The Crown è sempre stata una soap, ma ce ne siamo accorti solo ora

The Crown si conclude con la sesta e ultima stagione: una decisione saggia, considerando l’involuzione della serie serie Netflix.

di Elisa Giudici

A meno di ripensamenti, The Crown è ufficialmente finita: la vera Elisabetta II è morta, secondo alcuni portando con sé i postumi del Novecento. La sua controparte fittizia, quella con cui nuove generazioni ne hanno scoperto il passato, quella pensata a uso e consumo del pubblico Netflix internazionale (ma sopratutto statunitense) rimane invece immortale. Lo showrunner Peter Morgan aveva già fatto sapere che la serie si sarebbe fermata prima del matrimonio del principe William con Kate Middleton, prima della morte di re Filippo e ovviamente prima della dipartita della sovrana.

Fateci caso: è difficile plasmare una narrazione storica del presente senza inzaccherarsi o mettere il piede in fallo. Senza risultare ovvi nei propri scopi, nel proprio piano: senza dire più di sé che dei soggetto di cui si sta parlando. Non è un caso se la cinematografia contemporanea, spesso in crisi di domande e ancor più risposte, guardi così tanto ai decenni, addirittura ai secoli precedenti. Il passato, specie quello recente che ricordano solo le generazioni più attempate, è il campo di battaglia ideale per raccontare qualcosa che pensiamo di sapere, che ci suscita familiarità, ma che fatichiamo a giudicare proprio per la presunzione di una padronanza basata sulla nostra scarsa o errata memoria.

Perché The Crown non ci piace più come un tempo

Detto in parole semplici: nelle prime stagioni The Crown raccontava un’Elisabetta e un’Inghilterra che appare familiare perché un po’ l’abbiamo conosciuta sui libri di storia, tra i banchi di scuola, un po’ riecheggia continuamente in film e serie televisive, che sono a loro volta ricostruzioni con gradi di accuratezza e agende personali non sempre facili da valutare. Funzionava proprio per questo: perché riempiva dei buchi in una tela pre-esistente così rada che, senza capirlo, non potevamo che affidarci al suo racconto e anzi, lo sentivamo come logico, coerente. Se The Crown ci faceva capire che Elisabetta era stata coraggiosa, non avevamo elementi nostri per stabilire se fosse un dato storico o un’interpretazione, e anzi, scambiavamo il secondo per il primo.

Elisabetta II poi, come noto, è il vuoto perfetto per ogni sceneggiatore: una figura pubblica ancorché misteriosa, perché circondata da una vasta nebbia di leggende, gossip e malelingue, al centro di cui c’era una donna e una monarca la cui caratteristica più marcata era proprio la faccia da poker, la capacità di non lasciar trapelare nulla di proprie opinioni e giudizi**, lasciandoci il piacere di appiccicarle addosso i nostri.** Cosa che lo showrunner Peter Morgan ha fatto e ci ha lasciato fare, con una scrittura televisiva di vecchio stampo ma di alto livello nelle prime stagioni. Bellissimi, per esempio, gli episodi autoconclusivi sulle figure politiche al fianco della sovrana: Churchill, Tatcher e nell’ultima stagione Tony Blair.

Il pubblico ha dimostrato di amare la serie, poi ricoperta di premi ed entrata nel nostro immaginario reale dei Windsor come non succedeva dai tempi del film The Queen di Stephen Frears con Helen Mirren. La narrazione seriale che alimenta la narrazione storiografica, insomma. I più acuti però avevano già intravisto il limite di The Crown, accuratamente messo in ombra da una produzione sontuosa di Netflix e dal più stereotipico dei cast inglesi con tassi di dizione e capacità recitative da capogiro.


Lady Diana è stata lo spartiacque di The Crown

L’arrivo di Lady Diana nella serie ha segnato uno spartiacque perché ci ha fatto vedere il gioco di Morgan. La maggior parte della popolazione ha un ricordo personale di Diana, che nell’immaginario collettivo ha incarnato ruoli diametralmente opposti a seconda del giudizio che si dà della sua figura. Diana però non è mai stata un vuoto da riempire: la sua vita è costellata di fatti irrevocabili e dalla sua stessa opinione pubblicamente espressa in merito, oltre che di leggende e complotti (a cui la serie si abbassa a replicare, dimostrando tutta la sua debolezza).

The Crown ha rivelato da subito la difficoltà di conciliare il nostro ricordo, la nostra opinione, con quello che voleva dirci. L’arrivo di Diana non ha fatto apparire la Regina e Carlo come pavidi e profittatori, né tantomeno ha scalfito l’immagine pura e splendente che Diana mantiene ancor oggi presso l’opinione pubblica, nonostante alcuni elementi in aperta contraddizione con la stessa, sempre sulla scena, rimangano ben in vista.

