In Supergirl di davvero super c’è solo la protagonista Milly Alcock
Supergirl è un film che non coltiva una frazione dell’ambizione del precedente Superman e, se non deraglia del tutto, lo deve alla sua carismatica protagonista.
Che qualcosa non girasse per il verso giusto nell’operazione Supergirl lo si era capito ben prima di vedere il film. Per i cinefili e gli addetti ai lavori c’è sempre una sorta di aura, una pressione impalpabile attorno a un progetto, ai suoi trailer, alle locandine, all’attesa che genera o manca di generare. Sin dall’inizio della sua promozione l’impressione era che, tra l’ideazione del film e il suo arrivo in sala, qualcosa (molto?) dell’interesse verso lo stesso si fosse perso per strada. Sia da parte del pubblico, sempre più stanco, insofferente e disinteressato ai cinecomic, sia da parte di chi l’operazione l’ha portata avanti, ma in maniera sempre meno convinta, a riprova del fatto che i numeri del precedente Superman non sono stati un disastro, anzi, ma certo non hanno generato un entusiasmo duraturo.
Alle volte dunque un’operazione va condotta in porto senza fanfare, in attesa di resettare il tutto e voltare pagina. Supergirl è esattamente questo tipo di film, scritto e condotto con l’ambizione di farsi meno male possibile, rischiando meno del minimo necessario. Per sua sfortuna, questo è particolarmente evidente a confronto con il suo “fratello maggiore”, il Superman di James Gunn, che era invece oltremodo ambizioso, pronto a prendersi rischi enormi, capace qua e là di spiazzare lo spettatore. Tanto che l’eco di quei rischi (in primis il colpo di scena che i genitori di Kal-El l’avessero mandato sulla Terra non come salvatore, ma come conquistatore e soggiogatore) riecheggia anche in questo film, tanto è vuoto di ambizione.
Una settimana di sbronze, Krypto e soli lontani
Sapevamo già che Supergirl fosse incline alla malinconia alcolica, ruvida, tagliente, ma sotto sotto buona: un’idea presentata con veloci pennellate nella sua apparizione in Superman di James Gunn*,* che qui viene messa più a fuoco, senza però necessariamente diventare più profonda. Il film ci racconta la settimana alcolica in cui festeggia il suo ventitreesimo compleanno, l’astronave cosparsa di cibo avanzato e oggetti buttati per terra, i capelli scarmigliati, gli occhiali da sole come unica compagnia post sbornia insieme al fedele cane Krypto. Proprio in un locale malfamato all’ombra di un sole rosso dove Kara va per sentire la debolezza, le botte e la botta alcolica, rimane invischiata in una vicenda altrui che porterà il suo amatissimo cagnolino a venire avvelenato e la sua padrona a riscuotersi, mettersi in gioco, indossare i colori del suo pianeta natale e del cugino per salvare l’animale e una ragazzina molto testarda incontrata per strada.
Qualcuno sui social aveva ironizzato su quanto il trailer del film somigliasse al trailer finto che chiudeva la commedia The Fall Guy, commedia action con protagonista Ryan Gosling nei panni di uno stuntman. Era un’intuizione azzeccata e geniale, perché il film vero e il trailer finto guardano entrambi a Mad Max: Fury Road e a una certa, pigra estetica dei cattivi cinecomic per costruire il proprio immaginario visivo. Jason Momoa nei panni di Lobo in particolare sembra preso di peso da un film di George Miller (o dal backstage di un concerto dei Kiss), poco amalgamato al resto di un universo che, sgraziatamente e con poca originalità, alterna soli gialli, rossi e verdi per testare la forza e il masochismo della sua protagonista. Il compito più ingrato spetta però a Matthias Schoenaerts nei panni del cattivo Krem, la cui caratterizzazione si ferma a: è cattivo perché sì e ha molti piercing facciali.
Una protagonista migliore del suo film, privo di ambizione
Intuendo forse che non avrà molte occasioni future per spiegarsi e indulgere in rivelazioni, il film si prende un lungo (e anch’esso un po’ sgraziato) flashback per raccontare il passato della sua protagonista e ciò che la rende così differente dal cugino, anche se fondamentalmente sono identici nel loro essere, nonostante tutto ciò che è loro capitato, buoni. Gillespie, uno che da Io, Tonya a Cruella è diventato uno sorta di specialista di “ragazze interrotte”, non ha paura di sporcare Supergirl, di renderla davvero incasinata, scostante e talvolta decisamente poco attraente nei modi e nell’attitudine.
La vera forza del film è però Milly Alcock, che riesce a mettere sofferenza autentica nel personaggio, anche quando la sceneggiatura diventa terribilmente didascalica, in maniera quasi imbarazzante. Per esempio quando la madre di Kara le dice, papale papale, che è autorizzata a essere “tosta” e “non carina”, basta che le prometta di essere buona. Sembra proprio il punto della lista di istanze che le pubbliche relazioni avranno inoltrato alla produzione e che il film non tenta nemmeno di trasformare in qualcosa di minimamente cinematografico.
Il peccato vero è che, dopo un predecessore così entusiasta di essere coraggioso, ardito, di prendere una mitologia fumettistica e maneggiarla senza paura di rivoluzionarla e farci qualcosa di nuovo (e persino politico), arrivi un film che non cerca mai di essere più di un’avventura space opera riempitiva, con una protagonista e un cast di contorno il cui potenziale viene sfruttato solo a tratti. Spiace soprattutto per l’ennesima eroina portata sul grande schermo all’ultimo minuto, in piena crisi creativa e di consensi, a fronte di una run celebre nel mondo dei lettori di fumetti proprio per essere tutto il contrario: sentita, ardita, indimenticabile.
In Supergirl c’è davvero poco d’indimenticabile, ma almeno il film scivola via senza troppi intoppi verso il suo traguardo, anche perché saggiamente si è deciso di mantenere la durata entro le due ore, a cui il film arriva non affaticato, ma nemmeno conquistando mai davvero lo spettatore. Gradevole, ma non eccezionale, la versione IMAX della pellicola.