Recensione I Am Future: Cozy Apocalypse Survival, il survival “cozy” che si gioca su Xbox

Un cozy apocalypse luminoso e rilassante: ecco com’è giocarlo su Xbox Series X tra performance, UI, ripetitività e contenuti post-game.

Recensione I Am Future: Cozy Apocalypse Survival, il survival "cozy" che si gioca su Xbox

Dopo un periodo di gestazione lungo, tra Accesso Anticipato e uscita completa su PC, I Am Future: Cozy Apocalypse Survival arriva finalmente anche su console, dando a un pubblico molto più ampio la possibilità di provarlo senza passare da Steam e mouse tastiera. È un passaggio che conta soprattutto per questo: non perché il gioco cambi pelle, ma perché cambia il tipo di giocatore che può incontrarlo, quello che gioca dal divano, con controller, e vuole capire in fretta se questo “cozy survival” è davvero nelle sue corde.

E qui vale la pena chiarire subito cosa significa “cozy”, perché non è una semplice etichetta da marketing. Un cozy adventure è un gioco in cui la pressione resta bassa: non vivi con l’ansia costante di morire, perdere risorse o ricominciare da capo. Il centro dell’esperienza è costruire e migliorare un po’ alla volta, mettere ordine, rendere la routine più comoda, più efficiente, più tua. In pratica, non ti spinge a sopravvivere “contro” il mondo: ti invita a farti un posto “dentro” il mondo.

Recensione I Am Future: Cozy Apocalypse Survival, il survival “cozy” che si gioca su Xbox

Anche per questo, l’apocalisse di I Am Future è diversa dal solito. In tanti titoli la fine del mondo significa minacce continue, scarsità e tensione: corri, combatti, raccogli, scappi. Qui la catastrofe è più un paesaggio che un nemico: una città sommersa, Cosmopolis, dove la natura sta tornando e il tono generale è più contemplativo che aggressivo. Un panorama con poche minacce funziona meglio, perché il cuore del gioco non è la paura, ma la ricostruzione: ti costruisci un rifugio sul tetto, trasformi rottami in risorse e, con il tempo, inizi a rendere più fluida la quotidianità, fino a farla quasi lavorare da sola. È una fine del mondo che non ti assedia: ti lascia respirare, e ti lascia fare.

Resta una domanda, però, ed è quella che vale la pena tenere in mente andando avanti: quando la routine diventa stabile e la storia chiede risposte, I Am Future riesce davvero a chiudere il cerchio, o ti lascia con un tetto perfetto e pochi motivi per continuare?

Cozy Apocalypse, manuale di sopravvivenza a Cosmopolis

La storia di I Am Future parte bene perché ti mette subito davanti a un’assenza chiara, senza trasformarla in una minaccia continua. Ti risvegli da un lungo sonno criogenico sul tetto di un grattacielo, con Cosmopolis sotto di te ormai vuota, e capisci quasi subito che non eri “destinato” a finire lì: qualcosa è andato storto. Il protagonista è personalizzabile, ma l’incipit gira attorno a due dettagli forti: l’amnesia, che giustifica la scoperta del mondo passo dopo passo, e una mano mancante, sostituita da un innesto cibernetico. Non è solo un elemento utile al gameplay, è anche un’idea narrativa semplice da leggere: sei incompleto, e mentre rimetti insieme il tuo spazio provi anche a rimettere insieme te stesso. Il mistero principale ruota attorno alla sparizione dell’umanità, apparentemente partita per Eden, mentre tu resti indietro per un malfunzionamento del pod. Non è la classica premessa “da eroe”: è più una condizione di isolamento, in cui la domanda non è “come salvo il mondo?”, ma “che cosa è successo, e cosa posso farne adesso?”.

