Dall’Odissea di Christopher Nolan ci si aspettava tanto, ma non che fosse un blockbuster così appassionante
Era dai tempi di Inception che un film di Nolan non scivolava via come un blockbuster ricco di ambizione, certo, ma da guardare tutto d’un fiato, con un autentico gusto per l’avventura e l’ignoto.
La durata di quasi tre ore è sicuramente epica, l’ambizione di portare su grande schermo uno dei miti fondativi della cultura mediterranea gigantesca anche per un regista come Christopher Nolan. Tanto che non si sapeva bene cosa aspettarsi dalla sua Odissea, dopo film ambiziosi ma complessi da seguire nel loro svolgimento come Tenet e Interstellar. La vera sorpresa dunque è trovarsi davanti un film che, se tematicamente è l’erede perfetto di Oppenheimer, a livello cinematografico è un vero e proprio blockbuster: puro intrattenimento in cui lo sforzo bellico, l’esplorazione dell’ignoto, il gigantesco cast di star e la storia appassionante regalano una lunga ma splendida permanenza al cinema.
Quello di Nolan è un Ulisse che guarda al nostro presente
Non è che manchino le idee importanti o le riflessioni profonde nell’Odissea, anzi: l’Ulisse di Matt Damon è profondamente segnato dai suoi trascorsi bellici, tanto da essere una delle versioni più morigerate e sobrie dell’arrogante, audace, scaltro re di Itaca. Soprattutto nel finale, Odissea dialoga in maniera quasi dolorosa con il nostro presente storico tanto difficile e doloroso, interrogando il suo pubblico su cosa perda esattamente l’umanità ogni volta che qualcuno si spinge un po’ più in là per avere la meglio su un nemico.
Nel tentativo di porre fine a una guerra infinita, di piegare una città invincibile infatti Ulisse diventa un distruttore: non solo di una città, ma soprattutto di un ordine precostituito che finisce per mettere in pericolo la sua casa, la sua famiglia e i suoi affetti. È questa la chiave di lettura scelta da Nolan per raccontarne il difficile ritorno a casa.
Il suo viaggio è una presa di coscienza dei suoi errori, disseminata dai concetti del mito greco che Nolan rispolvera nella memoria di chi ha studiato l’Odissea sui banchi di scuola. Pur essendo una rilettura sicuramente personale e moderna, la sceneggiatura è guidata concetto della xenia, concetto che fa da fondamento anche il poema omerico. L’ospitalità sacra a Zeus diventa il discrimine che distingue i buoni dai cattivi: in questa seconda categoria rientrano sia gli abitanti dei confini del mondo, barbarici e mostruosi (come Polifemo, Scilla e Cariddi), ma anche chi, come l’Antinoo di Robert Pattinson, piega le regole per il proprio tornaconto, insidiando il trono di Ulisse.
Nell'Odissea di Nolan c'è spazio anche per il sentimento
Per un regista da sempre ossessionato dai padri assenti, la Telemachia (ovvero l’introduzione dell’Odissea in cui il giovane figlio dell’eroe parte in cerca di notizie sul padre), non poteva che essere il punto di avvio. Il Telemaco di Tom Holland si ritaglia uno spazio importante nella sua ricerca di un padre che vuole trovare sì, ma ancor prima conoscere. Così come in Oppenheimer, le relazioni coniugali e affettive trovano molto più spazio che in passato, con il rapporto tenero ma teso di una moglie che attende il marito e di un figlio che cerca di farsi un’idea di chi sia un padre che non conosce se non attraverso i canti degli aedi.
Nolan non ha paura di cambiare, tagliare, rinnovare: ad eccezione dell’Atena di Zendaya, gli dei sono incorporei, Nausicaa scompare, le donne tentatrici che popolano il viaggio di Matt Damon diventano figure più mature e umane, con un timido tentativo del regista di raccontarne il punto di vista doloroso dell'universo femminile in un mondo violento popolato da uomini. Penelope e Athena sono però lle eroine della storia in quanto difendono quell’ordine e quelle regole che Nolan racconta come necessarie e desiderabili. Alle amanti come Calipso, alle portatrici di caos come Circe (tra le figure più memorabili del film) e alle vendicatrici come Elena e Clitennestra Nolan dà però il beneficio del dubbio e una buona dose di comprensione.
