The Last House, un'apocalisse domestica che scade nell'assurdo

Una forza misteriosa impedisce ai protagonisti di The Last House, e a milioni di persone, di uscire dalle loro case: cosa si nasconde là fuori? Su Netflix.

di Maurizio Encari
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In un prossimo futuro una misteriosa pioggia si abbatte in ogni angolo del mondo. Da lì a qualche ora la famiglia di Jason, sposato con Ann e padre di Graham (12 anni) e Ruth (8), si ritrova catapultata nell'incubo, in un qualcosa di inspiegabile diffuso su scala globale. Porte e finestre della loro casa cessano infatti improvvisamente di aprirsi e qualsiasi tentativo di uscire si rivela impossibile.

In The Last House milioni, forse miliardi, di persone rimangono segregate all'interno delle proprie dimore senza alcuna spiegazione. Jason e Ann cercano di carpire informazioni dai loro vicini, con cui comunicano a distanza, mentre internet è ovviamente saltato e così il segnale televisivo. Trascorrono i giorni e le scorte di cibo finiscono progressivamente, fino a quando una nuova minaccia non fa capolino e insidia i protagonisti direttamente tra le mura domestiche.

Una casa alla fine del mondo

I protagonisti sono convinti inizialmente che si tratti di un'emergenza destinata a risolversi in breve tempo, nonostante nulla lo faccia presagire a cominciare dalle incognite su quanto stia realmente accadendo. Nessuna spiegazione plausibile, con lo spettatore gettato di peso nel caos insieme ai quattro personaggi principali, alle prese con il lento, ma implacabile, esaurimento delle risorse a loro disposizione.

L'incipit va detto era pur suggestivo, con il tema della reclusione forzata che avrebbe potuto portare spunti interessanti anche e soprattutto nella gestione dell'economia familiare, non soltanto dal punto di vista emotivo. Ma la sceneggiatura si sfilaccia pian piano, tra situazioni sempre più forzate e altre improbabili, con tanto di colpo di scena sulla causa alla base che scade nel ridicolo involontario, senza per di più trovare un'adeguata spiegazione. The Last House è un pasticcio senza arte né parte, che spreca tutto quello che poteva sprecare a cominciare dal talentuoso cast che nei due ruoli chiave vede Wagner Moura e Greta Lee, spesso alle prese con dialoghi e situazioni imbarazzanti.

Con il passare dei mesi, la casa si trasforma in un microcosmo autosufficiente - alcune scene possono ricordare paradossalmente i risvolti di Sopravvissuto - The Martian (2015) - dove ogni gesto quotidiano assume un valore completamente inedito. Coltivare il cibo, razionare l'acqua, educare i figli e preservare un'apparente normalità diventano le uniche strategie possibili per sopravvivere a una situazione catastrofica che sembra destinata a non avere fine. Il senso di inquietudine latente che lentamente dovrebbe incrinarsi non soltanto tra le mura domestiche ma anche negli equilibri familiari viene meno quando le figure al centro del racconto sono spesso vittime della loro stupidità e aiutate da eventi casuali, con lo stesso percorso di maturazione e di ritrovata coesione che sfrutta soluzioni ben più che abusate.

Tutto già visto

Non manca naturalmente la canonica "pistola di Čechov, così come il cane di famiglia quale mezzo strappalacrime e nemmeno il giorno di Natale, ennesimo gratuito espediente melodrammatico che dovrebbe spingere lo spettatore a identificarsi con chi vede su schermo.
Far leva su una delle paure più universali dell'umanità, ovvero quella di perdere da un giorno all'altro il controllo del proprio spazio vitale, la possibilità di uscire di casa e affrontare il mondo esterno: il paradiso di un hikikomori, ma un inferno per chiunque altro.  L'apocalisse non arriva sotto forma di invasioni aliene - anche se i primi sospetti portano lì - pandemie reali o fittizie o catastrofi nucleari, ma attraverso un evento imperscrutabile che rende impossibile oltrepassare quella soglia. La realtà al di fuori continua a esistere, è osservabile dalle imposte, ma diventa irraggiungibile, separata da barriere invalicabili. È proprio questo ribaltamento di prospettiva a rappresentare l'intuizione più felice del film, che poi come detto si smarrisce in una storia che cede sotto il peso di cotante ambizioni.

Il regista Louis Leterrier cambia poi registro e quando il racconto si instrada su atmosfere e dinamiche tipicamente survival horror, l'esplicitazione dell'enigma, di quell'arcano a cui tutto ruotava attorno, si sfalda come neve al sole. Dopo la prima mezzora The Last House comincia a girare pericolosamente su sé stesso, incapace di trovare una direzione realmente coinvolgente e soprattutto uno sbocco narrativo in grado di giustificare quella premessa pur affascinante