A riempire quel vuoto non è una trama piena di colpi di scena, ma un piccolo ecosistema di personaggi che dà colore alle giornate. I robot che ospitano coscienze umane digitalizzate funzionano perché non sono solo dispensatori di quest: diventano una comunità alternativa, strana ma presente, capace di tenerti compagnia e di dare un tono preciso all’esperienza, sospeso tra ironia e malinconia. Personaggi come Earl il Frigorifero o Bombshell Barbara non servono tanto a “spingere avanti” la storia quanto a far sentire che, anche in una città vuota, non sei del tutto solo. Il sistema di relazioni, con dialoghi e doni, rende l’interazione più calda senza trasformare il gioco in una simulazione sociale vera e propria. E poi c’è un dettaglio che aggiunge una tensione più sottile: l’ipotesi che tu possa essere stato legato a Unicorp, l’azienda dietro la tecnologia di trasferimento della coscienza. È un’idea interessante perché sporca un po’ la comfort zone: se stai costruendo un rifugio e una routine “serena”, da dove arriva davvero quella serenità? E quanto è pulita la storia che ti stai raccontando?

Anche la longevità ha un profilo abbastanza chiaro. La campagna tende a chiudersi in 15–20 ore, a seconda di quanto ti perdi nel crafting e nell’ottimizzazione quotidiana, e poi lascia spazio a una fase più libera, quasi sandbox, in cui l’obiettivo diventa espandere la base, rifinire l’automazione e rendere più fluido il tuo piccolo ecosistema. È coerente con il tipo di gioco che è, ma porta con sé un effetto collaterale: quando le missioni principali si diradano, resta soprattutto la routine, cioè migliorare, organizzare, ripetere. Per chi ama questo genere di esperienza è esattamente il punto; per chi invece cerca una spinta narrativa costante, può diventare un tratto più debole. Anche il finale, per alcuni, arriva con una certa fretta, e lascia la sensazione di un mistero aperto bene che però non sempre riesce a chiudere tutto con la stessa forza con cui aveva iniziato.

Recensione I Am Future: Cozy Apocalypse Survival, il survival “cozy” che si gioca su Xbox

Smontare, costruire, automatizzare: un loop rilassante ma alla lunga ripetitivo

Il gameplay di I Am Future chiarisce subito le sue intenzioni: costruire tutto attorno a un loop di raccolta, smontaggio, crafting e gestione che resti interessante e, a tratti, anche divertente, perché riesce a rendere piacevoli attività che in altri giochi finiscono per essere solo “lavori di contorno”. La prima ora è spesso decisiva proprio per questo. Non ti conquista con un colpo di scena, ma perché ti mette in mano la sua idea chiave: qui l’apocalisse non la attraversi correndo e sparando, la attraversi aggiustando. Se entri nel ritmo, il gioco prende cadenza con naturalezza: fai un giro per recuperare materiali, torni alla base, sistemi l’inventario, costruisci un upgrade e riparti con un obiettivo un po’ più chiaro di prima.

La meccanica che dà davvero identità al pacchetto è lo smantellamento del “vecchio mondo”. Non è un click istantaneo e non è una distruzione astratta: spesso diventa un mini gioco concreto, in cui separi componenti e recuperi pezzi utili, trasformando un oggetto comune in cavi, chip e metallo. Funziona perché ti fa sentire un “prima” e un “dopo”: non stai solo accumulando risorse, stai facendo un’operazione che produce un risultato visibile. Ed è anche il motivo per cui il gioco riesce a essere divertente in modo semplice, quasi fisico: la gratificazione non arriva solo dal numero che sale, ma dal gesto che riesce, dalla sensazione di aver rimesso in moto qualcosa.

A quel punto il centro dell’esperienza si sposta sulla base sul tetto, che diventa il vero spazio di gioco. Non costruisci soltanto oggetti, costruisci un sistema: organizzi le strutture, pianifichi dove mettere cosa, e inizi a ragionare in termini di flusso, efficienza e ordine. La gestione dell’energia, tra generatori e collegamenti, ti obbliga a pensare al layout e premia chi ama ottimizzare senza sentirsi sotto assedio. A completare il quadro entra l’automazione con i minion robotici: servono a ridurre parte delle attività ripetitive e a far emergere la componente più gestionale, cioè assegnare compiti, organizzare depositi, tenere la base in funzione. Quando tutto gira bene, è uno dei momenti più soddisfacenti, perché ti dà l’idea di aver costruito un piccolo ecosistema che lavora insieme a te, invece di costringerti a fare tutto a mano.

