Un'ultima avventura: Stranger Things 5: dietro le quinte: un documentario che chiude il cerchio?
Due ore di visione che ci accompagnano a scoprirne di più sulla realizzazione dell'ultima stagione, tra aspetti tecnici e un effetto nostalgia meno insistito del previsto. Su Netflix.
Sin dai primi istanti si comprendono i toni che definiscono l’identità di questo documentario diretto da Martina Radwan, che si presenta come un addio commosso a un fenomeno culturale capace di segnare un’intera generazione, che ci ha accompagnato nel corso dell’ultimo decennio nelle avventure di Eleven & Co. Dopo che le ipotesi relative a un fantomatico episodio 9 si sono ovviamente rivelate infondate, Netflix regala a tutti i fan orfani e già nostalgici della serie un surplus il cui titolo dice già tutto: Un’ultima avventura: Stranger Things 5: dietro le quinte.
Sbarcato nel catalogo il 12 gennaio 2026, a pochi giorni dalla conclusione della quinta e ultima stagione, le due ore di visione si propongono, o almeno vorrebbero, come cronaca definitiva del processo creativo e produttivo che ha portato alla realizzazione dell’epilogo della serie dei fratelli Duffer. Un’operazione dichiaratamente pensata per la fanbase, nel tentativo di riportare in vita quella tradizione dei contenuti speciali da supporto fisico, oggi sempre più rara nell’era dello streaming.
O troppo o troppo poco
La regista ha trascorso un anno intero sul set degli ultimi episodi, documentando le diverse fasi della produzione. Scopriamo così come i Duffer abbiano cercato di riportare sullo schermo quelle sensazioni che li avevano ispirati da ragazzini, quando da una piccola cittadina della Carolina del Nord sognavano Hollywood divorando i film di John Woo, Steven Spielberg, Tim Burton, M. Night Shyamalan, Sam Raimi e altri ancora.
Nessuno, a cominciare da loro, si prospettava un successo di tale portata: Stranger Things era inizialmente pensata come una serie autoconclusiva, salvo poi trasformarsi in un fenomeno globale, un instant cult capace di attirare milioni di spettatori in tutto il mondo. Se grande attenzione viene riservata alla visione dei creatori - al loro background e ai loro pensieri, che emergono in più occasioni - Un’ultima avventura: Stranger Things 5: dietro le quinte rischia di deludere chi cercava un coinvolgimento più ampio da parte del cast. Lo spazio concesso agli attori è infatti limitato, con pochi interventi e una presenza perlopiù funzionale alle riprese.
L’operazione nasce da un’ambizione lodevole che si scontra con alcune scelte narrative discutibili, finendo per privilegiare gli aspetti tecnici e produttivi a scapito della profondità emotiva che ci si sarebbe aspettati da un congedo definitivo a luoghi e figure iconiche della serialità contemporanea. La struttura alterna sequenze nella writers’ room -dove i Duffer e il loro team discutono animatamente le scelte cruciali da prendere - a lunghe sezioni dedicate agli aspetti più tecnici della produzione. Scopriamo così che la troupe è entrata in lavorazione senza un copione definitivo per l’episodio finale, un’ammissione rischiosa che restituisce lo stress monumentale legato alla chiusura di un fenomeno culturale di massa.
Sussulti e mancanze per dire addio a Stranger Things
Ampio spazio è dedicato alla sequenza finale dell’episodio quattro, descritta come “la più grande e impegnativa mai realizzata” per la serie. La sua messa in scena ha richiesto la costruzione di un enorme set all'aperto - una ricostruzione del centro di Hawkins attorno al portale verso l’Upside Down - e sei settimane di preparazione. La scena include quello che appare come un lungo piano sequenza durante l’attacco dei Demogorgoni, in realtà composto da cinque riprese montate insieme per ottenere un effetto di continuità mozzafiato.
Emerge il lavoro corale di scenografi, designer di produzione, scultori, pittori, costumisti, truccatori, operatori di camera, stuntman e artisti degli effetti visivi, impegnati in quello che viene definito l’equivalente di “otto film” in termini di sforzo produttivo. Ma, come detto, il tempo dedicato agli attori risulta sorprendentemente ridotto. Figure chiave come David Harbour e Winona Ryder sono pressoché assenti, e anche chi è presente sul set ha poco spazio per riflettere su cosa abbia significato chiudere un capitolo così importante della propria esistenza. Alla fine, un po’ di amaro in bocca rimane: quell’effetto nostalgia così calibrato negli ultimi minuti della stagione finale sembra qui quasi del tutto smarrito.