I Hate This Place - Recensione: Un incubo a fumetti che non lascia scampo

Tra sopravvivenza isometrica, estetica anni '80 e orrori sovrannaturali, abbiamo provato il nuovo survival horror basato sulla celebre graphic novel di Skybound.

di Manuel Le Saux

I Hate This Place è uno di quei titoli che dicono tutto già dal nome. Non promette comfort, non offre sicurezza e non fa nulla per rendere il viaggio piacevole. Al contrario, trascina il giocatore in un luogo ostile, sporco e profondamente sbagliato, dove ogni passo è accompagnato dalla sensazione di non essere mai davvero al sicuro.

Dalla carta allo schermo: L'eredità di Skybound

Il gioco nasce come adattamento dell’omonima serie a fumetti horror creata da Kyle Starks e illustrata da Artyom Topilin, pubblicata da Skybound Entertainment, diventata rapidamente un piccolo cult grazie al suo stile visivo aggressivo e al suo immaginario disturbante. La versione videoludica è sviluppata da Rock Square Thunder sotto l’etichetta Broken Mirror Games, brand horror legato a Bloober Team, i quali sono riusciti a rispettare lo spirito del fumetto e a trasformarlo in un’esperienza interattiva tesa, scomoda e senza compromessi.


I Hate This Place non è un horror fatto di jump scare continui o azione spettacolare. È un survival horror isometrico che punta tutto su atmosfera, vulnerabilità e disorientamento, chiedendo al giocatore di adattarsi ad un mondo che non vuole essere esplorato, oltre ad essere un’esperienza che non cerca di piacere a tutti, ma che riesce a colpire forte chi è disposto ad accettarne le regole. 

La storia di “I Hate This Place” segue le avventure di Elena, una giovane donna che si ritrova improvvisamente intrappolata in una zona rurale isolata, lontana da qualsiasi forma di civiltà o sicurezza. Fin da subito, è chiaro che il luogo in cui si trova non è “normale”: qualcosa di antico, oscuro e profondamente sbagliato riecheggia in ogni angolo di questo territorio, trasformandolo in una trappola mortale.

Il racconto non viene mai esposto in modo diretto o esplicito e non ci sono lunghe sequenze cinematiche o spiegazioni dettagliate che guidano il giocatore passo dopo passo. Al contrario, la narrazione si sviluppa in maniera frammentata, attraverso eventi ambientali, dialoghi enigmatici, documenti sparsi e visioni inquietanti.


Il giocatore è chiamato a ricostruire la storia pezzo dopo pezzo, interpretando ciò che vsi ede e ciò che non viene detto.

Uno degli aspetti più riusciti della trama è il modo in cui il gioco riesce a trasmettere un senso di solitudine e impotenza. Elena non è una protagonista eroica e non possiede abilità straordinarie, non è particolarmente addestrata al combattimento e spesso sembra sopraffatta dagli eventi. Questa scelta narrativa rende l’esperienza più credibile e amplifica l’immedesimazione, perché ogni paura ed ogni esitazione della protagonista diventano anche quelle del giocatore.

Il mondo di gioco è popolato da presenze misteriose e creature ostili, ma raramente viene spiegata la loro origine. Questo contribuisce a creare un horror più sottile e psicologico, in cui l’ignoto è più spaventoso di qualsiasi rivelazione esplicita. “I Hate This Place” non punta tanto a raccontare una storia chiara e ben definita, quanto a suggerire un universo narrativo più ampio, lasciando spazio all’interpretazione personale.

Sopravvivere all'orrore isometrico: Meccaniche e Gameplay

Il gameplay di “I Hate This Place” è costruito attorno ad un’idea molto chiara e volutamente radicale: il giocatore non è mai al centro del controllo, ma costantemente in balia di un mondo che lo rifiuta. Questa filosofia permea ogni aspetto dell’esperienza ludica, rendendola intensa e memorabile, ma anche a tratti frustrante e ostica, soprattutto nelle prime ore di gioco.

L’esplorazione rappresenta il cuore pulsante dell’esperienza. Le mappe sono ampie, interconnesse e dense di pericoli, progettate per trasmettere un senso di smarrimento costante. Tuttavia, uno degli aspetti più controversi del gioco è proprio la gestione della mappa, che risulta scomoda nell’utilizzo e poco intuitiva. Oltre a questo, non sono presenti indicatori chiari, waypoint o sistemi di orientamento che guidino il giocatore, e proprio l’assenza di qualsiasi forma di aiuto costringe a memorizzare percorsi, punti di riferimento e zone sicure.


Questa scelta di design è coerente con la volontà di aumentare il senso di disorientamento e vulnerabilità, ma può risultare eccessivamente punitiva per molti giocatori. In particolare, la totale mancanza di indicazioni rischia di trasformare l’esplorazione in una fonte di frustrazione più che di tensione, soprattutto quando si è costretti a tornare in aree già visitate senza una chiara percezione di dove ci si trovi.

A questo si aggiunge un altro elemento critico, ossia l’assenza di un tutorial vero e proprio. Il gioco non spiega in modo chiaro le sue meccaniche, i sistemi di sopravvivenza o la gestione delle risorse. Il giocatore viene letteralmente gettato nel mondo di gioco e lasciato a se stesso, costretto a imparare tramite tentativi, errori e, spesso, fallimenti.

Se da un lato questa scelta può essere vista come un limite, dall’altro rappresenta anche un valore aggiunto per i giocatori più hardcore, che apprezzano un approccio old-school ed una curva di apprendimento non guidata.

