L’ultima missione: Project Hail Mary è un grandioso film che mette matematica e cuore dentro la miglior fantascienza spaziale

Ryan Gosling e Sandra Hüller sono l’improbabile ma efficacissimo duo che trasforma una missione spaziale in un blockbuster comico, emozionale e davvero memorabile.

di Elisa Giudici

Certi problemi possono trovare risoluzione solo grazie alla persona giusta che si trova al momento giusto nel posto giusto: per caso, per fortuna o perché qualcuno l’ha individuata, presa e portata là dove c’era bisogno. Un’affermazione che vale dentro la storia di L’ultima missione: Project Hail Mary, sia se applicata alla realizzazione di una pellicola che è frutto dell’interazione di tutta una serie di professionisti caratterizzati da una forma mentis empatica, aperta alle emozioni e incline alla comicità. 

Partiamo da fuori e dall’inizio: dall’autore del romanzo di cui il film è l’adattamento: Andy Weir, forse lo scrittore di SFF dura (cioè così scientificamente rigorosa da essere verosimile) anglofono più ottimista in circolazione, almeno in quel di Hollywood. Se la potrebbe giocare con John Scalzi, se non fosse che quest’ultimo ha avuto molta meno fortuna di lui: Weir è già noto agli spettatori cinematografici per l’adattamento di Ridley Scott del suo The Martian, uno dei primi film a cui viene automatico paragonare L’ultima missione: Project Hail Mary. 

Il punto di partenza e lo svolgimento di quest'ultimo raccontano di uno scrittore che ama ripercorrere strutture narrative simili. Anche qui trascorriamo gran parte del film con un solo personaggio umano, il dottor Grace (Ryan Gosling) e anche qui il protagonista ha un forte background matematico-scientifico e un altrettanto sviluppato approccio nerd umoristico a situazioni in cui la sopravvivenza dipende da quanto è in grado di applicare soluzioni creative a problemi spaziali. Anche qui il suddetto personaggio deve affrontare il fatto che morirà lontano dalla Terra, anche se inizialmente non sa il perché.

La fantascienza ottimista di Andy Weir colpisce ancora

Grace infatti si risveglia a bordo dell'astronave Hail Mary lontano da casa, senza memoria di chi sia, cosa ci faccia lì o perché. Non c’è nessuno a cui chiedere o in grado di dargli risposte, compresa l’AI di bordo. Così il film è al contempo la risoluzione del problema scientifico che l’ha portato dove si trova e la lenta ricostruzione via indizi e memorie frammentarie di come ha deciso di immolarsi pur non essendo un astronauta per quella che, fin dai primi minuti, appare come una missione suicida.

L’ultima missione: Project Hail Mary però è intrinsecamente differente sia da The Martian sia da altri film spaziali che partono dagli stessi presupposti come Interstellar, Ad Astra e Gravity. Sono tutte pellicole più o meno cerebrali, analitiche, “di testa” anche nell’esplorare la psicologia frammentata e traumatizzata dei propri solitari protagonisti. Grace, al contrario, con le sue magliette con tremendi giochi di parole matematici e le sue domande esistenziali sulla lavagnetta di bordo, è ironico persino nei suoi momenti suicidi. Un po’ perché Ryan Gosling è il volto simpatetico, empatico e simpatico di questa era hollywoodiana - nei film e nella realtà. Un po’ perché a scrivere non è un cineasta come Christopher Nolan o Alfonso Cuarón che usa lo spazio per finire nell’esistenziale, ma un nerd come Andy Weir, che trae il suo piacere nello stesso modo degli autori della golden age fantascientifica statunitense. Si dà un’orizzonte spaziale impossibile e crea tutta una serie di spiegazioni scientifiche che esplorano e superano il problema, divertendosi e facendo divertire il pubblico nel mentre.

La comicità spaziale di Phil Lord e Christopher Miller è perfetta per Hail Mary

In altre mani L’ultima missione: Project Hail Mary avrebbe forse potuto essere più esistenzialista, più cupo, sicuramente più politico, ma sceglie la via dell’intrattenimento, del blockbuster che parla a chi in sala si vuole divertire ed emozionare, grazie a chi c’è dietro la cinepresa: Phil Lord e Christopher Miller, due registi che dall’animazione alla fantascienza hanno esplorato con notevole successo ogni lato comico possibile. La demenzialità dei due esilaranti remake di 21 Jump Street, la meta-pop culture di Lego Movie e l’animazione che diverte anche il pubblico adulto di Piovono polpette. Il loro duo ha un inconsueto background comico, sorprendente per approdare a un film che nel 2026 è quasi un azzardo.

