56 giorni: le regole dell'inganno, tra sesso e misteri

Trasposizione dell'omonimo romanzo di Catherine Ryan Howard, la serie Prime Video racconta la bollente passione tra due protagonisti che celano entrambi inquietanti segreti.

di Maurizio Encari

La polizia di Boston viene chiamata in un lussuoso palazzo cittadino per far luce sul ritrovamento di un cadavere, talmente decomposto da non poter identificare la vittima: sciolto in una vasca, di chi era è rimasto soltanto lo scheletro. Ma per l'appunto chi è la vittima? Il pubblico lo scoprirà grazie allo "stratagemma" narrativo che ci accompagna indietro nel tempo, cominciando esattamente da quei 56 giorni prima che danno anche il titolo alla serie.

Conosciamo così Oliver Kennedy e Ciara Wyse , che si incontrano apparentemente per caso in un supermercato. Lui è architetto benestante che vive nell'appartamento che un giorno diventerà proprio suddetta scena del crimine. Lei, occhi da cerbiatta e fisico slanciato, lavora nel settore informatico e abita in una catapecchia di periferia. Oliver ne resta immediatamente colpito e tra i due inizia una relazione all'insegna della passione, al punto che la ragazza si trasferisce in casa sua. Ma entrambi nascondono qualcosa all'altro e i segreti che celano rischiano di complicare inevitabilmente le cose...

Dalla carta al (piccolo) schermo

Catherine Ryan Howard aveva pubblicato l'omonimo romanzo alla base - edito in Italia da Fazi Editore nella collana Darkside - nel 2021 e l'ambientazione originaria a Dublino durante il periodo del lockdown per il Covid aveva fornito una giustificazione plausibile al fatto che la coppia fosse andata ad abitare insieme in un arco di tempo così ridotto. Qui invece si sprecano alcune forzature nell'immediata convivenza, che d'altronde vanno di pari passo con le bizze di una sceneggiatura che si ritrova spesso a forzare la mano e ad allungare inutilmente il brodo.

Come in molte altre occasioni recenti, 56 giorni perde otto puntate - per una durata complessiva che supera abbondantemente le sei ore - per mettere in scena quanto poteva essere raccontato in un film da due ore o poco più. Ovvio che in questo modo la tensione si diluisca e anche la gestione dei pur diversi colpi di scena sia relativamente telefonata, senza veri e propri crescendo e con l'immancabile episodio "spiegone" ad accompagnarci in quel lontano passato, al giorno dove tutto ebbe inizio. 

Ed ecco così che se la serie pulsa di energia è quasi unicamente grazie alla performance della sua protagonista Dove Cameron - ex star Disney Channel qui al suo primo ruolo drammatico e adulto di peso - il cui sguardo ambiguo e magnetico offre spunti di fascino notevoli, e non soltanto per il probabilmente rapito pubblico maschile. Una figura calcolatrice e manipolatrice, che va di pari passo con il mistero dietro all'identità dell'altra figura principale, interpretata dall'attore canadese Avan Jogia, depositario per l'appunto di quel mistero chiave sepolto nel tempo.

Una gestione narrativa sbilanciata

Nonostante il titolo che sembra richiamare la produzione scult polacca 365 giorni (2020) e far presagire un potenziale slancio di eros tra i due, 56 giorni non estremizza le scene di sesso, pur presenti ma limitate in particolare alla prima parte di stagione, anche per via della scarsa alchimia sotto il lenzuolo da parte degli interpreti. La sceneggiatura segue poi parallelamente le vicende dei detective Karl Connolly e Lee Reardon - che hanno i volti rispettivamente di Dorian Missick e Karla Souza - chiamati a investigare sul caso di omicidio nel presente. Il racconto vive infatti su questo continuo e insistito alternarsi tra il prima e il dopo, con la speranza così di scoprire progressivamente le carte a disposizione e tenere alta la curiosità di chi guarda.

Il problema principale è che anche allo svelamento di come siano andate realmente le cose e delle motivazioni che spingono i personaggi, di interessante e verosimile vi sia davvero poco. La serie non porta infatti con sé significati profondi o morali di sorta, ma soltanto un intrattenimento sì godibile ma vuoto di contenuti; un vuoto che si ripercuote anche nelle stesse caratterizzazioni dei protagonisti, ai quali non basta un vano tentativo di approfondimento psicologico per essere qualcosa di più di archetipiche caricature, seppur affascinanti come detto nel caso di Ciara.