Brigandine: Abyss — Recensione: un tactical RPG enorme che avrebbe potuto essere molto di più

Sei campagne, mappe strategiche profondissime, personalizzazione dell'esercito e un sistema tattico a griglia che premia la pianificazione. Peccato per i combattimenti lentissimi, il bilanciamento altalenante e l'assenza totale dell'italiano.

di Manuel Le Saux
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Brigandine: Abyss è un tactical RPG che guarda senza troppi problemi alla tradizione, recuperando quella filosofia fatta di mappe strategiche, territori da conquistare, eserciti da organizzare e battaglie combattute su griglia. È un genere che negli ultimi anni ha saputo reinventarsi più volte, ma qui gli sviluppatori scelgono una strada diversa: non cercano necessariamente di semplificare l'esperienza, bensì di costruire un gioco enorme, ricco di sistemi e possibilità.

Il risultato è un titolo ambizioso, chiaramente pensato per chi ama perdere tempo nei menu, studiare la propria armata, ragionare sulla composizione delle truppe e affrontare ogni scontro con un minimo di preparazione. La struttura ricorda quella dei grandi strategici a turni del passato, con una componente gestionale che accompagna continuamente il giocatore e un sistema di combattimento tattico che rappresenta il vero cuore dell'esperienza.

Brigandine: Abyss non ha quindi intenzione di essere un gioco immediato. Vuole essere studiato, analizzato e lentamente assimilato. Ed è proprio qui che si trovano contemporaneamente i suoi maggiori pregi e alcuni dei suoi problemi più evidenti. 

Sei fazioni, sei punti di vista e un ritmo che non si perde

La storia rappresenta una delle sorprese più piacevoli di questa produzione. Rispetto ad altri capitoli e ad alcune esperienze dello stesso genere, Brigandine: Abyss sceglie un approccio decisamente più diretto.

L'incipit narrativo non perde troppo tempo e porta rapidamente il giocatore dentro il conflitto, presentando fazioni, personaggi e motivazioni con un ritmo abbastanza serrato. Non siamo davanti a una narrazione costruita esclusivamente per rallentare l'azione: la storia accompagna il gameplay e cerca costantemente di spingere avanti l'esperienza.

Il mondo di gioco è costruito attorno allo scontro tra diverse fazioni, ognuna con i propri protagonisti, obiettivi e punti di vista. La presenza di sei campagne permette di osservare gli eventi da prospettive differenti e rappresenta uno degli elementi più interessanti dell'intera produzione.

Nonostante non raggiunga la complessità narrativa di titoli come Fire Emblem: Three Houses o Final Fantasy Tactics, la narrazione funziona soprattutto perché non si perde eccessivamente per strada. Dialoghi, eventi e conflitti arrivano con una buona frequenza e riescono a mantenere vivo l'interesse.

È una storia che fa il proprio lavoro, senza voler necessariamente diventare il motivo principale per cui continuare a giocare. E, considerando la quantità di contenuti presenti, è probabilmente la scelta giusta. 

Mappa strategica, griglia tattica e una profondità che fa paura

È qui che Brigandine: Abyss dà veramente il meglio.

La struttura del gameplay è estremamente stratificata e combina gestione delle risorse, conquista e amministrazione dei territori sulla mappa geopolitica, organizzazione delle armate e combattimenti tattici su griglia. Sono tanti elementi che, sulla carta, potrebbero rischiare di entrare in conflitto tra loro, ma che vengono integrati in maniera sorprendentemente efficace.

La mappa strategica rappresenta il punto di partenza di ogni decisione. Bisogna scegliere dove muovere le proprie forze, quali territori difendere, quali conquistare e come distribuire le proprie risorse. Ogni scelta può avere conseguenze sulla partita successiva e rende la gestione dell'esercito una componente fondamentale, non un semplice intermezzo tra una battaglia e l'altra.

Poi arrivano gli scontri.Il sistema tattico su griglia è profondo e premia la pianificazione. Posizionamento, composizione delle unità, caratteristiche dei combattenti e gestione delle abilità diventano fondamentali per ottenere il massimo dalle proprie truppe. La costruzione dell'armata permette inoltre di sperimentare parecchio, scegliendo quali unità utilizzare e come combinare combattenti, mostri e truppe di supporto.

Particolarmente riuscita è la progressione dei personaggi. Non conta soltanto la crescita dei protagonisti principali: anche i combattenti di supporto possono evolvere, migliorare e assumere un ruolo sempre più importante all'interno dell'esercito. Questo rende ogni perdita e ogni scelta di composizione molto più significativa.

Il sistema funziona proprio perché obbliga il giocatore a ragionare sull'insieme e non soltanto sul singolo personaggio.

Peccato, però, che tutto questo venga accompagnato da alcuni problemi importanti.

