Emmanuelle: il remake erotico è a corto di passione
A cinquant'anni dal primo adattamento, la nuova versione del romanzo è giocata sul senso dell'attesa, ma non trova la giusta chiave di lettura. Su Prime Video.
Vi è un qualcosa di paradossale nel fatto che una regista capace di costruire uno dei film più claustrofobicamente urgenti degli ultimi anni quale La scelta di Anne (2021) che le valse - forse un po' generosamente - il Leone d'Oro a Venezia e che faceva del corpo femminile il palcoscenico, involontario, di un conflitto ideologico, abbia scelto di cimentarsi in un remake così potenzialmente controverso.
Emmanuelle è stato un grande cult del cinema erotico degli anni Settanta, con protagonista un'irresistibile Sylvia Kristel e una storia comunque consolidata ai tempi e alla società di allora, pur nelle sue contraddizioni. Era perciò rischioso il compito per Audrey Diwan il tentativo di aggiornarne le dinamiche nell'era post #MeToo, a cinquant'anni esatti dall'originale e con tutte gli accorgimenti del caso. A tratti la sceneggiatura, co-scritta dalla stessa regista insieme alla collega Rebecca Zlotowski, sembra sollevare questioni interessanti ma non riesce poi a risolverle, con lo stesso eros assai più timido del previsto.
Luoghi e modi di Emmanuelle
Il materiale di partenza come detto era assai ingombrante, con il personaggio nato nel romanzo di Emmanuelle Arsan pubblicato nel 1965. Vi è un sostanziale cambio di ambientazione: restiamo sempre in estremo Oriente, ma non siamo più in Thailandia ma bensì in un Hong Kong cosmopolita, con praticamente unica location quell'hotel di lusso dove la protagonista va a caccia delle sue potenziali prede e di un "piacere" da molto agognato.
La Nostra è in questa nuova versione in una manager che fa il giro del mondo a ispezionare hotel di lusso per un'importante compagnia del settore. Ha il volto di un'algida Noémie Merlant, altrove attrice di talento ma qui evidentemente inadatta ad un ruolo che avrebbe richiesto maggiore coinvolgimento e del quale lei stessa sembra essersi pentita. Dovrà valutare l'albergo locale gestito da Margot (una sprecatissima Naomi Watts), e all'interno di quei corridoi e piani infiniti, tra lenzuola e luce al neon, dà vita ad una serie di incontri sensuali con uomini e donne, finché a catturare la sua attenzione non è Kei, uomo misterioso - un Will Sharpe quanto mai anonimo - che per ragioni svelate soltanto nel finale si rifiuta di cedere al suo fascino.
Cottura a fuoco basso
Fin dal prologo sull'aereo che condurrà Emmanuelle a destinazione, si comprende come il sesso sia qui figlio di logiche gratuite, con rapporti fisici, sequenze di autoerotismo saffico con la Zelda di una ben più sensuale Chacha Huang e quell'epilogo che scade in un grottesco involontariamente ridicolo, aprendo di fatto le porte a degli istantanei titoli di coda.
E poi quel senso di perenne attesa, dove per gran parte della visione molto sembra dover accadere salvo limitarsi a brevissime fiammate o a silenzi interminabili: Emmanuelle non è un film sull'eros vissuto, ma sull'eros cercato e mai trovato, sull'assenza come metafora esistenziale dal dubbio gusto. Una scelta teorica incapace di coinvolgere, con il torpore di questa figura femminile fin troppo eterea che viene trasmesso allo spettatore. Hong Kong diventa un contesto assente, nonostante la splendida fotografia di Laurent Tangy, una metropoli che sembra costruita appositamente per manifestare la solitudine contemporanea.
Solitudine che va detto quella sì permane per le quasi, inutilmente allungate, due ore che caratterizzano questo nuovo adattamento del quale ci sentiamo tranquillamente di dire non si sentiva per nulla il bisogno, come ha confermato anche il flop al botteghino e il potenziale rischio che una regista pur interessante si sia già bruciata dietro la caduta del mito.