Scream 7: forse il karma esiste davvero? La recensione del ritorno alle origini della saga horror
Scream 7 è l’ulteriore prova di come chi tenta disperatamente di sterilizzare l’intrattenimento dalla politica finisca solo per ottenere un risultato sterile, appunto.
Non è questione di dietrologie o di gossip: parlare di com’è Scream 7 su grande schermo, paragonarlo al resto della saga e in particolare al suo predecessore rende inevitabile, se non impone, di raccontare cosa è successo lontano dal set tra il sesto e il settimo capitolo. Il che, a ben vendere, è una perfetta chiosa per un franchise horror tutto giocato sulla relazione tra ciò che accade nella vita dei protagonisti perseguitati da sanguinari serial killer e il continuo interscambio con una saga metacinematografica che esiste nella finzione dell’universo di Scream e ne influenza direttamente le sorti. Chissà che sarebbe successo dentro Scream se la protagonista di uno dei film di Stab fosse stata licenziata per le sue opinioni politiche: un punto di partenza ricco di potenzialità, ma Scream 7 non è decisamente il capitolo più audace della saga, capace di affrontare la debacle mediatica che lo influenza tanto.
Tenere la politica fuori al cinema non solo è impossibile: è deleterio
Questa storia non inizia dunque con l’arrivo in sala del film, presidiato da un embargo capestro che scade 24 ore dopo l’arrivo l’uscita di un lungometraggio promosso presso il pubblico quasi con un atteggiamento antagonista rispetto alla stampa (dai talk show statunitensi alle testate italiane). Comincia con lo scoppio del conflitto israelo-palestinese tre anni fa. Dopo il successo di Scream 6 nel 2023, le giovani protagoniste Melissa Barrera e Jenna Ortega sono pronte a tornare nei panni delle sorelle Carpenter per l’atteso proseguo di un film che ha saputo prendersi dei rischi e rinfrescare la saga. Rinunciando alla storica scream queen Neve Campbell, Ghostface si trasferiva a New York, trovando un altro tipo di collegamento al film fondativo: le due sorelle protagoniste sono le figlie di Billy e sono al contempo perseguitate da un nuovo Ghostface e dalla crescente consapevolezza del gene assassino del padre vive in loro. Scream 6 si è dimostrato un film lungimirante e indovinato nel cast, assumendo Jenna Ortega e Mickey Madison da pressoché sconosciute e potendo quindi contare qualche anno dopo sul richiamo del successo planetario della Mercoledì Addams di Netflix e sul premio Oscar per Anora.
Scegliere giovani interpreti diventati poi grandi star è uno dei grandi marchi di fabbrica (e prova della qualità complessiva) di questa saga, che ha flirtato con la realtà e le meta-narrazioni quindici anni prima che diventasse la norma. Tuttavia quando Melissa Barrera ha espresso pubblicamente forti critiche allo stato d’Israele per l’attacco alla popolazione palestinese nelle prime settimane di conflitto, la produzione ha reciso questo dialogo con la realtà, licenziando in tronco l’attrice sostenendo le sue parole fossero antisemite. Onore al merito di Barrera, seguita poi a ruota da moltissimi colleghi e da buona parte dell’opinione pubblica statunitense nei tre anni successivi, che però si è fatta avanti subito e ha parlato di genocidio quando sapeva di rischiare moltissimo (e infatti). Un plauso altrettanto grande a Jenna Ortega che, forte del suo successo, le è da subito stata solidale, sfilandosi dal progetto per protesta.
Così la produzione si ritrova a gestire un sequel senza protagoniste e un progetto che improvvisamente è divenuto incredibilmente politicizzato: più che per le dichiarazioni della protagonista (che potevano rimanere le prime di una lunghissima serie) per la punizione che ha dovuto affrontare. Tutto da rifare dunque: come rivelato oggi da Variety in un lunghissimo reportage, il licenziamento di Barrera è costato alla produzione quasi otto milioni di dollari. Cinquecento mila dollari per riscrivere quasi da zero il copione, archiviando la svolta newyorkese come una parentesi “apocrifa” di Ghostface. Gli altri sette milioni per convincere Neve Campbell a tornare da protagonista nell’operazione più mercenaria di tutte: un ritorno alle origini con la sua Sidney Prescott nei panni di una madre che vede la figlia Tatum Evans (Isabel May) tormentata da un nuovo serial killer.
