MOUSE: P.I. For Hire: recensione di un noir non-Disney

MOUSE: P.I. For Hire è un gioco in bianco e nero molto iconico

di Simone Marcocchi

Mouse: P.I. si presenta come un’operazione stilistica e concettuale estremamente ambiziosa, capace di fondere l’anima dello sparatutto in prima persona con un impianto narrativo profondamente debitrice del noir classico, filtrato attraverso un’estetica che rievoca i cartoni animati degli anni Trenta e Quaranta. Fin dalle prime battute, il gioco chiarisce che la sua forza è parzialmente relegata nell’originalità visiva, ma anche nella volontà di costruire un mondo malinconico e corrotto, in cui ogni strada, ufficio fumoso o vicolo bagnato di pioggia racconta una storia di compromessi morali e ambiguità. La scelta da "cartone animato" è quindi in contrapposizione con la serietà della trama. La sceneggiatura adotta uno stile narrativo secco, disilluso, fatto di monologhi interiori e dialoghi affilati che sembrano usciti da un vecchio romanzo hard boiled: il protagonista è un anti-eroe nel senso tradizionale del termine, un investigatore stanco, costantemente sospeso tra il desiderio di fare la cosa giusta e la consapevolezza che in questa città nessuno esce davvero pulito.

Le trame e le sottotrame si intrecciano con naturalezza, privilegiando l’atmosfera e il senso di fatalismo rispetto al colpo di scena a tutti i costi, e dando vita a un racconto che procede per suggestioni, dettagli ambientali e frammenti di umanità spezzata. In questo contesto, la collaborazione con Troy Baker rappresenta un valore aggiunto determinante: la sua voce narrante, roca e carica di sottintesi, non si limita a interpretare il protagonista, ma diventa la spina dorsale emotiva dell’intera esperienza, accompagnando il giocatore con una recitazione misurata che richiama i radiodrammi e il cinema noir d’epoca, rafforzando ulteriormente l’illusione di trovarsi all’interno di un vecchio film in bianco e nero proiettato su uno schermo consumato dal tempo. Questo stile grafico oltretutto aiuta a calarci in quelle atmosfere, ma visivamente tende a mescolare un po' troppo gli elementi di scena, che volte non saranno così semplici.

Uccidete il topastro

Dal punto di vista ludico, Mouse: P.I. è uno sparatutto in prima persona che fa della semplicità e della solidità il proprio manifesto. L’handling delle armi è immediato ma mai superficiale, con un gunplay che restituisce sensazioni tutto sommato appaganti, grazie a un rinculo ben calibrato e a un feedback audiovisivo incisivo, per quanto l'ovvia ripetitività porti quel feeling a scemare dopo un po'. Ogni arma comunica chiaramente il suo peso e il suo ruolo all’interno degli scontri, favorendo un approccio istintivo ma al tempo stesso ragionato, in cui la gestione delle distanze e del posizionamento diventa fondamentale. Il movimento del personaggio è fluido e reattivo, consentendo di attraversare gli spazi con naturalezza e di affrontare i combattimenti mantenendo un ritmo serrato, senza mai scadere nel caos incontrollato.

Grazie allo scatto poi si può uscire da situazione complesse, per quanto confesso che la difficoltà più alta non sia al momento ben calibrato, dato lo squilibrio della forza nemica. Il level design accompagna questa filosofia proponendo ambienti compatti e leggibili, pensati per sostenere scontri intensi e ben scanditi, in cui il giocatore è costantemente invitato a muoversi, a sfruttare coperture e angoli, e a reagire rapidamente alle minacce. Il gameplay, nel suo insieme, riesce a mantenere un equilibrio efficace tra azione pura ed immersione narrativa, anche se quest'ultima è più stilisca e che richiama quei film di oltre un secolo, ma che nella sostanza non scende mai in profondità.

Note che regalano ritmo

Un ruolo centrale nell’identità del gioco è svolto dalla componente sonora, che lavora in sinergia con il comparto visivo per rafforzare l’atmosfera da vecchio film noir. La colonna sonora, fortemente ispirata al jazz e allo swing d’epoca, accompagna esplorazione e combattimenti con brani che oscillano tra il malinconico e il minaccioso, sottolineando i momenti di solitudine del protagonista e amplificando la tensione durante gli scontri. I temi musicali non risultano mai invadenti, ma si insinuano lentamente, quasi strisciando sotto la pelle del giocatore, contribuendo a rendere credibile e vivido il mondo di gioco. Anche il sound design merita una menzione particolare: dagli spari secchi e rimbombanti, ai passi che riecheggiano nei corridoi, fino ai rumori ambientali della città, ogni elemento sonoro è studiato per rafforzare il senso di immersione e per restituire quell’impressione di pellicola d’altri tempi, leggermente sporca e granulosa, che caratterizza l’intera produzione.