Cannes, dov’è finita la Palma? Il toto vincitore e il bilancio di un’annata non stellare in Croisette
In una Cannes non esattamente stellare in termini qualitativi, La Bola Negra viene considerato da molti il super favorito, ma attenzione a Minotaur e Fatherland.
Non è stata un’annata memorabile sulla Croisette. Guardando le griglie della critica internazionale, le reazioni a caldo e il clima che si respira tra stampa e addetti ai lavori, il giudizio sembra piuttosto condiviso: il concorso di Cannes 2026 ha offerto diversi buoni film, ma pochissimi titoli realmente destinati a lasciare il segno come accaduto l'anno scorso (un'annata media) con Un semplice incidente, Sirat o Sentimental Value.
Un risultato che suona tanto di paradosso. Mentre Hollywood sembra sempre più intenzionata a emanciparsi dal circuito festivaliero per lanciare i propri potenziali contender agli Oscar (basti pensare a Una battaglia dopo l’altra, Sinners o Marty Supreme) il cinema internazionale continua invece a trovare proprio a Cannes il trampolino decisivo per imporsi globalmente. Stavolta però a mancare sono stati proprio i film davvero entusiasmanti e non ci sono stati nemmeno troppi film capaci di mettere tutti d'accordo: potrebbe rivelarsi un problema in un momento di braccio di ferro tra Hollywood e Cote d'Azur come questo. Soprese, insomma, se ne sono viste poche e tutte fuori concorso.
I grandi autori e il poco cinema anglofono presente hanno funzionato a Cannes, male i francesi
I grandi autori presenti in concorso hanno raramente sbagliato, ma quasi nessuno ha davvero entusiasmato. Cristian Mungiu con Fjord, Pawel Pawlikowski con Fatherland e Andrej Zvjagincev con Minotaur hanno firmato opere solide, controllate, spesso molto eleganti, ma prive di quella scintilla che trasforma un ottimo film in un evento. Tra questi, Fatherland e Minotaur sono probabilmente i due lavori più maturi e compiuti dell’intera selezione, candidati forti alla vittoria finale. Interessante anche il fatto che siano tra i pochissimi film del concorso ad affrontare il presente senza rifugiarsi nella metafora storica o nella distanza del passato. Al contrario, gran parte del cinema europeo visto quest’anno sembra aver preferito rileggere l’oggi attraverso memorie collettive, guerre e traumi storici ormai lontani.
Più debole del solito è invece parso il cinema francese, sorprendentemente privo di un vero frontrunner. I titoli che hanno raccolto il consenso maggiore sono stati Notre Salut e Moulin, due opere accomunate dal ritorno ai fantasmi della Francia di Vichy e al tema della responsabilità collettiva di fronte all’ascesa dell’estrema destra. Un discorso evidentemente molto contemporaneo, che però non sembra aver prodotto il film destinato a dominare il palmarès.
Il poco cinema americano e anglosassone passato sulla Croisette ha invece convinto quasi tutti, pur senza particolari slanci. Ira Sachs con The Man I Love e James Gray con Paper Tiger hanno confermato la loro solidità, scegliendo però strade molto classiche e poco sorprendenti. Ottima l’annata del cinema tedesco, grazie anche alla straordinaria prova della protagonista di The Dreamed Adventures Yana Radaeva.
È stata una Cannes molto queer, dentro e fuori il concorso
Dove Cannes 2026 sembra invece aver trovato un’identità precisa è nel racconto queer e nelle opere delle generazioni più giovani. Non è un caso che due dei film più discussi del festival siano proprio Coward di Lukas Dhont e La Bola Negradei Los Javis, entrambi ambientati sullo sfondo delle guerre mondiali e interessati a esplorare la costruzione della mascolinità, il desiderio e la performatività dell’identità maschile.
Tra i due, La Bola Negra è probabilmente il film più ambizioso e chiacchierato dell’intera edizione. Prodotto da Pedro Almodóvar, sostenuto da una macchina critica molto forte e amatissimo da parte della stampa internazionale, resta il candidato più naturale alla Palma d’Oro. Allo stesso tempo, però, è anche un’opera vistosamente irrisolta, eccedente, incapace di contenere davvero tutte le proprie ambizioni narrative e simboliche.
Coward, al contrario, è forse il film più elegante e compiuto tra quelli passati in concorso diretto da un giovane autore: rigoroso, controllatissimo e molto più preciso nel modo in cui intreccia guerra, desiderio e spettacolo. Proprio per questo potrebbe finire per diventare il classico titolo premiato “di lato”, magari con un riconoscimento alla regia o agli interpreti.
La sensazione generale è che la vera qualità dell’annata si sia vista soprattutto nelle sezioni collaterali. In Un Certain Regard il consenso della critica sembrava andare compatto verso Everytime, salutato da molti come il miglior film del festival, ma alla fine a vincere è stato Teenage Sex and Death at Camp Miasma di Jane Schoenbrun, che ha portato a casa anche la Queer Palm.
Molto forte anche la presenza queer fuori concorso: Club Kid ha conquistato il pubblico con il suo equilibrio tra cultura clubbing, ironia e melodramma familiare, mentre il sorprendente film animato Jim Queen ha trasformato la scena gay parigina in una commedia anarchica e volutamente eccessiva, a metà tra South Park e Rick & Morty. Tra le rivelazioni del festival va citato anche Gradiva, coming of age ambientato durante una gita scolastica in Campania che ha ricordato a molti la delicatezza emotiva di Un anno difficile e certo miglior cinema adolescenziale francese recente. Sarà probabilmente questo titolo a vincere la Camera d'Or come miglior opera prima.
Il Toto Palma 2026
Palma d’Oro: Minotaur / Fatherland
Grand Prix: La Bola Negra
Premio della Giuria: All of a Sudden
Miglior Regia: Lukas Dhont, Coward
Miglior Sceneggiatura: Cristian Mungiu, Fjord
Miglior Attore: Swann Arlaud, Notre Salut
Miglior Attrice: Yana Radaeva, The Dreamed Adventures
Resta però la sensazione che quest’anno la giuria possa sorprendere più del solito. Proprio l’assenza di un capolavoro unanimemente riconosciuto rende il palmarès particolarmente aperto, con diversi titoli che potrebbero improvvisamente trovare spazio nelle categorie principali.