Mother Mary: tra metafore e canzoni, un film pretenzioso
Anne Hathaway è la protagonista del nuovo film di David Lowery, nei panni di una pop-star tormentata pronta ad affrontare finalmente i suoi fantasmi. Al cinema.
Una cantante sale su un palco davanti a decine di migliaia di persone che la venerano come se fosse una divinità, e d'altronde il suo nome d'arte Mother Mary non lascia adito a dubbi: dentro di lei c'è qualcosa che non appartiene né alla star né alla donna. Un qualcosa di rosso, di misterioso, di totalizzante che la abita, che le dona quella passione con la quale si esibisce sul palco e che l'ha resa una star globale.
Questa è la premessa del nuovo film di David Lowery, distribuito dall'onnipresente A24, un'etichetta che oramai rappresenta un marchio ben distinto, per produzioni che cercano di coniugare la qualità del cinema indipendente con un approccio rivolto al grande pubblico. Eppure in quest'occasione qualcosa dev'essere andato storto...
Fantasmi passati e presenti
Lowery è il regista tra gli altri di Storia di un fantasma (2017) e di The Green Knight (2021), due opere che hanno costruito la sua reputazione di autore capace di trasformare l'assenza di risposte in un'esperienza visiva compiuta. Due titoli particolarmente apprezzati da chi scrive, che perciò è rimasto alquanto interdetto alla visione di Mother Mary, che nei suoi cento minuti di visione si rivela opera senza dubbio ambiziosa ma anche velleitaria, che continua a contorcersi su se stessa senza trovare un'efficace chiave di lettura sul nocciolo del racconto.
La trama si avventura nel territorio della pop culture contemporanea, affidandosi ad un Anne Hathaway che si cala anima, corpo e voce - sì, è proprio lei a eseguire personalmente le numerose canzoni presenti in sceneggiatura - nelle vesti della tormentata protagonista, ricalcata su star mondiali della musica commerciale. Ma fin quando si limita alle esibizioni sul palcoscenico, l'insieme possiede ancora una sua personalità, con stacchetti e melodie visionarie e suggestive che mettono in mostra un buon lavoro a livello estetico e sonoro.
Su e giù dal palco
I problemi cominciano quando il conflitto che muove la pressoché totalità della narrazione mostra la sua struttura di una litania a due voci: Mary si reca infatti all'isolata magione di campagna di Sam Anselm, ex migliore amica e costumista che ha costruito la sua immagine a inizio carriera e con la quale ha poi perso i contatti da anni, assorbita come viene assorbito tutto ciò che è inghiottito dallo star system. Sam, che da dieci anni non ascolta più la sua musica, non la riceve nel migliore dei modi. L'espressività e la voce ruvida di Michaela Coel donano al personaggio una furia trattenuta e inquieta, pronta ad esplodere quando il racconto prende una svolta criptica e surreale, con il mondo spiritico quale nuovo scenario da indagare.
Ed è allora che Mother Mary finisce per (af)fidarsi troppo delle proprie metafore e troppo poco dello spettatore, che potrebbe decidere di non stare il gioco, data anche l'eccessiva verbosità di certi passaggi e alcune scene visibilmente allungate per arrivare al minutaggio desiderato. La presenza che perseguita le due protagoniste, incarnazione pseudp-materiale di un qualcosa di non tangibile che sta al pubblico scoprire, permette anche citazioni più o meno cercate - basti vedere quel globo color fuoco memore dell'iconico cortometraggio Il palloncino rosso (1956) - ma si risolve in un ammasso fine a se stesso, frutto di un autocompiacimento che, a conti fatti, non arriva da nessuna parte.
Essere e non essere
Il confronto con un film concettualmente simile come Vox Lux (2018) di Brady Corbet risulta inevitabile e poco favorevole: là il personaggio di Natalie Portman viveva in un contesto narrativo abbastanza solido da poter reggere le derive simboliste, mentre qui lo scavo psicologico delle due donne e il loro pregresso viene dato per scontato, senza approfondire pienamente quanto genere il loro contrastato rapporto.
Resta così l'amarezza per ciò che Mother Mary avrebbe potuto essere ma che, nella sua definitiva essenza, non è. Sfumature assenti e una narrazione che cerca facili soluzioni ad effetto, gratuite e poco organiche a quel magro contesto introdotto, rendono il tutto un amalgamo estenuante, che respira solo quando la sua protagonista si trova finalmente libera sulla scena, col microfono in mano, pronta a esprimere cantando ciò che le parole e gli eventi non sono riusciti a dire nel racconto vero e proprio.