Ritorno (forzato a Woodsboro)
Scream 7 è dunque una brusca sterzata in una direzione familiare dopo che il sesto capitolo si è rivelato un fuori strada avvincente ma impercorribile per questioni extra cinematografiche. Le premesse non erano delle migliori sin dal cambio di rotta e la fretta è comunque cattiva consigliera, ma si poteva comunque fare molto, molto meglio di così, anche in una situazione tanto emergenziale. Il sospetto è che non si sia voluto nemmeno troppo provarci, a partire dal cast. Il testimone di interpreti come Barrera, Ortega e la già citata Madison passa a colleghi di seconda e terza fascia dove non sembra d'intravedere grandi star del futuro e all’eterna adolescente Mckenna Grace, rimasta bloccata nel ruolo della liceale in film non proprio imperdibili da almeno un quinquennio.
Siamo di nuovo dunque a Woodsboro, c’è di nuovo un serial killer, Sidney che ora gestisce una caffetteria si ritrova ovviamente prima a evitarlo e poi ad affrontarlo per il bene della figlia Tatum. Pargola diciassettenne (come la madre all'epoca dei primi omicidi) che, essendo adolescente, è sciocca quanto necessario per spingerla a fare una serie di autentiche idiozie che la metteranno in pericolo. Più irritante è che a fa altrettante stupidaggini che rendono ben più facile il lavoro di Ghostface sia il padre e poliziotto Mark (Joel McHale), dimostrando come questo film non tenga in considerazione l'acume dello spettatore e dei suoi personaggi, ricorrendo al più classico comportamento suicida dei protagonisti per giustificare le scene horror. Sei il capo della polizia locale, sposato con una sopravvissuta a una lunga serie di assassini, in città ci sono appena stati degli omicidi cruenti, sai che casa tua è presa di mira e hai già rischiato la pelle: puoi davvero aggirarti tra i lavori in corso in garage perché hai sentito un rumore senza brandire un'arma o accendere tutte le luci a disposizione?
Con la mossa più pigra di tutte, che taglio narrativo sceglie il film nell'imbastire l'approccio assassino del nuovo Ghostface, più "smanettone" del passato? Ovviamente quello dell’intelligenza artificiale, dando a Matthew Lillard il bizzarro primato di primo interprete della versione deepfake di sé stesso: sarà veramente tornato Stu o qualcuno potrebbe averne creato un "avatar" con l'intelligenza artificiale? L'idea e il dubbio sono interessanti, ma non vengono mai approfonditi oltre lo stretto necessario per portare avanti il film e le sue ammazzatine, lasciando lo spettatore nel dubbio. Altri personaggi, come l'insegnante di recitazione di Jimmy Tatro, vengono abbandonati a metà strada appena il film smette di averne bisogno per tenere coperte le sue carte.
La scrittura di Scream 7 è talvolta odiosa per l'intelligenza dello spettatore: adolescenti e adulti continuano a presentare i propri personaggi in maniera pretestuosa e goffa, spiegando più volte di “essere ossessionati dal true crime e dai podcast” piuttosto che mostrare in qualche modo questa passione. Se poi la saga di Scream ha sempre avuto come segno distintivo una diabolica inventiva per mettere in scena i propri omicidi, qui viene spesso sostituita da una certa brutalità violenta a vuota, sostituendo allo slasher divertito uno insistito che non è divertente per niente. Anche la risoluzione del nuovo Ghostface è pigra e minore, tanto che l’unico vero colpo di mano di Scream 7 è far succedere eventi e uccidere personaggi rimanendo fermo quasi esattamente dov’era rimasto a Scream 5, non permettendo a niente di davvero irreversibile o rilevante di accadere.