I peccatori: l'horror da record, tra musica e vampiri

Sedici candidature agli Oscar per il film di Ryan Coogler, dove una tranquilla festa in un locale per afroamericani si trasforma in un incubo di sangue e morte.

di Maurizio Encari

Mississippi, 1932. I fratelli gemelli Elijah “Smoke” ed Elias “Stack” Moore - entrambi interpretati da Michael B. Jordan - tornano nella loro città natale dopo sette anni di assenza. Veterani della Prima Guerra Mondiale e successivamente arruolati nell’organizzazione di Al Capone a Chicago, rientrano con un sacco di soldi e casse di birra irlandese, mossi da un progetto ambizioso: aprire un juke joint - locali da ballo riservati alla comunità afroamericana - all’interno di una vecchia segheria acquistata da un bianco apertamente razzista, creando uno spazio sicuro dove ballare, bere e dimenticare, almeno per una notte, le oppressioni quotidiane.

Ne I peccatori, Smoke e Stack reclutano il cugino Sammie, soprannominato “Preacher Boy” per il suo passato religioso: chitarrista e cantante dal talento prodigioso, capace di far vibrare il blues come se arrivasse alle porte del cielo. Attorno a lui si compone una squadra variegata, scelta con cura per ogni aspetto della serata inaugurale: da Delta Slim, anziano e alcolizzato suonatore di armonica, ad Annie, esperta di Hoodoo, fino ai baristi cinesi Grace e Bo incaricati del rinfresco. Ma quella che dovrebbe essere una notte di festa e liberazione si trasforma rapidamente in un incubo quando l’apertura del locale attira l’attenzione di Remmick, vampiro irlandese crudele e carismatico, a capo di una congrega di non-morti che vede in quel ritrovo isolato l’occasione perfetta per aumentare le file del proprio culto immortale.

Chi pecca e chi no

Sedici candidature agli Oscar: un record che ha superato persino titoli ben più celebrati ed entrati di diritto nella storia della Settima Arte. È molto improbabile che I peccatori riesca a convertirle tutte in statuette, e alcune nomination appaiono francamente generose, ma è innegabile che il film lascerà un segno nella prossima notte degli Academy Awards, provando a fare meglio di quel Black Panther (2018), che qualche anno fa portò a casa tre premi su sette, diventando un simbolo culturale per il pubblico afroamericano. Non è un caso che dietro la macchina da presa di entrambi ci sia Ryan Coogler, che dopo l’esordio folgorante di Fruitvale Station (2013) ha rilanciato il franchise di Rocky con Creed - Nato per combattere (2015), inaugurando anche il sodalizio ormai collaudato con Michael B. Jordan.

Qui l’attore si sdoppia nel doppio ruolo dei gemelli, all’interno di un cast che celebra figure di spicco del cinema black come Delroy Lindo e offre uno spaccato culturale ricco e stratificato, con la musica a giocare un ruolo centrale in diverse scene madri. La colonna sonora non è semplice accompagnamento, ma vero motore emotivo del racconto, capace di fondere blues viscerale e improvvise sfuriate folk di matrice irlandese, regalando al film scarti inattesi e momenti di autentica potenza sensoriale.

Non tutto però funziona come dovrebbe. Le due ore e dieci di durata - a tratti eccessive - restituiscono un’operazione che vuole essere molte cose insieme: black horror dal respiro epico, dramma storico, musical, action thriller, riflessione sul razzismo, celebrazione della cultura blues, metafora del colonialismo e monito politico più che mai attuale nell’America contemporanea. Aspirazioni nobili, ma raramente integrate in modo organico, con una narrazione che soprattutto nella prima metà soffre una marcata lentezza.

Nell'attesa dell'annunciato massacro

Il primo atto è il vero tallone d’Achille del film. Appesantito da una solennità artificiosa, rischia di alienare lo spettatore con dialoghi lunghi e didascalici che spiegano tutto, lasciando poco spazio ai silenzi e ai non detti. La sequenza di "assemblaggio" della squadra, pensata per introdurre i personaggi e preparare l’evento, si trascina più del necessario, con figure spesso definite esclusivamente dalla funzione narrativa che dovranno assolvere, senza un reale approfondimento.

Coogler indulge così in lunghe inquadrature contemplative dei campi di cotone, degli alberi piegati dal vento, dei volti segnati dal sole. Immagini indubbiamente affascinanti - la fotografia di Autumn Durald Arkapaw è splendida, con echi di certo cinema fordiano - ma che contribuiscono a una pretenziosità diffusa, soffocando lo slancio narrativo. Resta il dubbio se I peccatori abbia puntato deliberatamente alla stagione dei premi - impressione che parrebbe confermata dall'exploit citato a inizio articolo - o volesse davvero tentare di elevare il cinema di genere, oscillando tra una verve più sporca e un registro solenne e faticando a trovare un equilibrio stabile.

Alcune sequenze sono memorabili: il ballo nel casolare, dove presente e futuro si mescolano in un’esplosione temporale e culturale, è visivamente travolgente, pur risultando in parte gratuita rispetto allo sviluppo degli eventi. Più centrato invece l’epilogo ambientato nei primi anni Novanta, dai chiari echi jarmuschiani, che riflette sul tempo trascorso e ribadisce, forse con eccessiva chiarezza, temi già ampiamente esplicitati, spiegando allo spettatore quanto era già evidente, in un'epoca cinematografica dove lo cose vanno ribadite più volte, con tutte le conseguenze del caso.