Disney compie 100 anni: come Walt Disney ci ha cambiato per sempre

Nell'ottobre 1923 Walt Disney fondava con il fratello Roy un piccolo studio per produrre corti animati. Nel secolo successivo, la sua Disney è stata in grado di cambiare il mondo e la storia, probabilmente per sempre.

di Elisa Giudici

C'è chi lo definisce regno, chi si spinge a chiamarlo impero: un secolo dopo essere stata fondata Disney è un'entità che somiglia più a una nazione che a un'azienda per presenza, potenza e pervasività sul nostro immaginario e sulle nostre vite.

Sono passati solo 100 anni da quando il concetto di Disney è nato, eppure è già impossibile racchiudere in un film, in un libro, figuriamoci in articolo come questo la grandezza di ciò che è stato costruito. In un solo secolo Disney da cognome è divenuta prima azienda, poi marchio, poi ancora un potentissimo simbolo, portatore d'ideali e valori che tutti, a partire dai bambini, apprendono e intuiscono quasi a livello istintivo.

Gli inizi, Topolino e la golden age

È difficile nel 2023 pensare a un mondo senza Disney, senza Topolino. Qualche decennio prima non esisteva nemmeno la dimensione video, il cinema. Qualche anno dopo un giovane statunitense amante dell'animazione di nome Walt e il fratello Roy decise di fondare un piccolo studio d'animazione. Walt voleva realizzare un corto divertente e scelse per protagonista un animaletto che si muoveva e parlava come un essere umano; un topolino, appunto. La leggenda vuole che a ispirarlo fu un topo vero, dato che all'epoca Walt era ricco di sogni e aspirazioni, ma non di denaro e negli spazi in cui abitava e lavorava poteva far capolino qualche roditore.

Il piccolo topo, grandi orecchie tonde e nere, vestito di tutto punto, guidava fischiettando un battello a vapore: Walt lo chiamò Mickey. Animato a mano, realizzato in bianco e nero, "Steamboat Willie" durava meno di 8 minuti.


All'epoca così come oggi il mondo dell'animazione aveva una dimensione internazionale: in quello stesso momento si animavano opere simili in Russia, in Europa, in Asia. Walt però ci mise l'estro, l'inventiva, la visione e la mentalità statunitense. Raccolto il primo successo, fuse la sua arte con una precisa visione di business e un'ambizione artistica crescente. Le zone d'ombra della sua vita e della sua psiche, l'influenza di fiabe, figure storiche e delle architetture europee, la volontà di creare cinema di qualità capace di parlare ad adulti come ai piccini.

Disney produce e realizzata una decina di corti con Topolino protagonista, ma le innovazioni tecnologiche del settore dell'animazione lo portano a sognare di realizzare un lungometraggio. Concorrenti e familiari gli danno del folle, Walt rischia la bancarotta ma stringe i denti, strappa un prestito alla Bank of America a metà lavorazione e nel 1937, dopo due anni difficilissimi di lavorazione, mostra al mondo "Biancaneve e i sette nani": il primo lungometraggio animato in technicolor con sonoro in lingua inglese della storia.

Il successo è travolgente, ma macchiato dalla perdita della madre. Walt si ritrova così a piangere la genitrice, morta in un incidente nella casa che lui stesso le aveva regalato, mentre fonda i suoi Disney Studios a Burbank e dà il via al suo canone animato: seguono dieci anni di successi.

Fantasia e Disneyland

Sempre incline a prendersi rischi considerevoli, Walt Disney sfiorò qualche anno dopo un secondo, catastrofico, fallimento: nel 1940 infatti "Fantasia" - antologia di otto corti animati punteggiati da una colonna sonora classica - si rivela un insuccesso clamoroso. Disney Studios viene salvato dagli incassi del successivo "Dumbo", mentre i critici sottolineano l'avventatezza di Walt, coinvolto come produttore nell'opera.

Alla lunga però, ancora una volta, Disney si dimostra un genio innovatore: "Fantasia" in pochi anni viene rivalutato, ridistribuito, diventa il pinnacolo artistico della sua carriera, uno degli esempi più alti e nobili mai realizzati di cinema d'animazione. A oggi Walt Disney è ancora la persona ad aver vinto più premi Oscar in assoluto nella sua carriera: 26 statuette, 59 nomination. Un risultato ottenuto in 34 anni di carriera, seguito poi da una selva di statuette e riconoscimenti vinti dal suo studio d'animazione, ben presto allargatosi alla cinematografica live action, con attori in carne e ossa.

Walt Disney ha scritto pagine essenziali per il concetto stesso di cinema d'animazione: idee, giudizi e spesso pregiudizi (come il fatto che ciò che viene animato è destinato al pubblico dei più piccoli) derivano in buona parte dall'inquantificabile impatto che la sua opera ha avuto su generazioni di figli e nipoti nell'ultimo secolo. Narratore dotatissimo, traditore per eccellenza, Disney ha plasmato fiabe secolari in una forma così potente sull'immaginario collettivo da essere considerata oggi quella canonica, classica, con buona pace dei fratelli Grimm, Giambattista Basile e soci.

Accanto all'attività di sceneggiatore, regista e produttore però c'è quella di uomo d'affari e visionario, vero e proprio. Walt Disney non avrebbe creato Disney così come la conosciamo oggi se non fosse somigliato così tanto agli imprenditori e magnati che la storia contemporanea ha assurto a icone.

Diviso tra una fanciullezza esaltata e ricercata anche da adulto e una visione oggi diremmo "di branding" avanti anni luce nel futuro, Disney cominciò a pensare a un parco divertimenti legato all'universo immaginario che stava plasmando già negli anni '30. Mentre le figlie giocavano su un carosello con i cavalli, Disney si chiese perché le giostre e i "parchi elettrici" (antesignani dei moderni parchi divertimento) dovessero essere riservati ai più piccoli.

Nel 1955 aprì Disneylandì in Florida. Ancora una volta Walt si era riempito d'ipoteche per trovare i 17 milioni di dollari (una cifra astronomica per l'epoca) per portare a termine il progetto. Capì subito l'importanza di raccontare alla televisione il progetto, che il resto di Hollywood bollò come l'ennesima follia di Walt. Nel giro di un anno le ipoteche vennero estinte e Disney divenne una compagnia vera e propria, che poteva fare affidamento non solo sugli incassi dei film, ma anche su quelli dei parchi divertimenti.

Sarebbero seguiti altri parchi in tutto il mondo oltre al redditizio business delle crociere e una galassia di attività parallele di divertimento e svago a marchio Disney che sono ancora oggi la risorsa economica principale dell'azienda.

La morte di Walt, la seconda golden age

Walt aveva plasmato la sua Disney in maniera così potente e solida che, seppur con qualche difficoltà, la sua azienda riuscì a sopravvivergli. Nel 1966 Walt si spegne, ma Disney continua a prosperare: l’impronta inconfondibile del suo fondatore ha plasmato un'identità fortissima per il suo marchio, ormai divenuto familiare ai quattro angoli del globo.

Familiare, propositiva, rassicurante: Disney diventa il punto di riferimento delle famiglie americane e non per il tempo libero e lo svago con i propri rampolli, al cinema e in vacanza e in TV. Il canone animato continua a prosperare, anche se con più chiaroscuri, più fallimenti e passi falsi. Dal cinema i personaggi di Walt passano alla TV, tengono compagnia anche nelle case ai più piccoli, crescendo generazioni con i cartoni, i telefilm, gli spettacoli educativi di Disney Channel, che finirà per crescere una generazione e più d’icone della musica pop: Britney Spears, Justin Timberlake, Miley Cyrus.

