Stranger Things: Storie dal 1985: lo spin-off animato era davvero necessario?
Torniamo ad Hawkins insieme a Undici e ai suoi amici in dieci episodi che si inseriscono, forzatamente, tra la stagione due e tre della serie madre. Su Netflix.
C'è una data nel calendario di Netflix che rappresenta una ricorrenza fissa per milioni di fan in tutto il mondo. Parliamo del 6 novembre, ovvero lo Stranger Things Day, anniversario della scomparsa di Will Byers nei cunicoli del Sottosopra nell'autunno del 1983. Nel novembre 2025 la ricorrenza è stata celebrata con la presentazione di Stranger Things: Storie dal 1985, in un periodo in cui vi era ancora molta attesa per la conclusione della serie madre, come sappiamo a posteriori alquanto divisiva e furbamente nostalgica.
La macchina del franchise, insomma, non si è mai fermata del tutto e non ha alcuna intenzione di farlo, con altri progetti misteriosi che sarebbero già in cantiere. Ma quanto senso ha continuare a spremere una storia che probabilmente aveva già dato tutto, allungandosi eccessivamente già nella sua incarnazione originaria? Scopriamolo dopo la visione completa dei dieci episodi animati che compongono questo nuovo progetto.
Chi si rivede a spasso nel tempo
Primo vero spin-off, è collocato narrativamente tra la seconda e la terza stagione live-action, nell'inverno del 1985, prima che i protagonisti cominciassero a entrare nella piena adolescenza. Una scelta precisa, con i Nostri ancora ragazzini e con il mondo adulto che, guarda caso, resta in gran parte escluso: se si escludono le brevi comparsate di Nancy, Jonathan, Steve e Hopper, i grandi sono assenti, lasciando campo libero ai più giovani, con ancora una volta Eleven / Undici a risolvere ogni situazione, forse ancor più overpowered del solito.
L'animazione è affidata alla Flying Bark Productions australiana e guarda all'estetica dei cartoon del sabato mattina degli anni Ottanta, contaminata con tecniche moderne post-Arcane, che resta comunque su ben altri livelli. Il risultato visivo non è sempre coerente, spiccando per la cura cromatica e il design delle creature, ma risultando meno convincente nella stilizzazione di quei personaggi iconici che tutti siamo ormai abituati a identificare con il volto umano dei relativi attori. Attori che, peraltro, non tornano a doppiare i loro alter ego, con un effetto straniante almeno per chi è abituato alla visione in V.O.
La storia riprende i fili esattamente dove la seconda stagione li aveva lasciati: il gruppo ha sconfitto il Mind Flayer, Will è tornato a casa sano e salvo e la vita a Hawkins sembra aver ritrovato una parvenza di normalità, fatta di partite a D&D e pomeriggi davanti ai cabinati. Ovviamente questa apparente tranquillità è destinata a non durare, giacché qualcosa di oscuro si agita sotto la neve che ha ricoperto la cittadina: una nuova minaccia proveniente dal Sottosopra costringerà il gruppo a fare i conti con creature inedite.
Un facile gioco di rimandi e strizzatine d'occhio
Se inizialmente la trama mantiene un certo ritmo, episodio dopo episodio finisce per dilungarsi eccessivamente e l'inserimento forzato di un nuovo personaggio - la studentessa punk Nikki Baxter, capelli rosa e borchie d'ordinanza- non basta a offrire la necessaria varietà di situazioni e dialoghi, che vivono quasi esclusivamente di rendita su quanto il pubblico già conosce.
Il problema più evidente di Stranger Things: Storie dal 1985 non è però né di ordine narrativo né estetico, bensì identitario. La serie non riesce a decidere davvero a chi stia parlando: a tratti sembra rivolgersi a una platea di spettatori più piccoli - forse con l'intento di introdurli a questo universo - ma al contempo è onnipresente il richiamo citazionista alla fanbase, e chi è ignaro degli eventi pregressi resterà inevitabilmente spaesato. Quelle figure tanto amate, con cui molti sono cresciuti nel corso dei dieci anni che hanno contraddistinto le (dis)avventure di Stranger Things, diventano qui caricature impersonali, trasformandosi da individui peculiari a sagome generiche, riempite con attributi familiari dalle esigenze di uno script che ha la necessità di tornare sul luogo del delitto per giustificare la propria. forzata, esistenza.
E non basta una colonna sonora che ricalca il motivetto ormai iconico, e l'inserimento più o meno coerente di sonorità e canzoni anni Ottanta ad accompagnare il climax degli eventi - dove l'azione, va detto, diventa predominante - a ricreare la medesima magia. Le corse in bicicletta, le partite a D&D, i demogorgoni e simili, e l'inattaccabile amicizia tra i membri della Compagnia, ci riportano a un immaginario conosciuto e unico, ma senza l'effetto trainante dell'originale, Stranger Things: Storie dal 1985 avrebbe probabilmente avuto ben poche chance di successo.