Pochi film si impegnano così tanto a essere disastrosi quanto La Sposa! di Maggie Gyllenhaal
La Sposa! è un film spaventoso…e non sul versante horror, dove ottime idee deragliano nel peggior modo possibile.
Nella scena iniziale di Blue Moon di Richard Linklater, lo scrittore Lorenz Hart (Ethan Hawke), prossimo al suo tramonto artistico, malinconico e un po’ ubriaco, critica duramente i segni di punteggiatura nei titoli. Dice che nessuna opera con un punto interrogativo nel titolo vale il nostro tempo e ritiene l’utilizzo di un punto esclamativo enfatico così squalificante da dire già tutto quello che c’è da dire sull’opera. Quante volte ho pensato a quell’esatta scena guardando La sposa!, tanto da trovarmi ad annuire nel buio della sala: non perché fossi d’accordo con nessuna delle scelte registiche di Maggie Gyllenhaal al suo secondo film da regista (anzi), ma perché con il suo disastroso film rendeva in qualche modo più brillante e geniale il protagonista di Linklater.
Il fantasma di Mary Shelley e la sua sposa
È impegnativo anche solo spiegare a parole quanto sia sbagliato La sposa!, anche perché raramente si vede un film cominciare col piglio così sbagliato, stonare clamorosamente all’avvio e poi dirigersi con grande convinzione nella direzione opposta a quella che potrebbe salvarlo. Innanzitutto perché, seppur affascinante, la trama di La sposa! non ha qualsivoglia senso. Jessie Buckley è Mary Shelley, scrittrice intrappolata in un limbo in bianco e nero, come una sorta di fantasma, resa caustica e feroce da questa prigionia inspiegabile (e inspiegata).
In qualche modo capisce di poter possedere il corpo di Ida (sempre Jessie Buckley), escort bloccata in una cena noiosa tra uomini alticci ed eccitati che fanno pessime battute nella Chicago degli anni Trenta (perché proprio quel momento, quella città e quella donna? Non è dato sapere). La possessione di Ida è già di per sé un mezzo disastro: Shelley procede con poca grazia e non curanza a farla ammazzare, in buona sostanza, facendole dire ad alta voce verità scottanti sul più potente boss della malavita locale Lupino, il tutto condito da lunghe litanie di aggettivi letterari sulla condizione della donna. Da una rivoluzionaria femminista intrappolata in un limbo uno si aspetterebbe quantomeno di non mettere in pericolo una sorella di lotta.
Una (brutta) questione di famiglia
E invece ovviamente succede esattamente questo, anche se il film non ha nemmeno il coraggio di far ammazzare Ida, che muore in una sorta di rovinosa caduta dalle scale. Una morte di comodo, perché seduti in sala sappiamo che arriverà il Mostro di Christian Bale, afflitto dalla solitudine e deciso a chiedere a una scienziata sopra le righe di rianimare per lui un cadavere femminile. La povera Annette Bening, bloccata in questo ruolo senza senso (è un personaggio femminile, quindi fa una scelta stupida e mal spiegata con convinzione piuttosto che venir etichettata come “cattiva”), ridà la vita a Ida, che però non ricorda il suo passato.
Il suo Frank(estein) le dice che era la sua sposa e i due cominciano a girovagar per la costa Est degli Stati Uniti, mentre la stampa scatena il panico sugli omicidi del Mostro e della sua sposa.
Di contorno poi ci sono altre storie, che serviranno a dare un minimo di senso a quella di Ida e al parentado della regista: il Mostro ha una fissazione per l’attore Ronnie Reed (affidato da Maggie al fratello Jake Gyllenhaal, che forse ne esce meno peggio di tutti gli altri), Ida è inseguita da un poliziotto corrotto (affidato al marito di Maggie, Peter Sarsgaard), che è “assistito” da una brillante ed elegantissima detective interpretata da Penelope Cruz (così affascinante e convincente che il film semplicemente non se la merita). È straordinario come un film che ha a disposizione - per legami familiari o denaro - nomi così importanti riesca comunque a risultare pesante e noiosissimo. Anzi: se il fuggi fuggi dalla sala non è totale, è perché Jessie Buckley riesce nella notevole impresa di tener testa alle pessime scelte della sua regista.
Maggie Gyllenhaal con La sposa! ci regala un disastro cinematografico senza redenzione
Lo spettatore italiano tra l’altro, causa doppiaggio, perderà parte del gioco linguistico alla base del film, che rivendica non solo nella trama, ma anche nel lessico un profondo legame con il movimento MeToo. Ne sposa (scusate) la visione di una realtà in cui l’esistenza delle donne è costantemente messa in pericolo dagli uomini che le vogliono morte, che le vogliono sottomesse, che le amano sì, ma in maniera possessiva e distruttiva. C’è una scena in cui le donne di New York si ribellano ispirandosi alla sposa, scatenando la loro rabbia, distruggendo vetrine e auto, urlando “Me Too! Me too! Me too!”. Perché sì, La sposa! brandisce i suoi messaggi come oggetti contundenti con cui percuotere lo spettatore.
Nella sostanza il film ha ragione, ma fa un discorso così urlato, così disgregato, così vuoto oltre la sua rabbia e la sua posa rivoluzionaria che dà una potente arma ai misogini là fuori che pensano che le donne siano inferiori agli uomini anche nello stare dietro una cinepresa. Purtroppo Maggie Gyllenhaal dà loro una straordinaria argomentazione, perché erano anni che non si vedeva un adattamento di un grande romanzo deragliare così spettacolarmente: Del Toro con il suo Frankenstein, a confronto, pare un luminare. Forse per trovare un film tanto catastroficamente mal riuscito bisogna risalire a La Mummia con Tom Cruise, che aveva ambizioni differenti e comunque, quantomeno, era divertente. La sposa! invece si crogiola nei suoi giochi di parole che il pubblico italiano che vedrà la versione doppiata non percepirà (in questo caso venendo graziato dall’insistito utilizzo di “revolted” come doppio: disgustato ma anche ribelle).
Rimarrà però la fuga scomposta e sgraziata dei due mostri protagonisti, che urlano come pazzi per nessuna ragione specifica, perché Gyllenhaal vuole regalarci dei personaggi radicali e contro le regole, ma travisa del tutto ciò che rende un reietto una mina vagante, un’idea anarchica: la sua sposa è la brutta copia del già brutto Joker di Todd Phillips e rivaleggia per pessimo risultato finale con il suo secondo capitolo: un’altra Folie à Deux che, da spettatori utilizzati come cavie, non meritavamo.