In termini recitativi è difficile isolare una performance superiore alle altre e non solo per la vastità del cast. Stavolta nessuno primeggia perché il racconto funziona in una dimensione corale autentica, dove la grande popolarità di praticamente ogni star coinvolta uniforma il cast in un insieme molto ben amalgamato, che lavora alla costruzione di una grande storia cinematografica che funziona come i peplum di un tempo.
Chi avrà la fortuna di vedere il film su uno schermo all’altezza della sfida tecnologica di Nolan (che gira il film completamente in IMAX, con un grande formato e, per giunta, con un avanzamento tecnologico a livello di sonoro e immagine che ha dell'avveniristico) avrà un’immersione pressoché totale in una storia che, un po’ come faceva Batman, ha l’ambizione, spesso riuscita, di rendere reale, realistico e palpabile anche ciò che dovrebbe essere magico, fantastico e realizzato con effetti speciali.
Rispetto al passato, poi, anche grazie al tocco del direttore della fotografia Hoyte van Hoytema, la palette nolaniana si arricchisce di tonalità calde, del calore del fuoco e di colori vividi. Il mare non è color del vino ma di un azzurro brillante, le vesti mescolano rossi e blu intensi. Il fuoco riflette ombre sinistre ma calde sui volti.
Ancora una volta Nolan fonde cinema d'autore e blockbuster hollywoodiano
La vera conquista però è quanto il racconto sia avvolgente, ambizioso ma d’immediata fruibilità. Nolan stavolta riesce a sintetizzare in maniera efficace grandi idee in grande cinema che non fa solo riflettere, ma avvince. Non è il suo film più ambizioso, ma è un titolo che fa venire voglia di andare in sala, di rivivere il viaggio di Ulisse al suo fianco. Anche la sua estetica, oltre le polemiche preventive, è un ottimo compromesso tra quello che immaginiamo fosse l’aspetto di armature, vesti, navi e oggetti dell’epoca (che non sempre è così aderente alla realtà storica) e una funzionalità hollywoodiana e cinematografica.
Ci sono dei tocchi sopra le righe? Sicuramente. Tuttavia la discussa armatura nera di Agamennone, all’interno dell’incredibile narrazione che Nolan gli cuce addosso, ha assolutamente senso. Quando la si intravede oltre le porte di Troia che finalmente si aprono, diventa una potente immagine cinematografica.
È difficile dunque muovere critiche a questo adattamento dell’Odissea. Non perché sia perfetto, non perché non porti con sé tanti dei limiti, delle ossessioni, persino dei tormentoni di Nolan, regista che talvolta sembra proprio non riuscire ad abbracciare il racconto omerico. Tuttavia il suo tradimento ha dietro un’idea interessante e forte, che racconta il desiderio di un mondo ordinato e retto da regole che assicurino la stabilità della civiltà umana. È una visione un po’ conservatrice, contrapposta a un racconto dell’orrore della guerra che, visto nel nostro momento storico, mette davvero i brividi.
Non piacerà a tutti, ma un film con un punto di vista forte non può che stimolare reazioni importanti, anche di segno opposto. Quello che è apprezzabile di Nolan è quanto stavolta si porti dentro lo spettatore nella storia, senza complicarla oltre il necessario, raccontando un’idea affascinante e un uomo che l’ha pensata e realizzata, nel suo genio ma anche nella sua debolezza. È quel tipo di cinema, ambizioso ma popolare, autoriale ma fruibile, che ha reso Hollywood grande e di cui spesso abbiamo nostalgia. Per fortuna ci sono ancora registi come Nolan all’altezza della sfida.