Hope, può la Corea fare action migliori degli Stati Uniti? La recensione del blockbuster fantascientifico dal Festival di Cannes
Hope è il film più sorprendente in concorso quest’anno a Cannes perché raramente un titolo di genere così versato nell’action, con inseguimenti, alieni e sequenze di battaglia entra in concorso.

Parlare di Hope costringe inevitabilmente a confrontarsi con la propria scala di priorità cinematografiche in campo blockbuster e action. Cosa è davvero importante per considerare riuscito un film che ha al suo centro l’azione e che gioca con il cinema di genere, tra mostri, alieni ed esplosioni? È una domanda che la critica festivaliera si trova a porsi di raro, perciò bisogna riconoscere a Thierry Frémaux una gran dose di coraggio a piazzare un film di questo tipo in corsa per la Palma d’Oro, affiancato per lo più da pellicole drammatiche di stampo autoriale e titoli a tematica sociale e politica. È un azzardo che pagherà, perché finirà per essere un punto di riferimento temporale importante per sancire da quando il cinema con gli alieni, le astronavi, i lunghi inseguimenti con le automobili della polizia a sirene spiegate e i fucili da ricaricare mentre si è sotto attacco è diventato importante a livello di conversazione, oltre al semplice botteghino.
Proprio per questo però avrei voluto che Hope fosse un film che, sotto la sua pregevolissima fattura, avesse una sostanza di pari livello. Se a livello di regia infatti il film è spettacolare, memorabile ed esaltante, per storia e personaggi risulta molto meno ispirato e ispirante.

Hope, il blockbuster coreano che sfida Hollywood
La storia di Hope parte da lontano nel tempo e nello spazio rispetto agli ultimi blockbuster di successo. Suo artefice è il regista coreano Na Hong-jin, autore del cult di The Wailing. L’idea del regista era quella di fare qualcosa su larga scala, che fondesse thriller, cinema apocalittico, horror e fantascienza, con una storia ambientata nella zona tra il confine di Corea del Nord e del Sud. Date le tensioni geopolitiche sul quel parallelo, è più facile spiegare perché la popolazione sia armata fino ai denti, perché gli anziani pescatori del villaggio siano così bravi a ricaricare le munizioni e i membri delle associazioni sindacali locali sappiano sparare anche con fucili di calibro importante con consumata nonchalance. Tanto che quando una misteriosa creatura comincia a uccidere abitanti locali e distruggere negozi e case, non si genera particolare panico: la popolazione imbraccia le armi e si mette a dare la caccia allo “strano” orso o tigre che dir si voglia, anche se è evidente dai danni che fa che è qualcosa di ben più grande e mostruoso.
L’unico fuori posto sembra essere Bum-Seok (Hwang Jung-min), il capo della polizia locale che tutti considerano una persona particolarmente ottusa e incapace, come confermato nella prima ora del film, la più tesa e riuscita. In avvio Hope (così titolato perché ambientato a Hope Harbour) sembra un kaiju movie che tiene celato l’aspetto della sua creatura il più possibile. Il film è intriso di una comicità intrinsecamente coreana che non lascia scampo, con Bum-Seok a modo suo risulta ancor più distruttivo e letale della creatura stessa, che lascia sul campo decine di cadaveri.
Western, horror e fantascienza, ma sempre in salsa coreana
Le cose si complicano quando il film si divide per seguire da un lato il suo poliziotto sciocco a caccia di un mostro e dall’altro un gruppo di cacciatori locali sulle tracce di quello che poi si rivelerà essere una seconda creatura. Il film qui prende una piega molto differente, tra il survival e persino un pizzico di western. Per qualche motivo queste creature non attaccano i cavalli, espediente che permette a Na Hong-jin di girare alcune delle sequenze più incredibili viste quest’anno a livello di messa in scena dell’azione, accurata miscela di rallenti, movimenti di camera e capacità di creare immagini horror in movimento.
La regia è indubbiamente il punto di forza del film, impreziosito da una miriade di sequenze dalla magnitudo visiva enorme, destinate a diventare memorabili. Gli inseguimenti con l’auto della polizia oscillano tra la grammatica dei polizieschi “duri” degli anni ‘70 e Miami Vice, le parti nella foresta ricordano più da vicino l’horror e il thriller coreani ma con delle decise spruzzate di western. Si respira ambizione, originalità e tantissima voglia di stupire. Na Hong-jin riesce davvero a esaltare gli spettatori in questo scontro tra strane, potentissime creature e umani appena abbozzati, il giusto per permettere allo spettatore di seguire la storia.
Difficile dare un giudizio bilanciato sugli effetti visivi, specie quando si parla dei mostri in questione. Ovviamente non siamo ai livelli di quanto siamo abituati a vedere a Hollywood. Hope però ha dalla sua una frazione del budget di quei film, essendo costato tra i 37 e i 50 milioni di dollari: a Hollywood sarebbe considerata una pellicola a basso-medio costo e di rado si vede questa qualità in quella fascia di prezzo. Quel che è importante rilevare, a mio modo di vedere, è che il design delle creature sembra poco ispirato e ancor meno coerente a livello biologico. Si parte da mostri che guardano alla tradizione degli yokai per arrivare a creature più aliene, la cui biologia non sembra seguire una coerenza interspecie e che aggiunge un ulteriore livello di sciattezza alla stessa effettistica visiva.