Diana ha fatto apparire The Crown come una serie con le armi spuntate, perché finalmente si è scontrata con il muro di mattoni del nostro ricordo fresco, del nostro giudizio. La sesta stagione che arriva a lambire il presente rafforza l’impressione che, tutto sommato, The Crown sia la storia secolare di come la monarchia racconta sé stessa, aggiornata al medium più gradita dal pubblico in questo tempo: la serialità.

The Crown mette Harry e Kate tra i cattivi

Lo si capisce guardando la seconda parte della dell’ultima stagione, su cui grava un involontario presagio degli avvenimenti attuali. In parte voluto, con la puntata finale dedicata proprio alla monarca che riflette sulla sua propria mortalità. In parte inevitabile, come tutti i dialoghi tra William e Harry che puntano, volenti o nolenti, all’attuale rottura tra i due principi e figli di Diana e re Carlo. Più The Crown si avvicina al presente e più ciò che inventa ci appare come tale. Rimane in bocca l’amaro retrogusto di una soap che adotta una regia, un montaggio e una recitazioni sofisticate per non farsi riconoscere come tale.


La vita vera tende a non avere risoluzioni. The Crown invece ne trova una appagante per tutti i suoi personaggi. Quel che è peggio, Morgan sembra già aver deciso chi siano i buoni e i cattivi, i vincitori e i vinti. William è un vincitore, è il quasi protagonista della sesta stagione, vessato dal dover accettare il suo ruolo pubblico, il destino che vede pian piano prendere forma attraverso la nonna e il padre, costringendolo ad allontanarsi dal ricordo della madre. Anche Camilla è tra i buoni, forse tra i migliori: è forse la scelta narrativa più sorprendente e riuscita della sesta stagione.

I vinti sono Harry, il secondo della sua generazione, costretto al ruolo predefinito del ribelle e dello sciocco, senza però lo spazio e l’approfondimento che di cui ha goduto la sua madrina spirituale Margaret per tutta la serie (anche nell’ultima stagione).

Particolarmente straniante è poi l’inquadratura data al personaggio di Kate, che per capacità di tenersi per sé giudizi e riflessioni sembra la vera erede di Elisabetta II. The Crown riserva a lei e alla madre un ruolo sulla carta di una cattiveria e malizia infinite: le arriviste reali che incontrano Diana e William e puntano a piazzarsi al fianco di quest’ultimo. Se solo The Crown non incorniciasse tutto questo in una sorta d’imbarazzato racconto romantico, che non ha la compostezza del rapporto tra Lilibeth e il suo Filippo né l’attempata tragedia di quello di Carlo e Camilla.

Sul finale Morgan dipinge Elisabetta come l’ultima della sua specie monarchica in via d’estinzione. Filippo le dice, divertito, che loro non sentiranno le urla dei successori, inadatti al ruolo, perché saranno già sotto le pietre di Westminster. L’ultima della sua specie è invece The Crown: una serie dalla produzione magnifica e costosissima di quelle che Netflix non produce più, che ha smesso di funzionare quando il suo fulcro ha smesso di vivere e fungere da perno attorno a cui girare.

The Crown non ha mai indagato la Corona

Foschi presagi addensa Morgan sul futuro della monarchia che invece, tra scandali e scissioni profondissime, ha nel frattempo aperto anche una filiale statunitense, dimostrando anche anche gli americani non disdegnano di avere una loro succursale reale. The Crown d’altronde non ha mai indagato davvero la sostanza stessa di cui è fatta la corona del titolo. Si è limitata a ripeterci la propaganda di palazzo, l’eroico sacrificio del monarca che deve svestirsi della sua umanità per assolvere i suoi doveri.

Sette anni, sei stagioni e sessanta episodi a disposizione e The Crown non ha mai neppure messo a fuoco il sistema di privilegio e potere, il classismo che in Inghilterra mai è morto e anzi, sta tornando più vivo e rampante che mai, come ci raccontano altre produzioni inglesi meno blasonate, in tutti i sensi.

In cima alle classi, c’è sempre la famiglia reale. In cima a moltissime nazioni europee secolarizzate, democratiche e sempre più post religiose e post politiche, c’è ancora una famiglia reale, una corona. A The Crown la domanda scomodissima del perché le corone continuino a prosperare non è mai veramente interessata. Ci ha sfamato, ancora un volta, nutrendo la nostra inestinguibile curiosità di “cose reali”, titillando la nostra voglia di sentirci superiori al gossip da vecchie riviste da spiaggia, perché i medesimi contenuti erano presentati informa infinitamente più raffinata, esperta.