The Green Light - Recensione di un walking simulator mascherato da horror

Un viaggio verso la libertà che annega in un mare di cliché e jump scare a buon mercato.

di Alessandra Borgonovo
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Il panorama degli horror indipendenti in prima persona, pur potendo vantare alcune virtuose eccezioni, è vittima di una prigione concettuale assai fastidiosa. Troppo spesso, infatti, chi sviluppa questo genere di titoli tende a confondere la reale profondità psicologica con l'abuso sistematico del jump scare. Si ignora un principio fondamentale del terrore: la vera paura, quella tensione viscerale che ti striscia addosso e ti rimane incollata alla pelle, si costruisce con pazienza, atmosfera e logica. Non è, e non dovrebbe mai essere, un banale spavento momentaneo scaturito da un rumore assordante o da un modello poligonale scagliato all'improvviso contro l'inquadratura. Eppure, la scorciatoia dell'orrore a buon mercato è ormai diventata la norma, complice forse la deliberata volontà di confezionare prodotti "da streamer", sacrificando l'immedesimazione sull'altare della reazione esagerata a favore di webcam.

Tra le innumerevoli opere che cadono rovinosamente in questo medesimo, banale errore, troviamo anche The Green Light. Sviluppato dal creatore indipendente waleedzo, il titolo ci mette nei panni di Fred, un impiegato cronicamente depresso, intrappolato in una quotidianità lavorativa alienante e vessato da un capo abusivo. Giunto al punto di rottura, il nostro alter ego si ritrova a essere guidato da una misteriosa voce alla radio che lo spinge a intraprendere un viaggio allucinatorio verso un lontano faro - la fantomatica "luce verde" del titolo - che gli promette l'agognata e definitiva libertà. Le premesse per un'indagine introspettiva sulla gabbia della modernità e sulla salute mentale, insomma, ci sarebbero pure tutte. Il problema, come purtroppo spesso accade, sorge non appena si è chiamati a tradurre questi concept in un videogioco fatto e finito.

Un martedì qualunque tra mostri incoerenti ed enigmi abbozzati

Se l'incipit narrativo poteva, pur nella sua estrema banalità, offrire un blando spunto di riflessione sull'alienazione lavorativa, è pad alla mano che The Green Light si sgretola inesorabilmente. Ci troviamo di fronte a un walking simulator che si esaurisce in circa quarantacinque minuti, declinando l'esplorazione nei modi più goffi possibili. L'orrore si riduce a un trito e ritrito campionario di corridoi cupi, silenzi forzati e jump scare tanto telefonati quanto inefficaci, basati sulla stanca formula del profondo silenzio prolungato per poi BAM, esplodere con un audio altissimo e una creatura improvvisa che fino a due secondi prima non c'era. Il problema strutturale più grave, tuttavia, risiede nella totale apatia del gioco stesso nei confronti dei suoi orrori: il nostro Fred assiste a manifestazioni paranormali con la stessa reattività di chi sta vivendo un noioso martedì pomeriggio in ufficio, spezzando qualsiasi velleità di immersione.

A peggiorare un quadro clinico già compromesso interviene un'impalcatura ludica ai limiti dell'amatoriale. Gli enigmi proposti sono di una semplicità disarmante - mediamente risolvibili in un minuto - ma vengono resi inutilmente confusi da un sistema di interazione spesso scomodo e poco reattivo, come la pressione di un tastierino numerico fissandolo e spostando il cursore della telecamera sui pulsanti che ci servono. Se a questo aggiungiamo l'imperdonabile ingenuità di posizionare appunti testuali che svelano la soluzione di un rompicapo ancor prima di esserci imbattuti nel problema, è evidente come il game design sia stato abbozzato senza criterio. La progressione è un continuo e fastidioso inciampare, venendo bloccati nei movimenti o nella visuale per subire dialoghi banali volti solo ad allungare un brodo già insipido.

Persino la coerenza tematica è una grande assente. I mostri, pur cercando di sfoggiare un design vagamente inquietante, sembrano inseriti a forza senza alcun legame logico con la storia narrata. Ci si imbatte in documenti che citano entità mai pervenute e in apparizioni al limite del grottesco involontario - come una misteriosa massa oscura intenta a lanciare piatti che svanisce senza lasciare traccia. Sebbene il doppiaggio originale risulti inaspettatamente di buona fattura, tutto il resto condanna The Green Light all'oblio: da un comparto grafico e un level design squadrato che urlano "2013" da ogni poro, o anche più indietro, fino a sottotitoli grezzi che denunciano chiare barriere linguistiche. Una scialba fuga dalla quotidianità che rinuncia a qualsiasi profondità psicologica per annegare nei cliché.