Agata Christian è una grande occasione sfumata di tornare a fare un bel film giallo all’italiana

Il detective svogliato e geniale di Christian De Sica, “omonimo” di Agatha Christie, è più che altro una chance mancata di tornare a fare del giallo all’italiana.

di Elisa Giudici

Che Agata Christian sia la scopiazzatura quasi urlata di Knives Out era più che evidente a tutti, sin dalle primissime immagini promozionali del ritorno alla regia di Eros Puglisi, che firma anche la sceneggiatura insieme ad altri tre colleghi. Un piccolo team di scrittori alle prese con un tentativo in realtà non inedito per il regista. Chi ha buona memoria e conoscenza del cinema italiano ricorderà infatti che Puglisi ha tentato a più riprese di riportare in sala il cinema di genere nei decenni scorsi.

Copiare Knives Out non è una brutta idea...

Tra poliziotteschi degli anni ‘70 e thriller d’inizio millennio, quello degli omicidi e degli investigatori è un filone popolarissimo anche in Italia, per non entrare nel novero di commissario, preti investigatori e procuratori del piccolo schermo. Agli italiani insomma piace investigare via schermo, ma per qualche motivo da anni è molto difficile farlo al cinema, se non rivolgendosi all’offerta straniera, che dalla Francia agli Stati Uniti è sempre stata molto ricca. Puglisi e i suoi produttori dunque hanno ragione, quantomeno nei loro presupposti produttivi: in Italia c’è spazio per un franchise cinematografico con un detective che investiga nella cornice di un classico giallo all’inglese, con i sospettati bloccati in una grande magione e uniti da antichi segreti e inconfessabili verità.

Si potrebbe anzi cogliere l’occasione della voluta assenza del modello a cui palesemente “s’ispira” Agata Christian nelle sale (dato che Netflix ha appositamente acquisito i diritti dei futuri capitoli del franchise di Knives Out per privare gli esercenti di una saga potenzialmente fruttuosa e infinita considerando i numeri che fece il primo capitoli in sala), per creare un successo commerciale di lungo corso. Tutto questo scenario ideale però naufraga sulla scogliera di ciò che Agata Christian purtroppo si rivela: una scopiazzatura con un pugno d’intuizioni genuinamente divertenti, un briciolo d’inventiva ma la decisione galeotta di rifarsi alla commedia scollacciata e iper tradizionalista italiana, per giunta facendolo male, malissimo.

...ma bisognava copiare meglio

Seguiamo dunque Christian Agata (Christian De Sica), il criminologo più famoso d'Italia, nel maniero valdostano di Carlo Gulmar (Giorgio Colangeli), patron di una celebre ditta di giocattoli assurta al successo grazie a un gioco in scatola in stile Cluedo chiamato il Crime Castle. Insomma, gli sceneggiatori si devono proprio essere detti: già che siamo intenti a copiare, facciamolo da tutto il settore giallo, trasversalmente. In realtà il contorno del gioco in scatola, tra pedine, tabellone di cartonato e lancio di dadi, è molto stuzzicante: Christian Agata è stato ingaggiato per essere il protagonista di uno spot pubblicitario della nuova versione del gioco, ma ovviamente mentre si trova al maniero, dopo una serata di minacce familiari incrociate, Carlo viene trovato morto, con la testa affondata in una generosa porzione di Torta Saint Honoré  Il criminolo deve così indagare per assicurarsi di vedere pagato il proprio cachet di attore.

Da qui si segue il prevedibile, rodatissimo copione del genere: emergono misteri e segrete identità, con il “supporto” dell’imbranatissimo brigadiere e fan Gianni Cuozzo (Lillo Petrollo), si arriverà al finale in cui Agata riunisce i sospettati in un'unica stanza e ricostruisce le mosse dell’assassino. Dato che il caso, pur banalissimo, è comunque attentamente congegnato, ci sarebbe spazio per un film quantomeno dignitoso.

Certo viene quasi da piangere al pensiero che dal cast all star di Rian Johnson si arrivi da noi a uno in cui le super star sono Tony Effe (la recitazione non è propriamente il suo), Sara Croce (idem) e Ilaria Spada (come sopra) ma è proprio il tipo di film che più di ogni altro perdona un ensemble tanto variegato quanto altalenante per qualità recitativa. Il problema è che, non si capisce perché, si sono voluti abbinare a questo genere e a questa storia tutti gli stereotipi (retrogradi) della peggior commedia scollacciata e volgare.

Così in un contesto di famiglie imprenditoriali milionarie e aristocratici detective si scivola continuamente nella calata romana per buttar lì le espressioni più volgari possibili nella speranza di strappare una risata, con qualche timida sbirciatina delle grazie delle attrici alla Bagaglino e un’inspiegabile livore verso gli animali. Il povero Petrollo, forse l’unico qui che s’impegna davvero, è costretto a interpretare questo sfortunatissimo brigadiere continuamente attaccato dai più improbabili e pericolosi animali, alcuni palesemente fuori luogo in Valle d’Aosta, alcuni ancor più fuori luogo per l’orrenda fattura dell’effettistica visiva con cui vengono realizzati, non si capisce bene perché, di nuovo. Gli avvoltoi e i ragni velenosi in Valle d'Aosta? Più che per i suoi genitali, morsi da un cagnetto per interminabili minuti, è doloroso per lo spettatore assistere a questa gag imbarazzantissima, nel silenzio della sala.

Agata Christian in buona sostanza è ben sintetizzato dal suo protagonista: un Christian De Sica che interpreta con molta noia un investigatore ugualmente sprezzante e annoiato, con delle uscite tranchant più che audaci fastidiose. Un protagonista lontanissimo dal lavoro fatto da Daniel Craig, poco coerente e davvero pigro nella sua costruzione "all'italiana". Non ci crede lui e non ci crede chi ha pensato che bastasse mettere Christian De Sica nei panni della caricatura di sé stesso per portare a casa questo film, che subisce anche una fattura davvero misera, nonostante Puglisi con la sua regia tenti il possibile per dare verve, brio e vivacità a una storia mortalmente affondata dal muoversi in direzione esattamente opposta a quella di Knives Out.

Infatti laddove Johnson ha reso il suo franchise giallo pop, capitolo dopo capitolo, una riflessione continua sulle storture della democrazia statunitense, con un piglio progressista non da poco, Agata Christian incarna tutto il fastidio, la misoginia e lo sprezzo di quanti vivono male i pochi cambiamenti nel sentire della società che ci separano dall’atmosfera e dalla morale dei cinepanettoni. Che, senza voler entrare nel sacrilego, per lunghi anni hanno fatto ciò che tenta di fare sul fronte comico Agata Christian, strappandola qualche risata ma in maniera più curata, più convinta, più incisiva.