Detto questo, è importante dirlo senza giri di parole: I Am Future è un gioco ripetitivo, e non prova nemmeno a nasconderlo. Le stesse azioni tornano spesso, smonti, coltivi, cucini, trasporti, ottimizzi, e col passare delle ore c’è il rischio che ciò che all’inizio è comfort diventi routine nel senso meno nobile del termine. Proprio per questo è indicato soprattutto agli amanti del genere, a chi trova gratificante quel tipo di loop in cui il piacere sta nel migliorare, sistemare e rendere più fluido ciò che hai costruito. Se invece cerchi varietà costante o svolte nette nel gameplay, la monotonia può farsi sentire, soprattutto quando gli obiettivi si appiattiscono e le minacce, volutamente addomesticate dalla regolazione della difficoltà, restano un correttivo leggero più che un vero motore capace di spezzare la ciclicità.

Recensione I Am Future: Cozy Apocalypse Survival, il survival “cozy” che si gioca su Xbox

Xbox, tra solidità e attriti: quando la comfort zone passa dall’ottimizzazione alla UI

Su Xbox Series X, dove ho giocato per circa 20 ore, I Am Future regge bene sul piano tecnico e, soprattutto, rende giustizia alla sua identità visiva. La direzione artistica pulita e “a colori” funziona perché non prova a venderti una fine del mondo cupa e sporca, ma una città sommersa che deve trasmettere serenità più che decadenza. Lo stile low poly, essenziale ma ordinato, mantiene una buona nitidezza anche quando la base si riempie e diventa più complessa, tra strutture, cavi, macchinari e oggetti da gestire. Anche l’audio resta coerente con il tono: musiche morbide e discrete, pensate per accompagnare la routine senza sovrastarla. Il doppiaggio, quando c’è, è più funzionale che espressivo: basta a dare carattere agli NPC, ma non diventa un elemento davvero centrale.

Il punto più delicato, su console, non è la potenza in sé. È l’ergonomia, cioè come il gioco traduce la sua promessa di comodità nei gesti che fai davvero, ogni minuto. I Am Future vive di inventario, spostamento risorse e micro decisioni continue, quindi vive di interfacce: se sono fluide, la ripetizione diventa rilassante; se si impastano, il cozy si trasforma in attrito. Con il controller la navigazione nei menu e la gestione degli oggetti risultano talvolta meno immediate di quanto ci si aspetterebbe da un titolo che fa dell’ordine una promessa. Alcune scelte di quality of life, soprattutto su archiviazione e trasferimento, finiscono per pesare perché sono operazioni che ripeti decine e decine di volte in una singola sessione. È il paradosso più evidente: un gioco pensato per ridurre lo stress può crearne non con la difficoltà, ma con la frizione di azioni banali che su PC risolvi in un gesto e su console richiedono più passaggi.

Restando in ambito Xbox, una nota va fatta anche per Series S. Quando la base cresce e inizi a spingere su espansione e automazione, densità visiva e carico di gestione aumentano, e su hardware meno performante la resa può cambiare in modo sensibile rispetto a Series X. Per questo, se vuoi valutare la “tenuta” dell’esperienza, è sensato considerare Series X come riferimento e usare Series S come piattaforma su cui verificare in prima persona la tolleranza a eventuali compromessi di definizione e fluidità. In un gioco così basato su leggibilità e precisione dei gesti, immagine stabile e risposta dei comandi non sono dettagli estetici: incidono direttamente sulla sensazione di comfort.



 

I Am Future: Cozy Survival Apocalypse

Versione Testata: Xbox Series X

7.5

Voto

Redazione

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I Am Future: Cozy Survival Apocalypse

I Am Future è un survival che sceglie la cura al posto dell’assedio: smontare, costruire e automatizzare diventano un rituale interessante e spesso piacevole, a patto di accettarne la natura ripetitiva. Su Xbox Series X la resa è solida e la direzione artistica regge, ma la UI da controller può introdurre attriti proprio dove il gioco vorrebbe essere comodo. Se ami il genere, è un rifugio coerente e “a colori”, più da abitare che da finire.

 

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