Il primo riguarda il ritmo degli scontri. È troppo lento. In alcuni casi, tremendamente lento. La gestione delle singole unità e la necessità di avvicinarsi continuamente agli avversari, anche a causa dell'assenza di vere possibilità di attacco a lunga distanza, allungano enormemente le battaglie.

Non è raro arrivare a scontri da venti o trenta minuti, soprattutto quando il campo di battaglia è affollato. E quando questa situazione si ripete più volte, il problema smette di essere occasionale e diventa strutturale.

Anche la difficoltà presenta diversi problemi. Il bilanciamento non è sempre convincente e, in diverse campagne, il livello di sfida tende decisamente verso il basso. Alcune situazioni possono essere aggirate sfruttando semplicemente alcune meccaniche di base, rendendo determinate battaglie molto meno impegnative di quanto dovrebbero essere.

Al contrario, in alcuni momenti il gioco riesce improvvisamente a diventare molto più severo, creando una curva di difficoltà poco omogenea.

Il sistema del contrattacco, poi, in determinate situazioni appare chiaramente sbilanciato. Alcune classi, soprattutto quelle più resistenti, possono sfruttare questa meccanica in maniera fin troppo efficace, arrivando a trasformare alcune situazioni tattiche in qualcosa di quasi automatico.

E poi c'è l'interfaccia. Le prime ore sono un vero bombardamento di menu, sottomenu, sistemi, finestre informative, tutorial e spiegazioni. La quantità di informazioni è enorme e il gioco non sempre riesce a distribuirle nel modo più naturale possibile. Alcuni tutorial risultano persino superflui e finiscono per aumentare la confusione invece di ridurla.

Superata questa fase iniziale, però, tutto comincia lentamente a incastrarsi e si comprende quanto sia profondo il sistema. 

Sei campagne e rigiocabilità enorme: tanta quantità, non sempre varietà

Uno dei grandi punti di forza è senza dubbio la quantità di contenuti.

Le sei fazioni e le sei campagne garantiscono una rigiocabilità elevatissima, mentre la modalità dedicata alle singole missioni aggiunge ulteriore materiale da affrontare. La possibilità di cambiare fazione, composizione dell'esercito e approccio strategico rende ogni nuova partita sufficientemente diversa da quella precedente.

Ma c'è un limite importante. Sebbene le fazioni abbiano incipit, personaggi e dialoghi differenti, la struttura generale delle battaglie rimane sostanzialmente la stessa. Cambia il contesto, cambiano gli eserciti, cambiano alcune situazioni, ma l'esperienza di fondo rimane molto simile.

Di conseguenza, la rigiocabilità è enorme, ma dopo diverse ore emerge inevitabilmente una certa sensazione di more of the same.

È tanta quantità, ma non sempre accompagnata dalla stessa varietà qualitativa. 

Comparto artistico convincente, tecnico meno: buono ma non sorprendente

Sul piano artistico Brigandine: Abyss convince molto più di quanto non faccia pensare il comparto tecnico.

Il character design è chiaramente orientato verso un'estetica anime e manga, con personaggi riconoscibili e una direzione artistica che riesce a dare personalità alle diverse fazioni. È probabilmente uno degli aspetti più riusciti dell'intera produzione.

Anche il comparto sonoro merita un elogio particolare. Le musiche accompagnano bene sia i momenti strategici sia gli scontri e riescono soprattutto a creare la giusta atmosfera durante la navigazione dei menu e nelle fasi di preparazione.

Tecnicamente, invece, il discorso cambia. Il gioco prende inevitabilmente ispirazione da produzioni molto più importanti e riconoscibili, ma non sempre riesce a raggiungere lo stesso livello qualitativo. L'impressione è quella di un titolo che conosce perfettamente i riferimenti a cui guarda, senza però avere sempre i mezzi per competere con loro sul piano della realizzazione complessiva. Il risultato rimane piacevole, ma non sorprendente. 

La mancanza dell'italiano: un problema serio per un titolo così denso

C'è però un difetto che, personalmente, considero particolarmente pesante, ossia la completa assenza della lingua italiana.

Nel 2026 conoscere l'inglese è ormai quasi una necessità per chi gioca abitualmente, questo è vero. Il problema, però, non è semplicemente tradurre i dialoghi.

Brigandine: Abyss mette davanti al giocatore una quantità enorme di testi, statistiche, abilità, menu, descrizioni, tutorial e terminologia specifica. Non si tratta sempre dell'inglese quotidiano che possiamo incontrare in altri videogiochi: spesso bisogna comprendere sistemi e meccaniche attraverso una terminologia specifica.

Per un titolo così grande, così complesso e così ricco di informazioni, una localizzazione italiana avrebbe fatto una differenza enorme.

Non perché il giocatore italiano non sia in grado di capire l'inglese, ma perché non tutti vogliono trasformare ogni sessione di gioco in un esercizio di traduzione e studio. E quando il titolo richiede decine e decine di ore, la questione diventa ancora più evidente.

È un'occasione persa.