trovare la sua dimensione dopo il trasferimento dall’America all’Inghilterra, tra bullismo e teatro. Dall’altra parte troviamo John che alla soglia dei 30 anni si ritrova a doversi destreggiare tra i drammi del suo passato, tra i segreti della sua vita privata e il mantenimento dell’immagine pubblica che lo star system gli impone.


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Entrambi sono stati lasciati dal padre, entrambi hanno delle madri che sono state onestamente caratterizzate male. La madre di Rupert, interpretata da Natalie Portman, sembra a tratti una madre assente, si lascia sfuggire molti aspetti della vita del ragazzo, ma il più delle volte è lui stesso che la esclude. Forse la visione che si ha del suo personaggio è dovuta all’immaturità dell’età di Rupert, in quanto raccontando lui la storia essa risente del suo punto di vista. Perché in altre occasioni lei è la classica madre che non farebbe altro che dare la vita pur di vedere il proprio figlio felice; una donna che ha fallito, ma alla quale non importa perché vuole che sia il figlio a riuscire nei suoi obiettivi e la madre di John presenta le stesse medesime caratteristiche. Entrambe incapaci di parlare con i figli, ma entrambe in grado di conoscerli perché comunque sono le prime che li hanno visti in questo mondo. Le prime che in ogni caso accettano il loro percorso qualunque esso sia. Ma questo loro passare da aspetti diametralmente opposti spinge lo spettatore a chiedersi chi realmente essere siano e come si comportano.

Tema centrale di tutta la narrazione è sicuramente l’accettazione e l’omosessualità. Temi tanto cari a Dolan che cerca di porceli sotto due facce della stessa medaglia. John, infatti, nasconde il suo vero essere, nasconde la sua vera natura e questo lo spinge a non prendersi cura di se stesso, a isolarsi per poter cercare di togliere la maschera che la reputazione gli ha cucito addosso. L’ignorare chi sia lo spinge verso il baratro dell’autodistruzione, un punto di non ritorno che gli rende più facile confessare tutto in via epistolare a un ragazzino piuttosto che pubblicamente. Ci si rende conto che dal 2007 ad oggi le cose sono profondamente mutate all’interno dell’opinione pubblica e del sostegno lgbtq+.


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Visivamente diventa quasi paradossare l’uso del colore all’interno della pellicola. Il racconto nel racconto ha un tono così caldo e giallo da rendere quasi ovattata la vita di John, soprattutto quando è in famiglia. La tristezza viene così esaltata dalla predominanza del caldo che risulta quasi eccessivo in alcune scene. Uno dei difetti più grandi diventa quello che è stato fatto in post produzione. Tra la colorazione della fotografia e anche il montaggio si creano punti tanto contrastanti da disturbare quasi il flusso narrativo.

Iconica è la scelta delle musiche, il racconto stesso viene aperto da una proverbiale “rolling in the deep” di Adele quasi come se stesse già preparando la lenta discesa auto-distruttiva che coinvolgerà John F. Donovan.

In sostanza, vale la pena vederlo?

Si, in conclusione la storia può spingere a riflettere sugli effetti del fanatismo, così come quelli dell’auto-accettazione. Il cast è sicuramente ben scelto e si muove magistralmente in scena, diventando uno dei principali motivi per cui spendere i soldi del biglietto. Kit Harrigton riesce bene a scollarsi da dosso l’espressione alla Jon Snow esplorando anche eventi non dissimili ai rumors sul suo conto.