War Machine, la guerra agli alieni è soltanto all'inizio?
Alan Ritchson veste i panni di un soldato traumatizzato, pronto a salvare il suo plotone da un gigantesco robot di origine extraterrestre. Su Netflix.
Nel corso della fase finale della selezione per i Ranger dell'esercito americano, un sergente maggiore identificato soltanto con il numero 81 - perché i candidati vengono chiamati per numero e non per cognome - prende parte a un campo di addestramento militare estremo in una zona impervia. Reduce da una missione in Afghanistan in cui ha perso il fratello in un attentato dinamitardo, il protagonista di War Machine ha un fisico imponente ma porta dentro di sé un profondo trauma, che gli rende difficile legare con commilitoni e superiori.
81 continua a rifiutare ruoli di leadership nonostante le sue capacità, almeno fino alla prova finale, che vedrà lui e il suo team - composto esclusivamente da elementi scelti che hanno superato una rigidissima selezione - impegnati in solitaria nelle foreste a chilometri dalla base. Il plotone ignora però la minaccia che si troverà ad affrontare: un gigantesco robot da combattimento di origine extraterrestre, altamente distruttivo, che inizia a braccarli e a ucciderli uno dopo l'altro in quel contesto brullo e isolato. Toccherà proprio a 81 prendere in mano la situazione, guidare in salvo i suoi uomini e comprendere la portata di quella che potrebbe essere una vera invasione aliena.
Un mondo in guerra
Tralasciando il discorso sul tempismo quanto meno poco opportuno nel diffondere un film dal titolo War Machine in un periodo storico in cui nuovi venti di guerra rischiano di ridisegnare gli equilibri geopolitici globali, il film si rivela un fallimento quasi su tutta la linea. Ci troviamo infatti di fronte a un'opera concettualmente datata, che si regge quasi esclusivamente sulla (pre)potente presenza scenica del protagonista Alan Ritchson, attore che anche per via della sua fisicità fatica ormai a scrollarsi di dosso il ruolo del duro che lo ha reso celebre nella versione televisiva di Reacher.
Dopo il breve prologo in cui 81 - dobbiamo chiamarlo così - perde l'amato fratello, il film si sposta nel campo di addestramento, che sembra un incrocio tra Soldato Jane (1997) e Tigerland (2000). Con la differenza, rispetto ai titoli citati, che qui viene enfatizzato oltremisura il militarismo più esasperato, con l'esercito americano dipinto come portatore di solidi valori che torneranno centrali anche nel momento di affrontare il nemico proveniente da un altro mondo.
Un nemico che la sceneggiatura aveva già anticipato attraverso servizi di telegiornale che parlavano di un asteroide di origine sconosciuta in avvicinamento alla Terra, destinato presto a manifestarsi in tutta la sua distruttiva infallibilità. La trama può ricordare vagamente quella di un solido b-movie fantascientifico dello scorso decennio come Kill Command (2016), dove un gruppo di soldati si trovava ad affrontare orde di robot letali nel cuore di una foresta. Qui il nemico è soltanto uno, ma il suo potenziale distruttivo è enorme: munizioni praticamente infinite, scanner laser, bombe e missili pronti a decimare gli sfortunati aspiranti marine.
Senza un attimo di tregua
Il regista australiano Patrick Hughes, la cui filmografia include action di un certo budget come I mercenari 3 (2014) e il dittico di Come ti ammazzo il bodyguard, non sembra possedere il dono della leggerezza. I cento minuti di visione procedono infatti senza alcuna autoironia, dominati da una serietà quasi esagitata che si riflette anche nella caratterizzazione dei personaggi, sia principali sia secondari. Non sorprende Dennis Quaid nei panni del comandante tutto d'un pezzo, mentre resta piuttosto anonimo il folto gruppo di comprimari che accompagna la missione dello stoico 81, talmente eroico e coraggioso da far quasi pensare che la vera “macchina da guerra” del titolo sia lui, più che il robot extraterrestre.
La ferita che lo perseguita - la perdita del fratello con cui non riesce davvero a fare i conti - resta poco più di un espediente narrativo sfruttato in modo superficiale, anche perché Ritchson non possiede particolari qualità drammatiche per rendere credibile il tormento interiore del personaggio. Hughes sembra esserne consapevole e punta allora tutto sull'azione continua, che domina gran parte del racconto nell'ennesimo gioco del gatto col topo. Peccato che War Machine finisca comunque per risultare a corto di personalità, proprio come il suo improbabile eroe dalla mascella squadrata.