Sweetpea: la serial killer che non ti aspetti
Ignorata da tutti e tormentata da traumi vecchi e nuovi, la giovane protagonista di Sweetpea si trasforma in spietata assassina per placare la sua rabbia. Su Prime Video.
Rhiannon Lewis è una ragazza che non lascia traccia di sé. Passa inosservata tra i corridoi dell'ufficio dove lavora come assistente amministrativa per il giornale locale, ignorata da colleghi e superiori. Vittima di crudeli atti di bullismo durante gli anni scolastici, ha costruito la propria esistenza sull'invisibilità, rifugiandosi in un anonimato protettivo che le permette di sopravvivere senza essere ulteriormente ferita.
In Sweetpea, quando il padre ricoverato da tempo in ospedale muore e il suo cagnolino viene investito poche ore più tardi, qualcosa dentro di lei si spezza definitivamente. Il ritorno a Carnsham della sua ex carnefice delle superiori, Julia Blenkingsopp, ora affermata agente immobiliare pronta a soffiarle anche la casa di famiglia, è la goccia che fa traboccare il vaso. Rhiannon scopre così di possedere un talento inaspettato e catartico: essere una perfetta serial killer. E quella prima vittima apparentemente casuale, un ubriaco molesto che aveva urinato a pochi metri da lei, la spinge a trasformare la sua "black-list" in un vero elenco di persone da eliminare per placare la sua rabbia repressa.
Lady Vendetta
Distribuita in patria nel 2024 e ora arrivata anche in Italia nel catalogo di Amazon Prime Video, l'adattamento dell'omonimo romanzo di CJ Skuse, pubblicato sette anni prima, è arrivato in un periodo particolarmente fertile per le storie che esplorano la furia femminile attraverso il filtro del thriller psicologico. Il risultato, confezionato in sei episodi da circa quarantacinque minuti ciascuno, è un'operazione che ha trovato il suo pubblico, tanto da garantirsi il rinnovo per una seconda stagione di prossima uscita.
Rhiannon è una vittima che diventa carnefice, una donna invisibile agli occhi del mondo che individua nel sangue versato l'unico mezzo capace di farla finalmente esistere. Non è un caso che sia proprio lei, anche per sviare le indagini, a occuparsi in prima persona degli articoli sui delitti per il giornale in cui lavora.
La protagonista è interpretata da un'ottima Ella Purnell - già star di Fallout - che ha descritto il progetto come un improbabile incrocio tra Dexter e Fleabag, accostamento tutt'altro che casuale: ritroviamo infatti la stessa capacità di creare complicità con lo spettatore, qui rafforzata dal costante voice-over che apre ogni episodio con la gelida formula delle "persone che vorrei uccidere", trasformando i pensieri più oscuri in un mantra quotidiano.
È proprio in questa dimensione di confessione intima che Sweetpea trova la sua cifra più riconoscibile, oscillando tra momenti irriverenti e atipicamente leggeri, all'insegna della black comedy, e improvvisi sussulti psicologici dall'impatto destabilizzante, come dimostra in particolare l'epilogo della prima stagione.
Uno dopo l'altro, senza guardarsi indietro
La sceneggiatura, e con essa il materiale letterario di partenza, evita di ridurre questa killer last-minute a una macchietta, rifiutando vezzi caricaturali in favore di un approccio più sfumato, capace di renderla una figura con cui empatizzare anche quando prende decisioni ovviamente sbagliate. Si costruisce con cura l'erosione progressiva di una psiche convulsa: Rhiannon punisce sì i colpevoli, ma soprattutto tenta di riempire quel vuoto esistenziale che la divora da anni, da quell'episodio adolescenziale che ha rappresentato soltanto l'origine dell'attuale punto di non ritorno. Poco importa che molte vittime non fossero del tutto innocenti, elemento che può fungere da parziale attenuante per una scia di violenza ormai fuori controllo, utile a placare i rimorsi di una coscienza che riaffiora a intermittenza.
Alcuni passaggi sembrano suggerire una lettura di emancipazione - la donna che si ribella a una società che l'ha sempre calpestata - mentre altri rimarcano la natura profondamente psicopatica delle sue azioni. Questo continuo oscillare tra registri crea uno spaesamento che non sempre gioca a favore del racconto, rischiando di sbilanciare una narrazione costretta ad affidarsi alla duttilità della sua interprete, che resta il principale punto di forza di un'operazione tanto accattivante quanto perfettibile.