Chi vincerà a Venezia? Il Toto Leone più difficile in un'annata ricchissima di grandi film
Dopo una Venezia ricchissima di ottimi film, la corsa al Leone d'Oro diventa una scelta di campo: meglio privilegiare cinefilia o politica?
È un pronostico più difficile del solito quello che quest'anno la stampa tenta di fare dal Lido di Venezia. Se infatti in altre annate l'esercizio era quello di circoscrivere i titoli meritevoli e distribuirli nelle giuste caselle del palmarès, la sovrabbondanza di film di alto, talvolta altissimo livello vista nel corso di questa Mostra rende particolarmente difficile stabilire chi la spunterà. Ci sono un pugno di film la cui vittoria finale sarebbe difficilmente contestabile e prediligerne uno rispetto a un altro, più che un giudizio di qualità, stavolta è una scelta di campo. Tutti i favoriti meriterebbero la vittoria, per motivi differenti: sta ai giurati capire quali siano gli elementi da privilegiare nella scelta.
A poche ore dalla premiazione dunque un grande favorito stavolta non c'è, perché sono almeno quattro i titoli forti che lottano spalla a spalla per la vittoria. Molto dipenderà da quanto la giuria vorrà esporsi politicamente e da quanto, invece, darà peso all'intrinseco valore artistico delle opere, magari a discapito dei messaggi che portano con sé.
Un anno senza un vero favorito, perché i contendenti sono tanti
Se Gyllenhaal e i suoi decideranno di dare il Leone a un film espressione della massima qualità artistica vista al Lido e della capacità di innovare in campo cinematografico, ci sono due grandi film d'autore che potrebbero spuntarla. Le voci dell'ultima ora danno per favorito, ma di pochissimo, il film coreano Possible Love di Lee Chang-dong: un monumentale film di quasi tre ore, prodotto da Netflix con un quartetto di grandissime star coreane per protagonisti, che il regista di Burning ha pianificato e realizzato dedicandogli gli ultimi dieci anni della sua carriera. Le recensioni sono eccezionali e il film ha dalla sua il fatto di parlare anche, ma non solo, di un mondo del lavoro sempre più ostile alle classi operaie, mentre pochi ricchi vivono al riparo dalle conseguenze delle speculazioni finanziarie.
Ancora più monumentale e ardito è il russo Dau di Ilya Khrzhanovsky, regista che ha dedicato oltre vent'anni a questo gigantesco progetto, definito a più riprese "il Brutalist europeo" o "l'Oppenheimer sovietico". Il film, l'ultimo di una dozzina di pellicole sperimentali montate a partire da oltre tre anni di girato in una cittadella costruita in Ucraina, racconta infatti la vita del premio Nobel per la fisica Lev Landau, uno degli scienziati coinvolti nel programma atomico sovietico. Dau è un grande affresco storico e una pellicola visionaria, che ripercorre genio e sregolatezza del suo protagonista, oltre a essere un racconto composito e brutale delle violenze e delle repressioni esercitate dal regime sovietico sul mondo della scienza e sul protagonista stesso.
Di poco più indietro in termini qualitativi, ma decisamente più commerciale e non meno entusiasmante, c'è Wild Horse Nine di Martin McDonagh, che presenta il suo film più maturo e solido dopo i passaggi veneziani di grande successo Tre manifesti a Ebbing, Missouri e Gli spiriti dell'isola. Anche in questa commedia nera, a ben vedere, c'è una dura condanna a un governo che manipola le vite dei suoi cittadini: quello statunitense, di cui si ricostruiscono le interferenze nel Cile di Allende alla vigilia del colpo di Stato di Pinochet e dell'instaurazione della dittatura militare sostenuta dagli Stati Uniti. Del film si è molto parlato, oltre che per la grande scrittura e l'affascinante ambientazione sull'Isola di Pasqua, per la grande interpretazione crepuscolare di John Malkovich, che sembra già avviato verso la corsa agli Oscar.
Se il Leone d'Oro diventa una scelta politica
Se però la giuria volesse far pesare anche un forte messaggio politico, potrebbe convergere sul titolo che ha raccolto qualcosa come venticinque minuti di applausi: NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor, un raggelante reportage giornalistico che ricostruisce il genocidio in Palestina attraverso le voci di esponenti dell'apparato militare e dell'intelligence israeliana, intervistati sui tetti di Tel Aviv mentre raccontano i meccanismi e le tattiche impiegate dall'IDF nella guerra a Gaza.
Non succede di frequente che la vittoria finale vada a titoli così politicamente schierati e polarizzanti. Se la giuria dovesse spaccarsi tra i sostenitori dell'opzione artistica e quelli del messaggio politico, come spesso accade, potrebbe invece tentare di arrivare a una soluzione di compromesso, uscendo dai reciproci veti incrociati con un film il più neutro possibile, che metta d'accordo tutti come seconda o terza scelta. Look Back di Hirokazu Koreeda, delicato dramma adolescenziale che racconta l'amicizia di due ragazzine giapponesi accomunate dalla passione e dal sogno di diventare autrici di manga professioniste, è il film emotivamente più potente e commovente dell'edizione e potrebbe davvero mettere d'accordo tutti. Se invece la Mostra continuerà a dimostrarsi gerontofila come è stata negli ultimi anni, la sorpresa potrebbe arrivare da Werner Herzog, grande documentarista tornato alla fiction con Bucking Fastard: un film imperfetto, sì, ma di gran cuore e grande immaginazione, che potrebbe rivelarsi l'occasione giusta per omaggiare il maestro.
Non solo Leone: tutti gli altri premi da assegnare
Stando così i pronostici, Italia e Francia sarebbero fuori dai giochi per i premi più importanti, ma non bisogna dimenticare che questo discorso è applicabile solo al Leone d'Oro e ai suoi possibili vincitori. C'è tutto un palmarès da riempire, dove inevitabilmente entreranno in gioco anche le ambizioni degli interpreti con le Coppe Volpi. Questo potrebbe essere uno degli ostacoli più grandi a un Leone per McDonagh: Malkovich sembra infatti il vincitore naturale della Coppa Volpi maschile come miglior attore e, anche se il regolamento consente eccezionalmente di cumulare il premio con il Leone d'Oro, per farlo servirebbe l'unanimità della giuria.
C'è poi il Premio Marcello Mastroianni per i giovani interpreti, che sembra quasi cosa fatta per una delle ragazzine protagoniste di Look Back. Se NAZA si rivelasse troppo politico per conquistare il Leone d'Oro, potrebbe diventare un ottimo candidato al Leone d'Argento - Gran Premio della Giuria, come lo è stato The Voice of Hind Rajab lo scorso anno. Dau, invece, potrebbe diventare un meritato Premio Speciale della Giuria per un film contro cui, a inizio Mostra, è arrivata una protesta formale da parte delle autorità ucraine per la sua presenza in concorso.
Senza dimenticare, naturalmente, che la giuria potrebbe aver focalizzato la sua attenzione su qualche titolo trascurato dalla stampa, mandando all'aria tutti questi pronostici. Lo scopriremo tra qualche ora in Sala Grande, dove verrà incoronato il vincitore dell'83esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia.