The Paper, recensione dello spin-off di The Office: ridere di un’istituzione che si sgretola

Una redazione in declino, tra idealismo ostinato e comicità ereditata. La forma resiste, il rischio resta basso!

di Biagio Petronaci

C’è un’idea chiara, quasi programmatica, alla base di The Paper: riprendere la grammatica mockumentary che ha reso familiare un certo modo di intendere la sitcom e spostarla in un territorio in cui la commedia, per definizione, inciampa su una materia già tragicamente esposta. La troupe che aveva documentato la Dunder Mifflin torna in scena e trova un nuovo soggetto: il Toledo Truth-Teller, quotidiano del Midwest in declino, oggi ridimensionato e costretto a convivere con la prosaica economia della carta “utile” (toilet tissue incluso) all’interno della stessa cornice aziendale. Ne nasce uno spin-off che, almeno nelle intenzioni dichiarate, non vuole limitarsi a replicare un comfort format, ma ambisce a farlo reagire con l’erosione contemporanea del giornalismo locale. Ecco la nostra recensione di The Paper.

The Paper è un mockumentary che conosce bene il proprio DNA

The Paper si colloca esplicitamente nell’universo di The Office e ne eredita la caratteristica più riconoscibile: lo sguardo della macchina da presa come presenza attiva, la confidenza in camera, la coreografia degli sguardi, l’attrito costante tra ciò che si dice e ciò che si pensa davvero. Il problema, quando si lavora su un sistema così codificato, non è l’eco, ma l’automatismo. La serie sembra saperlo. L’unico ponte narrativo dichiaratamente diretto è Oscar Martinez, mentre il resto del cast nasce per reggere in autonomia. È una scelta prudente e, allo stesso tempo, rivelatrice: The Paper vuole essere riconoscibile senza risultare “dipendente”, ma non può evitare che lo spettatore legga ogni deviazione come un confronto.

Nei momenti migliori, quella familiarità diventa una scorciatoia intelligente per comprimere il tempo dell’adesione e portare subito l’attenzione sul nuovo ambiente: la redazione impoverita, la convivenza tra carta stampata e online e la pressione del clickbait. Nei passaggi meno riusciti, la stessa scorciatoia rischia di trasformarsi in una modalità di consumo: si guarda per ritrovare un ritmo già interiorizzato, più che per scoprire un’identità davvero nuova.

The Paper: tema, ambientazione e trama

L’ambientazione è la scelta più interessante. Un giornale storico ridotto a pochi dipendenti, stretto tra precarietà e sopravvivenza, con una presenza digitale che scivola verso il sensazionalismo e un’edizione cartacea che vive anche di materiale d’agenzia. La serie dichiara di voler mettere in scena il tentativo di “fare informazione di qualità” senza mezzi, risorse e formazione adeguati, affidandosi perfino a reporter volontari. È un’idea drammaticamente attuale, ma The Paper la maneggia con l’istinto della sitcom: la premessa produce situazioni, caos, un’energia da underdog story che cerca calore e riconciliazione più di quanto cerchi vera inquietudine.

Qui sta il nodo critico. Il giornalismo locale, raccontato come istituzione insieme “necessaria” e morente, avrebbe la capacità di introdurre contraddizioni che non chiedono soltanto empatia, ma anche giudizio. The Paper tende invece a stemperare, preferendo l’affetto per i suoi personaggi alla radicalità della diagnosi. Non è un difetto in sé: è una linea editoriale. Ma è anche ciò che può farla apparire più prudente di quanto la sua materia prometta.

Ned Sampson ed Esmeralda Grand: la serie vive nello scontro di registro

Ned Sampson arriva come nuovo caporedattore con entusiasmo per il “buon vecchio giornalismo su carta” e con un idealismo che la serie riconosce come potenzialmente fuori tempo massimo. È una figura progettata per generare attrito: crede nella missione, deve guidare un gruppo poco preparato, si scontra con logiche aziendali e con chi ha trasformato l’online in una fabbrica di contenuti. Il rischio è che questo idealismo diventi una posa narrativa, un motore retorico che non si sporca abbastanza. La serie sembra consapevole della possibile ingenuità del suo protagonista e prova a complicarlo, ma la sua funzione primaria resta quella di catalizzatore: qualcuno deve volerci credere perché lo spettatore possa sperare che la redazione non collassi.

A far vibrare davvero la dinamica, però, è Esmeralda Grand, direttrice editoriale del giornale e di TTT Online, descritta come eccentrica e manipolatrice, pronta a sabotare l’arrivo del nuovo caporedattore dopo essere stata retrocessa. Esmeralda è una forza centrifuga: spinge la serie verso una comicità più aggressiva, più teatrale, più scoperta. Questo crea insieme un vantaggio e un problema. Il vantaggio è evidente: quando un personaggio impone un ritmo, la scena prende fuoco. Il problema riguarda l’equilibrio del mondo narrativo. Una presenza così caricata, in un contesto che vorrebbe anche raccontare l’agonia del giornalismo locale, può diventare una scorciatoia di energia che non sempre si integra con la credibilità della redazione e dei suoi conflitti.

The Paper sembra costruire parte del proprio fascino proprio su questa frizione: la commedia come deformazione e, sotto, un’idea malinconica di istituzione che si sgretola. Funziona quando la serie mantiene il controllo del registro; perde efficacia quando la deformazione diventa la soluzione predefinita.

The Paper è una “commedia di gruppo”, ma a che prezzo?

Il cast corale è ampio e l’impianto insiste sul gruppo: redazione ridotta, personale non editoriale trascinato nel lavoro giornalistico, incompetenza e buona volontà che coesistono. È una macchina tipica della workplace comedy: la comunità si costruisce per attrito e si salda nella condivisione del disastro. Qui The Paper gioca una partita delicata, perché la componente dei volontari non è neutra. Dentro una sitcom può essere un pretesto narrativo irresistibile; fuori dalla sitcom è una questione etica e strutturale. La serie, per quanto emerge anche dalla sinossi e dalla presentazione, preferisce restare sul versante umano e narrativo più che su quello problematico: questa scelta finisce per determinare la profondità del suo discorso sul lavoro culturale e sulla crisi dell’informazione.

Non significa che il tema sia assente. Significa che viene filtrato dalla necessità di far funzionare l’ensemble, di trovare un equilibrio tra il racconto di un’istituzione in declino e il bisogno di rendere quel declino guardabile, persino accogliente.

Ritmo e struttura di The Paper: dieci episodi possono bastare?

La prima stagione conta dieci episodi e, negli Stati Uniti, è stata pubblicata interamente il 4 settembre 2025. Questa struttura compatta, per una sitcom costruita su dinamiche di ufficio, produce un effetto immediato: tutto deve arrivare in fretta, soprattutto relazioni e trasformazioni. È una scelta che rende la visione scorrevole e compatta, ma che tende anche a comprimere la crescita dei personaggi, cioè ciò che tradizionalmente dà ossigeno al mockumentary seriale quando deve passare dall’idea iniziale a una vera longevità.

The Paper appare progettata per essere pronta all’uso, per restituire rapidamente allo spettatore la sensazione di un mondo già in funzione. È un vantaggio in termini di accessibilità. È un limite se ci si aspetta che la serie costruisca lentamente quelle crepe emotive e quelle ossessioni quotidiane che trasformano un’ambientazione in una seconda casa, come avevano fatto The Office, How I Met Your Mother e Friends.

Quando esce The Paper in Italia?

Per il pubblico italiano, il debutto è fissato al 26 gennaio 2026, in streaming su NOW e in onda su Sky Serie, con tutti gli episodi disponibili subito. Nello stesso pacchetto editoriale si inserisce anche l’arrivo di The Office su Sky e NOW dal 17 gennaio, con tutte le nove stagioni disponibili on demand.

Recensione di The paper: conclusione

The Paper ha un punto di forza evidente: sposta il mockumentary in un ambiente che possiede già, di per sé, una malinconia contemporanea. La crisi del giornalismo locale è un terreno denso, capace di restituire senso anche quando la battuta si spegne. La serie, però, sceglie di restare soprattutto nel perimetro della sitcom “calda”: conflitti gestibili, affezione ai personaggi e caos come collante.

È una serie che sembra sapere esattamente cosa vuole essere. Non una rivoluzione, ma una variazione consapevole. Il suo limite, fin qui, coincide con la sua strategia: quando l’identità dipende dalla familiarità del formato, la novità dovrebbe essere più feroce, più rischiosa.

The Paper spesso preferisce essere piacevole. E in un racconto che parla di un’istituzione che muore, la piacevolezza è una scelta… non sempre innocente.