Comincia l'era dei CEO e delle lotte di potere a Street: servono grandi capitani coraggiosi per guidare una creatura mastodontica, una vera potenza economica, sempre più somigliante a un impero mediatico, un formidabile strumento di soft power a livello internazionale. Disney diventa sinonimo d'animazione e l'animazione statunitense diventa per tanti, summa dell’intrattenimento per ragazzi in sé e per sé.

La parte finanziaria e quella creativa danno il via a un contrasto economico e creativo che per decenni cerca una quadra. L'eredità artistica di Disney e la potenza economica dei suoi studios portano però buona parte dei più brillanti creativi a bussare alle porte dell’azienda, a salire a bordo. Negli anni '90 si apre una nuova epoca d'oro, una nuova informata di classici Disney animati di altissimo livello: sarà il canto del cigno dell’animazione tradizionale, 2D, analogica. Disney si fa trovare pronta a modernizzare i suoi messaggi e le sue metodologie d'animazione, anche se sono altri a guidare le avanguardie. Al momento giusto però Disney ha la lungimiranza e la forza di fuoco di poterli annettere alla propria identità.

Il nuovo millennio e l'epoca delle grandi acquisizioni

La generazione Z è cresciuta senza saper distinguere chiaramente tra Disney e Pixar, a differenza delle precedenti, che hanno vissuto il momento in cui lo Studio della Lampadina ha preso le redini dell'innovazione creativa e artistica nel campo dell'animazione.

L'acquisizione di Pixar, ultimata nel 2006, oggi appare come l'inizio di una nuova fase per Disney: quella delle acquisizioni di grandi franchise, fino a diventare un mastodonte, un impero dell'intrattenimento così trasversale e ramificato che alle volte l'impressione è di non riuscire mai a uscire dai suoi confini.

Nella storia di Pixar sembra esserci già l'incipit di ciò che sarebbe stato. Fondata da George Lucas nel 1979, acquisita da Steve Jobs negli anni ‘80, capitanata da John Lasseter nel pinnacolo creativo della sua carriera, Pixar è stata quel che Walt Disney ha rappresentato per l'animazione tradizionale in campo digitale.

Dal 1999 con l'assistenza, spesso sgradita, di Disney, ha spinto sempre più in là le possibilità del digitale, ponendosi in contrasto per tecniche d'animazione e narrazione con la Casa del Topo, ma dividendo i profitti con la stessa. Nonostante mille dissidi sulla ripartizione degli incassi al botteghino e lo scontento di Steve Jobs, alla fine Pixar non è più uscita dall'abbraccio Disney, venendo acquisita per la cifra esorbitante di 7,4 miliardi di dollari.

Un risultato che a molti apparve inevitabile, ma che pochi capirono avrebbe portato nel giro di un decennio all'acquisizione della stessa Lucas Film e del suo franchise principe: Star Wars. Un’acquisizione impensabile 20 anni fa, per giunta affiancata alla scommessa trasformata nel paradigma della cinematografia attuale con supereroi dei Marvel Studios.

Difficile, dunque non parlare di un impero guardando oggi a Disney, con la sua piattaforma proprietaria di streaming Disney+, le sue emittenti TV (a parte da Abc), il controllo di buona parte delle sale cinematografiche statunitensi, le voci ricorrenti che possa mangiarsi questa e quell'altra entità, a partire da Netflix, unico servizio streaming senza una megapotenza aziendale dietro.

Nel mezzo sono intercorse, spesso lontano dai riflettori, lotte intestine degne di un telefilm alla "Succession", incredibili successi ed epocali fallimenti, scontri aperti tra artisti e management, continue commistioni con la politica e, ovviamente, la finanza.

Cento anni fa Disney scriveva le prime frasi di quello che forse, più di tutti, è il più celebre Grande romanzo americano del Novecento. Difficile che, cento anni dopo, smetta di scrivere la Storia con la S maiuscola e quella di milioni di famiglie e d'infanzie.