Apex: Charlize Theron lotta per la sopravvivenza nella natura australiana

Reduce da un grave lutto, la protagonista si reca in Australia per un'escursione in solitaria, ritrovandosi a fare i conti con uno psicopatico che le dà la caccia. Su Netflix.

di Maurizio Encari

C'è chi elabora il lutto con la terapia, chi con il tempo, chi annebbia il dolore con l'alcool. Sasha non fa nulla di tutto questo, ma ha bisogno di adrenalina per dimenticare quanto vissuto in prima persona. Tommy, il compagno di sempre, ha infatti perso la vita durante una scalata sulla Troll Wall norvegese, in un'escursione fortemente voluta proprio da lei, ora consumata dal senso di colpa.

La protagonista di Apex decide così di andare in Australia per onorare la memoria dell'amato, imbarcandosi al contempo in una nuova avventura che la vedrà affrontare in canoa le rapide del fiume Kedumba, nelle Blue Mountains del Nuovo Galles del Sud. Quella solitudine cercata tra canyon immensi e foreste lussureggianti dura però ben poco: Ben, un individuo dall'indole psicopatica, comincia a darle la caccia in quella che si trasforma presto in una disperato gioco del gatto col topo.

Nel ventre della Terra

C'è un dato di fatto quasi sempre scontato in pellicole che si portano appresso l'etichetta di survival movie: se due personaggi si arrampicano insieme su una parete rocciosa nei primi minuti, uno dei due è quasi certamente destinato a lasciarci le penne di lì a breve. Apex non fa eccezione e parte proprio da lì, con la guest star Eric Bana che precipita nel vuoto durante la frettolosa discesa iniziale, lasciando Charlize Theron sì affranta ma pronta, sei mesi dopo, a rimettersi in piedi nel solo modo per lei possibile.

Il regista islandese Baltasar Kormákur dimostra ancora una volta di muoversi con disinvoltura su un terreno già battuto, come evidenzia la sequenza d'apertura, girata con soggettive vertiginose dal direttore della fotografia Lawrence Sher e non lontana, per suggestioni, dal drammatico Everest (2015), dove i protagonisti lottavano contro condizioni climatiche estreme. D'altronde Kormákur è uno specialista nel raccontare storie di uomini alle prese con situazioni impossibili, come ha ampiamente dimostrato nel corso della sua eterogenea carriera.

Charlize Theron, qui anche produttrice, conferma una scelta coerente con il proprio percorso: la star sudafricana ha infatti mostrato negli ultimi anni - da Mad Max: Fury Road (2015) in poi - una propensione totale per ruoli che mettano alla prova il suo fisico. È ancora una volta al centro di sequenze d'azione senza sosta, ambientate nella wilderness australiana, palcoscenico della maggior parte dei rocamboleschi eventi. Eventi che sembrano un mix tra le atmosfere di Un tranquillo weekend di paura (1972) e The River Wild (1994), con un'impronta di empowerment femminile tipica dell'era post #MeToo e un'anima ludica figlia dell'ecosistema Netflix.

Cosa funziona e cosa meno

Un ibrido non sempre bilanciato, la cui pecca maggiore risiede in una trama che sfiora l'assurdo in molteplici occasioni, pur partendo da una premessa relativamente semplice ma spinta fino al parossismo, con tutte le conseguenze del caso. Una caccia senza esclusione di colpi che richiama, per metodologia - la balestra quale arma d'offesa - le dinamiche alla base di Senza tregua (1993), il sottovalutato esordio hollywoodiano di John Woo con Van Damme.

Il folle villain è affidato a un Taron Egerton che si rivela la sorpresa più genuina dell'intera operazione. Ben appare inizialmente come un tipo cordiale e affabile, ma quando abbandona la maschera lascia spazio a un antagonista sadico e crudele, la cui portata dei veri crimini commessi emerge nella fase cruciale del racconto.

Le sequenze nel cuore della natura selvaggia sono realizzate con quella solida competenza che rappresenta il marchio di fabbrica del regista, ma Apex non offre alcuna trovata realmente memorabile né un momento chiave capace di lasciare il segno. Certo, il peso delle cadute e le asperità di questa flora incontaminata vengono ben restituiti da una regia che pedina e assilla i personaggi, e l'ora e mezzo di visione ha il merito di scorrere veloce e indolore, almeno per il pubblico. Chi è in cerca di qualcosa di nuovo resterà però probabilmente deluso, anche se non era forse questa l'operazione a cui rivolgersi in partenza.