Clayface, un'origin-story tra body horror e revenge movie

Rilettura del villain DC, il film di James Watkins trasforma la tragedia di un attore sfigurato in un incubo di mutazioni corporee e vendetta, tremenda vendetta. Al cinema.

di Maurizio Encari
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Il volto è il mezzo attraverso il quale ci connettiamo al mondo esterno, il filtro attraverso cui gli altri riconoscono la nostra identità, con i canoni estetici dominanti a dettare le logiche mainstream. È normale che, quando a perdere la propria sicurezza esteriore è proprio un attore, la situazione non possa che degenerare. Da questa premessa parte Clayface, nuovo cinecomic di casa DC che prende spunto da un popolare villain appartenente all'universo narrativo di Batman.

Scritto dal moderno guru dell'horror Mike Flanagan insieme a Hossein Amini - con il primo che, dopo aver consegnato la propria sceneggiatura, ha dichiarato di considerare ormai il film un'opera del regista James Watkins -, il film è l'ennesimo progetto del nuovo corso voluto da James Gunn e potenzialmente anche uno dei più rischiosi. Ci troviamo infatti davanti a un'operazione borderline, non adatta agli spettatori più impressionabili per via di quelle dinamiche body horror che prendono progressivamente il sopravvento in una narrazione già di per sé più drammaticamente inquieta della media.

Il volto dell'orrore

La vicenda vede per protagonista Matt Hagen, un giovane attore la cui carriera è in rampa di lancio, con tanto di candidatura agli Oscar. Peccato che, durante una notte in discoteca, un flirt poco accorto con la compagna del crudele boss Markos Szabo gli costi tutto: la reazione dell'uomo è infatti brutale e Matt viene sfigurato in maniera mostruosa. Ora nessuno studio ha più intenzione di lavorare con lui e anche il pubblico sembra voltargli le spalle, inorridito dal suo nuovo e tragico aspetto.

Privo di alternative concrete e incapace di accettare quei lineamenti che non sente più suoi, Matt decide di rivolgersi alla dottoressa Caitlyn Corr, una scienziata che sta lavorando a una tecnologia cellulare sperimentale, concepita per contrastare alcune malattie degenerative e potenzialmente in grado di rigenerare i tessuti danneggiati. La cura sembra inizialmente funzionare, restituendo a Matt il volto piacente che aveva prima della violenza subita. Ben presto, però, cominciano a manifestarsi spaventosi effetti collaterali, che modificano costantemente il suo aspetto. Mentre impara a controllare il proprio corpo, la mente di Matt imbocca una strada senza ritorno e il desiderio di vendetta lo consuma giorno dopo giorno.

Essere o non essere

Ci troviamo davanti a un film che tenta di coniugare la dimensione tragica del personaggio con la componente più cruda e spettacolare dell'horror corporeo, ormai definitivamente sdoganato anche presso il grande pubblico dopo l'exploit di The Substance (2024). Non è un caso che in molti l'abbiano definito un visionario incrocio tra due cult quali Darkman (1990) e La mosca (1986), nella versione cronenberghiana, anche se gli manca l'ironia del primo e quella struggente anima mélo del secondo.

Clayface resta in ogni caso un titolo carico di personalità, nel quale Watkins - autore del discreto remake di Speak No Evil (2024), ma soprattutto del notevole Eden Lake (2008) - non intende affatto rinunciare alle suggestioni del cinema di genere, valorizzandone l'impatto più fisico e repulsivo, con tagli, incisioni e mutazioni corporee che in alcuni passaggi possono scombussolare gli stomaci più deboli. D'altronde, ci troviamo di fronte a un uomo in cerca di vendetta, che non è nemmeno un antieroe in senso stretto: la vicenda assume toni via via più cupi e disperati, trasformando il protagonista in un cattivo a tutti gli effetti, sebbene il suo percorso sia almeno in parte comprensibile alla luce di una condizione psicologica ormai gravemente compromessa.

Dietro le continue trasformazioni del protagonista, che finisce per diventare una sorta di mutaforma, capace di assumere le sembianze altrui con facilità disarmante, si nasconde una riflessione sul valore attribuito all'aspetto esteriore e sul bisogno di essere accettati da una società in cui chi non rientra in determinati canoni rischia di essere tagliato fuori dal mondo dello spettacolo. Un'intuizione interessante, che prende di mira anche l'ambiente hollywoodiano, dove spesso le apparenze contano più della sostanza, ma che non trova sempre una sceneggiatura adeguata alla complessità dei temi trattati, affrontati così, paradossalmente, soltanto in superficie.