I controlli delle azioni contribuiscono ulteriormente a questa sensazione di spaesamento. Alcune interazioni risultano poco immediate e talvolta confusionarie, specialmente nelle fasi più concitate, dove la necessità di reagire rapidamente si scontra con un sistema di input non sempre chiarissimo. Questo non rende il gioco ingiocabile, ma aumenta il livello di tensione in modo non sempre intenzionale, trasformando talvolta la difficoltà in una questione di interfaccia più che di abilità.

Giorno e Notte: Due facce della stessa medaglia

Il sistema di combattimento rimane volutamente secondario. Le armi sono poche, spesso rudimentali, e le munizioni estremamente limitate. Lo scontro diretto è quasi sempre sconsigliato e il gioco spinge il giocatore a evitare i nemici, a nascondersi o a fuggire. Questa impostazione funziona molto bene a livello atmosferico, ma viene in parte penalizzata dal movimento della protagonista, che risulta a tratti legnoso e poco reattivo. Elena non è agile, e se questo è coerente dal punto di vista narrativo, in alcune situazioni può rendere le fughe frustranti, soprattutto quando il margine di errore è minimo.

Il ciclo giorno-notte rimane uno degli elementi più riusciti del gameplay. Con il calare dell’oscurità, il mondo di gioco cambia radicalmente: la visibilità si riduce, i pericoli aumentano e la pressione psicologica sale in modo tangibile. La notte non è solo una variazione estetica, ma una vera e propria meccanica di gioco che costringe a pianificare attentamente ogni spostamento e a cercare rifugi sicuri prima che sia troppo tardi.

Nel complesso, il gameplay di “I Hate This Place” è affascinante e coerente con la sua visione artistica, ma richiede una forte tolleranza alla frustrazione. È un’esperienza che premia la pazienza, l’osservazione e la capacità di adattamento, ma che non perdona facilmente gli errori, né sul piano delle decisioni né su quello dell’apprendimento.


Un comparto tecnico "da leggere"

Dal punto di vista tecnico, “I Hate This Place” non punta alla spettacolarità, ma ad una coerenza stilistica molto marcata. Il gioco adotta uno stile visivo ispirato al fumetto, con linee decise, colori fortemente contrastanti ed una rappresentazione del mondo che sembra quasi disegnata a mano. Questa scelta artistica non è solo estetica, ma funzionale alla narrazione, perché contribuisce a creare un’atmosfera irreale e disturbante.

L’uso dell’illuminazione è uno degli elementi più riusciti del comparto grafico. Le ombre giocano un ruolo fondamentale nel creare tensione e nel nascondere potenziali pericoli, mentre le fonti di luce diventano spesso un bene prezioso, quasi rassicurante, in un mondo dominato dall’oscurità. Anche il design dei nemici è curato ed inquietante, capace di suscitare disagio senza ricorrere ad un eccesso di violenza grafica.

Il comparto sonoro è probabilmente uno dei punti di forza assoluti del gioco. La colonna sonora è minimale e discreta, spesso assente, lasciando spazio ai suoni ambientali: il vento tra gli alberi, rumori lontani, passi che sembrano avvicinarsi senza mai mostrarsi. Questo uso sapiente del silenzio contribuisce in modo decisivo a mantenere alta la tensione e a far sentire il giocatore costantemente osservato.

Gli effetti sonori sono precisi e ben calibrati, e ogni rumore può diventare un segnale di pericolo imminente. Il doppiaggio, quando presente, è misurato e semplicistico, ma comunque credibile, evitando eccessi e mantenendo un tono coerente con l’atmosfera cupa dell’esperienza. 

I Hate This Place è un gioco che amerete odiare?

“I Hate This Place” è un titolo che sceglie deliberatamente di non venire incontro al giocatore. È un’esperienza horror dura, opprimente e spesso scomoda, che costruisce la propria identità su una sensazione costante di rifiuto, smarrimento e vulnerabilità. La sua forza principale risiede nella coerenza assoluta tra narrazione, atmosfera e gameplay, capaci di creare un mondo ostile e profondamente disturbante.


Allo stesso tempo, però, questa visione radicale porta con sé una serie di limiti che è impossibile ignorare. I controlli delle azioni risultano a tratti confusionari, aggravati dall’assenza totale di un tutorial, una scelta che può affascinare i giocatori più hardcore ma che rischia di alienare chi cerca un minimo di accompagnamento iniziale. La gestione della mappa è scomoda e l’assenza di qualsiasi aiuto all’orientamento contribuisce a un senso di smarrimento che, se inizialmente efficace, può diventare frustrante nel lungo periodo.

Anche il movimento della protagonista, volutamente poco fluido e leggermente legnoso, rappresenta un’arma a doppio taglio: rafforza l’idea di vulnerabilità, ma penalizza alcune fasi di gioco, soprattutto quando è richiesta rapidità di reazione. A completare il quadro, sono presenti alcuni bug ed incertezze prestazionali, che pur non compromettendo gravemente l’esperienza, risultano evidenti e auspicabilmente risolvibili con future patch.

Nonostante questi difetti, “I Hate This Place” rimane un’esperienza fortemente identitaria e memorabile. È un gioco che non punta al consenso generale, ma che riesce a lasciare un segno profondo in chi accetta le sue regole e il suo ritmo. Un horror che privilegia atmosfera, tensione psicologica e senso di oppressione rispetto alla comodità e all’accessibilità.