Suicide Club: il j-horror che ha fatto scuola
Il cult di Sion Sono arriva al cinema a venticinque anni dall'uscita in patria, confermandosi un horror avanti sui tempi.
Cinquantaquattro ragazze in divisa scolastica si dispongono lungo il margine della banchina della metropolitana di Shinjuku. Mano nella mano, oltrepassano lentamente la linea gialla e dopo un rapidissimo countdown si buttano sui binari proprio mentre il treno entra in stazione. Tutte insieme, in assoluta sincronia, con il sorriso ancora impresso sul volto. In questi minuti iniziali, realizzati senza permessi della Tokyo Metro e con mezzi economici assai limitati, Sion Sono ha firmato una delle sequenze più sconvolgenti e memorabili dei primi anni Duemila.
Le indagini sull'inspiegabile accaduto vengono affidate all'esperto detective Kuroda, che scoprirà ben presto come quella tragedia non sia stata un'eccezione, ma il sintomo di un fenomeno in crescita esponenziale: ondate di suicidi collettivi che si propagano attraverso l'intero Giappone senza un movente apparente, senza una logica, senza un mandante identificabile. L'unico indizio è una borsa da palestra lasciata vicino ai binari, al cui interno si trovano degli inquietanti rotoli fatti di pelle umana cuciti insieme tra loro, provenienti da corpi diversi. Sul web circola un sito che aggiorna il conteggio dei decessi in tempo reale, anticipandolo. E il mistero si infittisce sempre più.
Le vie dell'orrore
Chi si avvicina a Suicide Club aspettandosi il canonico j-horror, filone sdoganato in Occidente grazie a Ringu (1998) e Ju-On - The Grudge (2002) e relativi remake hollywoodiani, potrebbe trovarsi relativamente spiazzato, giacché ci troviamo davanti a un qualcosa di radicalmente diverso. Sion Sono infatti non ha nessun interesse per l'istantanea dello jump-scare, né per la grammatica del brivido calcolato: usa l'orrore come metafora, per parlare di un male molto più profondo e reale, insito nella stessa società nipponica.
L'obiettivo dichiarato è il Giappone, la sua superficie laccata di immagini kawaii e idol pop, sotto la quale ribollono una solitudine endemica, una disumanizzazione silenziosa e un rapporto con la morte d'altronde consolidato estremamente in una cultura dove l'harakiri era una pratica diffusa, tra onore e fanatismo.
La struttura narrativa è volutamente instabile, accumula piste per poi abbandonarle, gioca coi personaggi a cominciare da quel villain glam e grottesco al contempo, ferale e "commerciale", non risolvendo mai davvero il mistero - ma consigliamo a tutti di recuperare il film gemello Noriko's Dinner Table (2005) per uno sguardo più ampio - e non perché non sappia come farlo, ma perché la spiegazione non esiste. Il punto non è trovare un colpevole. Il punto è capire perché la domanda stessa sia diventata necessaria, e la ragione come tale è solo un orpello inutile, un qualcosa di evitabile.
Canta che ti passa
Basti pensare alle numerose, ripetute, esibizioni televisive del gruppo pop Dessert - cinque ragazzine preadolescenti, idoli di una generazione che le consuma e le dimentica a ritmo industriale - che diventano a conti fatti il vero motore simbolico dell'intera operazione. Le loro canzoni orecchiabili accompagnano le fasi più cupe del racconto con una leggerezza che stona e disturba, e non è un caso: Sion Sono ci mostra cosa si nasconde dietro l'immagine, quanto la gioia apparente sia frutto di sacrifici invisibili e come la felicità sia una chimera irraggiungibile in un Paese che spinge al massimo, all'estremo gli individui che la costuiscono.
Con Suicide Club ci troviamo davanti a una rielaborazione del cinema di genere giapponese in chiave esistenzialista: i topoi dell'horror vengono citati e svuotati, le convenzioni narrative del thriller investigativo vengono assecondate e poi tradite. Non si può risolvere un caso che non ha perché, o meglio ne ha moltissimi in quanto specchio di un Paese che non guarda in faccia niente e nessuno, assimila e conturba, nascondendo dietro la spensieratezza di manga e anime un ventre più cupo e ribollente di dolore e insofferenza.