Un progetto di cui Amazon si è assicurata i diritti dopo una bidding war combattutissima al rilancio, con un budget di duecento milioni di dollari. Il tipo di approccio che oggi si riserva a un franchise collaudato e non all'adattamento di un romanzo fantascientifico in cui si passa gran parte del tempo a risolvere un problema scientifico dietro l'altro, salvando la Terra a suon di campioni sul vetrino ed equazioni matematiche, senza nemmeno sparare un missile o estrarre una spada laser.

La rischiosa scommessa di L’ultima missione: Project Hail Mary dal punto qualitativo è stravinta: il quartetto Gosling - Weir - Miller - Lord (insieme allo sceneggiatore Drew Goddard, che aveva adattato anche The Martian) è la quadratura del cerchio per elevare al massimo grado una fantascienza tanto scientifica quanto emozionante, in un film così ben orchestrato, così emozionalmente coinvolgente ma capace di essere lieve (anche se le svolte drammatiche non mancano) da volare via nelle sue due ore e mezza di durata. Anzi, verso la fine si guarda l’orologio con preoccupazione, perché si vorrebbe, semplicemente, che il film non finisse. Merito della scelta di Phil Lord e Christopher Miller di prediligere un certo tipo d’intrattenimento non figlio di una certa altezza intellettiva verso cui elevare lo spettatore, ma di una comunanza emotiva che lo rende quasi un compagno di viaggio di Grace insieme ai suoi ricordi umani e a insperati aiutanti di misteriosa natura.

Hail Mary ha detto no agli effetti speciali

In questo senso Phil Lord e Christopher Miller guardano tanto agli ultimi film di fantascienza “dura” che hanno lasciato il segno negli ultimi vent'anni ma anche alla fantascienza classica, a partire dai cult di Spielberg, risalendo ancora prima e pescando anche più in basso. Non cito esempi diretti perché credo sia un errore compiuto anche dal trailer quello di anticipare personaggi e situazioni si presentano dopo un’ora e passa di cammino spaziale con Grace, ma c’è una precisa scelta che può sembrare orgogliosamente passatista ma che qui ha assolutamente senso e ha un forte impatto.

Phil Lord e Christopher Miller hanno spiegato che l’utilizzo di effetti speciali è ridotto al minimo: zero green screen, zero effetti visivi digital. Tutto è ottenuto con set incredibilmente complessi realizzati in maniera fisica e materica (e splendidamente illuminati e fotografati da Greg Fraser, che dopo Dune continua a definire le nostre aspettative visive fantascientifiche), con prop, set, burattini ed effetti pratici. Il lavoro di design e di costruzione della Hail Mary è tale che a un certo punto ci sentiamo quasi in una dimensione domestica, pur essendo un’astronave coerente con la sua missione. Così, allo stesso modo, le interazioni di Gosling con tutto ciò che lo spazio profondo gli mette davanti (dalle passeggiate spaziali a via via il puro e semplice ignoto) sono emozionanti perché sembrano tattili, vere nel loro mistero alieno, ma tangibile.

Sandra Hüller si conferma ancora una volta eccezionale

Un aspetto particolarmente interessante di questo film è quanto sia terribilmente attuale: la disperazione e un senso di catastrofe incombente rimane costantemente ai margini della storia e dentro la psiche del protagonista, che per motivi differenti (e non troppo indagati) si trova in un momento non facile della sua vita. Eppure il film è catartico, perché pur riconoscendo le difficoltà terrestri del momento, riesce a rendere verosimile un vago senso di speranza. L’aspetto più bello è che a coltivare la stessa è il personaggio più distaccato, analitico, ma non privo di simpatetismo: quello di Sandra Hüller, qui impegnata in un ruolo lontanissimo da quelli duri, estremi, taglienti in cui siamo abituati a vederla. Si conferma una delle migliori attrici a livello globale per come tiene insieme, si potrebbe dire, l’utilitarismo del suo ruolo con un’umanità mediata ma mai negata o sminuita.