Jack Ryan: Ghost War tra intelligence e action senza rischio

Ancora una volta il franchise torna a pescare dentro un immaginario ormai consunto

Jack Ryan: Ghost War tra intelligence e action senza rischio
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Con Jack Ryan: Ghost War, il franchise ispirato all’universo creato da Tom Clancy cerca di compiere un passaggio piuttosto delicato: smarcarsi dalla struttura seriale che aveva definito le ultime incarnazioni del personaggio e trasformarsi in un thriller cinematografico più compatto, muscolare e inevitabilmente più orientato allo spettacolo. Il problema è che il film sembra continuamente combattuto tra due anime diverse, senza riuscire mai davvero a scegliere quale delle due seguire fino in fondo.

Da una parte c’è il Jack Ryan che funziona meglio: quello dell’intelligence, delle operazioni sporche condotte nell’ombra, delle conseguenze geopolitiche che si trascinano per decenni e delle guerre invisibili nate dalle macerie di altre guerre che hanno minacciato il mondo, non ultima quella scatenata dagli attentati dell'11 settembre. Ed è proprio lì che Ghost War riesce a trovare i suoi momenti più convincenti. Quando rallenta, quando lascia spazio ai dialoghi, ai sospetti, alle manovre dietro le quinte e alla paranoia internazionale, il film riesce ancora a ricordare perché questo personaggio abbia avuto una vita così lunga tra cinema e televisione. Almeno per chi riesce a smarcarsi tra acronimi e nomi di personaggi.

Quando il thriller diventa un action più convenzionale

Il problema arriva quando la componente action prende progressivamente il sopravvento. Non tanto perché manchino ritmo o spettacolarità, ma perché il film finisce lentamente per abbandonare quell’ambiguità politica iniziale per trasformarsi in qualcosa di molto più canonico e prevedibile. L’ultima parte, in particolare, sembra quasi voler diventare una specie di Die Hard semplificato e più rumoroso, dove tutto si riduce a sparatorie, assedi e personaggi costretti a correre da un punto all’altro mentre la sceneggiatura perde progressivamente credibilità. Francamente non se ne può più di scontri a fuoco scontati e riempitivi quanto pirotecnici, eccetto una svolta esplosiva nella prima parte, il resto è maledettamente prevedibile.

Di fatto il limite più evidente di Ghost War è la sensazione di aver già visto quasi tutto. Ancora una volta il franchise torna a pescare dentro quell’immaginario fatto di team segreti dormienti, cellule clandestine riattivate, operazioni fantasma sopravvissute a governi e guerre, minacce globali pronte a far collassare l’equilibrio internazionale. Elementi che appartengono da sempre al DNA narrativo di Jack Ryan, ma che oggi rischiano inevitabilmente di apparire più stanchi e ripetitivi se non supportati da una scrittura davvero solida.

Jack Ryan: Ghost War tra intelligence e action senza rischio

Krasinski ha co-sceneggiato, eppure...

Ed è proprio la sceneggiatura a lasciare le maggiori perplessità. Stupisce non poco pensare che dietro al progetto ci sia anche il coinvolgimento diretto di John Krasinski, insieme all’eredità creativa legata a Clancy, perché il film dà spesso l’impressione di appoggiarsi più sugli automatismi del genere che su una costruzione realmente brillante della tensione. Alcuni passaggi funzionano, certe dinamiche interne al mondo dell’intelligence riescono ancora a mantenere vivo l’interesse, ma molte svolte narrative sembrano arrivare con una prevedibilità quasi disarmante.

A tenere in piedi buona parte del film è soprattutto il cast. Il trio formato da Wendell Pierce, Krasinski e Michael Kelly possiede la chimica giusta e mantiene una simpatica vena ironica, dando al contempo spessore alle sequenze più legate alla manipolazione politica e operativa. Sono i momenti in cui Ghost War si avvicina di più a quello spy thriller adulto che probabilmente avrebbe voluto essere per tutta la durata.

Jack Ryan: Ghost War tra intelligence e action senza rischio

Tra forzature e poco coraggio di reinventarsi

Più fragile invece la presenza di Sienna Miller, il cui personaggio sembra costruito quasi interamente attorno a un’estetica consumata, sopra le righe e autodistruttiva che il film continua a sottolineare in maniera piuttosto artificiale. L’idea della figura cinica e segnata dal lavoro poteva anche funzionare, ma il risultato finale trasmette spesso una sensazione di costruzione forzata, come se il personaggio fosse stato scritto più per aderire a uno stereotipo visivo che per avere una reale identità.

Alla fine Jack Ryan: Ghost War lascia soprattutto una sensazione molto precisa: quella di un progetto che sembra esistere più come potenziale ponte verso una nuova evoluzione seriale del franchise che come vero film autonomo capace di lasciare un segno forte. Non è un disastro, anzi. Nei momenti migliori riesce ancora a costruire tensione e a sfruttare bene quel clima di instabilità globale che appartiene da sempre all’universo di Jack Ryan. Ma resta anche la sensazione che il franchise continui a muoversi dentro territori ormai troppo familiari, senza trovare davvero il coraggio di reinventarsi fino in fondo.

Jack Ryan: Ghost War

Rating: Tutti

Durata: 105'

Nazione: Stati Uniti

6

Voto

Redazione

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Jack Ryan: Ghost War

Jack Ryan: Ghost War funziona meglio quando punta sull’intelligence e le tensioni geopolitiche che sull’action puro. Parte come uno spy thriller discreto, ma nella seconda metà scivola verso dinamiche più convenzionali e prevedibili. Bene il trio formato da John Krasinski, Wendell Pierce e Michael Kelly, meno convincente la scrittura generale.