Hope somiglia a molti action e franchise di successo
Quest’ultima, alla lunga, si conferma il punto dolente del film, dalla durata titanica: 160 minuti dilatatissimi, in cui il film fa almeno tre brusche sterzate circa la direzione narrativa e il genere a cui appartiene. Anche sul piano narrativo Na Hong-jin si dimostra derivativo, guardando un po’ a Steven Spielberg un po’ al franchise di Alien e tantissimo al cinema di genere di casa sua. Uno dei prodotti a cui il film finisce per somigliare di più è l’anime L’attacco dei giganti, soprattutto per come sono configurati gli scontri tra umani e creature gigantesche e ostili che fanno la loro comparsa all’improvviso e hanno un piano misterioso da seguire. L’alieno bravo a lanciare oggetti per neutralizzare i nemici, quello che corre velocissimo a quattro zampe e ancora quello che ha una sorta di protezione ossea modulabile: il design di questi mostri ricorda tantissimo i titani di Hajime Isayama, non si sa quanto volutamente e coscientemente, così come le parti nella foresta seguono dinamiche molto simili alla seconda e terza stagione dell’anime.
Quello che questi paragoni mettono ben in evidenza è come, in buona sostanza, a mancare a Hope sia la stessa forza narrativa e nei personaggi. Per come è impostato il genere action spesso finisce per avere personaggi a grana grossa, caratterizzati appena da un paio di tratti. Alcuni paragonano Hope a Mad Max: Fury Road per questo motivo. Dissento: laddove Tom Hardy, Charlize Theron ma anche altri comprimari di quel film avevano un forte tratto caratterizzante alla base del loro agire, qui il cast è disseminato di stereotipi basati sulla comicità coreana, che non diventano mai personaggi con cui empatizzare. Il poliziotto stupido rimane tale, e anzi, a fasi alterne diventa bravo a sparare, senza un reale motivo se non le necessità della trama. Parimenti la giovane collega empatica e con la testa sulle spalle è semplicemente il personaggio femminile di supporto a cui ricorrono questo tipo di produzioni coreane: non ha alcun tratto davvero caratterizzante oltre quello che ci si aspetta da una come lei. Sull’altro fronte i mostri, quando smettono di essere così misteriosi, sono introdotti di malagrazia con tutta una serie d’informazioni piazzate nel finale per anticipare un secondo capitolo che sgonfiano ancora di più una narrazione mai veramente tesa e bilanciata. Ne risulta un film che spesso usa i suoi personaggi per infilare il più alto numero possibile di sequenze spettacolari, senza però tessere una storia altrettanto grande.

È questo aspetto che ho trovato particolarmente irritante di Hope: è un buon film sì, ma non abbastanza per rompere quello stereotipo legato al cinema spettacolare di genere, che anzi rafforza. Non è un film che spiega chiaramente come si possa tenere insieme una trama minimalista a grana grossa per dare la priorità all’azione e al movimento, facendo però in modo di tirare dentro a livello emotivo lo spettatore. La storia, raffazzonata e con dei tempi comici troppo dilatati (talvolta fino a rendere certe svolte prevedibili) anzi rafforza quella dicotomia che vuole il cinema “serio” raccontare di tematiche importanti e il cinema d’azione divertirsi a fare i botti più grandi di tutti, senza avere nulla da dire. Hope invece avrebbe molto da dire, considerando il luogo peculiare dove è ambientato e come si presti questa sua misteriosa invasione a essere letta in questo preciso periodo storico. Il problema è che la netta impressione è proprio che Na Hong-jin non sia interessato ad andare oltre un certo grandeur visivo, a sfondare certi perimetri tecnici e industriali del cinema coreano. In questo senso, purtroppo, il paragone che ha più senso è quello con Avatar di James Cameron, che ha una storia parimenti derivativa e superficiale proprio perché a interessargli è altro.
Voto
Redazione

Hope, può la Corea fare action migliori degli Stati Uniti? La recensione del blockbuster fantascientifico dal Festival di Cannes
Difficile immaginare di non ritrovare Hope nel palmarès finale, considerando che alla guida della giuria c’è il connazionale Park Chan-wook e che ha tirato fuori alcune delle sequenze registiche più entusiasmanti dell’edizione. Il vero rammarico è che non abbia dalla sua, se non a sprazzi, delle storie e dei personaggi all’altezza della sua straordinaria dimensione visiva e del suo dinamismo. Piacerà moltissimo a chi dall’action vuole grande sofisticazione dal punto di vista visivo o a chi ritiene che il cinema come spettacolo tecnico non abbia bisogno di grandi motivazioni narrative per stare in piedi.


