Recensione Need for Speed Heat

Si ritorna a sfrecciare in strada a suon di derapate

di Simone Rampazzi

Vi ricordate i tempi impazzivamo al cinema guardando il primo Fast & Furious? Probabilmente un videogiocatore medio avrà provato la stessa identica emozione giocando i primi capitoli di Need for Speed, franchise prodotto da Electronic Arts che nel corso degli anni ha mutato pelle più volte perdendo quello smalto “tamarro” che lo aveva fatto emergere tra le offerte di settore.

Sebbene il motore del cambiamento non è riuscito a risparmiare la saga cinematografica incominciata nel 2001, qualche anima pia in Electronic Arts sembra essersi convinta a rimandare indietro le lancette del tempo, riportandoci a quegli anni dove i veri piloti scendevano in pista per disputare gare clandestine mostrando neon, tuning aggressivo e cavalli modificati a suon di NOS.


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COME AI VECCHI TEMPI

Need for Speed Heat sembra iniziare proprio come il film di Cohen: il nostro alter ego, selezionabile tra una rosa di dieci avatar disponibili, viene accolto da un gruppo di piloti che effettuano corse clandestine notturne, cercando di evitare le ronde di Frank Mercer, un comandante della polizia pronto a tutto pur di arrestare ogni membro della banda.

Dopo il breve tutorial veniamo infatti accolti nel garage gestito da Lucas, il fratello di una delle pilote più influenti della banda, ovvero Ana Rivera. Da qui ha inizio la nostra carriera come pilota: di giorno abbiamo modo di sfrecciare per le strade di Palm City partecipando a degli eventi ufficiali, mentre di notte possiamo invece sfidare la legge e guadagnare così una bella fetta di reputazione, moneta di scambio fondamentale per ottenere nuove auto e potenziamenti utili a modificarle.

Sembra tutto estremamente facile, ma la realtà dei fatti è che di notte le strade pullulano di agenti pronti a inseguire e arrestare qualsiasi pilota in sella a una macchina diversa da un’utilitaria. Bisogna ammettere che Need for Speed Heat sembra fare tesoro delle esperienze passate, proponendo così un sistema di guida e progressione molto bilanciato, capace di dar peso a una storia semplice che fa completamente leva sul tuning, cercando di offrire al pubblico uno spettacolo scenico fatto ad hoc per soddisfare i fan delle corse clandestine.

Non ci sono limitazioni alle modifiche, che rendono a tutti gli effetti ogni automobile (che sia una muscle car o un SUV) adatta per ogni sfida e/o tracciato.


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ARCADE FUNZIONA MEGLIO

Il modello di guida resta quello arcade, una parolina magica che farà piacere ai più, soprattutto quando si tratta di affrontare dei tracciati complessi o delle curve piuttosto strette. Il concetto resta sempre lo stesso: un sistema di guida più accomodante permette al giocatore di godersi il titolo senza troppo stress, magari optando per la solita tattica di mollare l’acceleratore in curva piuttosto che andare ad agire sul freno a mano.

La campagna fila liscia fino al nostro ingresso nella hall of fame dei piloti clandestini, lasciandoci in balia delle strade di una città sviluppata su un modello open-world di buone dimensioni, farcito di eventi in cui disputare al fine di ottenere fortuna e gloria. Certo, fa un po’ ridere che il livello di attenzione della polizia venga annullato istantaneamente dopo il nostro ingresso in un qualsivoglia garage sicuro, ma le pecche vere sono altre e, anzi, bisogna ammettere che Electronic Arts si è comportata bene anche nella realizzazione tecnica, che propone un lavoro confezionato a regola d’arte sia per effettistica, che per framerate e impostazioni più dettagliate.

I modelli poligonali dei personaggi risultano essere l’unico vero tallone d’Achille della produzione, ma sinceramente, di fronte a questo livello di tamarragine “over 9000”, possiamo anche tranquillamente lasciar correre.


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