Speciale The Umbrella Academy

I nuovi supereroi targati Netflix

di Aida Picone

È il 1° ottobre del 1989, quando 43 donne sparse in tutto il globo danno alla luce, contemporaneamente, dei bambini; il particolare? Non erano incinte quando avevano iniziato quella giornata. Sir Reginald Hargreeves, un eccentrico milionario, decide di adottare con ogni mezzo a propria disposizione quanti più bambini possibile. Ne prende con sé 7, convinto che ognuno di loro sia dotato di capacità che vanno ben oltre il comune. Hargreeves è così concentrato sul tentativo di perfezionare in loro lo sviluppo di abilità straordinarie da non assegnargli neanche un nome, ma un numero identificativo. La totale mancanza di affettività da parte dell’uomo spingerà i ragazzi ad allontanarsi progressivamente da casa, l’unica figura genitoriale che nel presente riescono ancora a riconoscere è la governante robotica che diede loro i nomi con la quale saranno poi conosciuti. Diciassette anni dopo, di sette ne sono rimasti 5 e la morte del padre li spingerà a re-incontrarsi nella casa nella quale hanno vissuto da giovani.

Questo è lo scenario che apre la prima puntata di “The umbrella academy”, serie tv tratta dall’omonimo fumetto di Gerard Way. Netflix cerca così di tamponare l'emorragia di contenuti supereroistici legati al "richiamo" da parte di Disney delle serie di sua proprietà, scendendo in campo in prima persona con una serie destinata ad un sicuro successo.


I supereroi hanno pienamente invaso il grande e il piccolo schermo. Ruoli per lo più definiti e stereotipati, tematiche facilmente accostabili tra di loro sono le caratteristiche principali che creano un blockbuster in grado di piacere al più vasto pubblico possibile, ma Netflix prova a cambiare le carte in tavola. Giocando con la caratterizzazione dei personaggi, unendo una colonna sonora particolare e strutturando il montaggio di ogni singola puntata sull’intero arco narrativo, “The Umbrella Academy” ha la concreta possibilità di rendere originale qualcosa di già visto. Se, infatti, generalmente gli eroi hanno sempre come missione principale quella di salvare il mondo sconfiggendo il villain di turno, qui il tutto viene abilmente rimescolato. L’apocalisse è vicina e Numero cinque, capace di viaggiare nel tempo e nello spazio, non farà altro che ripeterlo, ma per scoprirne la causa necessiterà dell’academy al completo.

La prima stagione risulta essere quasi un volume introduttivo, quel classico primo film in cui vi è lo “spiegone” di quel che ci attende nei prossimi capitoli, ma il tutto viene reso interessante da colpi di scena decisamente interessanti. L’alternanza integrata di flashback e di flashforward permette di creare una narrazione che dà il giusto tempo alla presentazione di ogni singolo personaggio, concedendo ad alcuni i di loro episodi dedicati in grado di far presa sul pubblico. Diventa, così, essenziale sottolineare come viene trasmessa un’emozione grazie a un particolare evento, ma come questa venga successivamente eliminata con l’alternarsi delle vicende. Il taglio registico, unito al montaggio, assume una particolare connotazione quando al pubblico viene data l’opportunità di vedere fatti che realmente non sono accaduti. Del resto, il tempo e lo spazio sono quanto mai fondamentali grazie ai poteri di Cinque.


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Menzione speciale, come sottolineato precedentemente, merita la scelta delle canzoni (fruibili sulla piattaforma di Spotify) che faranno da colonna sonora alle singole puntate. I testi o i titoli delle canzoni spesso costituiscono il nucleo di un episodio, creando scene in grado di essere facilmente rievocate nella mente dello spettatore.

Un'analisi interessante si può, infine, applicare ai costumi di scena e al modo con cui questi esteriorizzando il mood dei personaggi. Esemplare, a tal proposito, sono gli abiti di taglio anni '50 che indossa la "madre" dei ragazzi: simbolo della più classica delle rappresentazioni delle casalinghe perfette americane, paragonabili a quelli di Nicole Kidman ne "La donna perfetta". Scelte sull'abbigliamento che sono state in grado di far leva sui contrasti tra i vari personaggi: sono tanto eccentriche e non convenzionali quelle di Numero 4, quanto anonime quelle di Numero 7; modaioli e sartoriali i vestiti di Numero 3, quanto buffe e assurde le maschere indossate dai sicari. Abiti che verranno cambiati e riadattati secondo i cambiamenti e la crescita di ognuno di loro. 

Particolare attenzione bisogna porre a 3 dei fratelli perché, in contrasto con i villains che verranno progressivamente mostrati, costituiscono la vera forza motrice della trama.

Numero 5, dopo aver vissuto per decenni bloccato nel futuro post-apocalittico che preannuncia il continuo spazio-temporale, riesce a tornare al presente dei suoi fratelli restando però bloccato nel corpo che possedeva da tredicenne. Il ruolo è vestito da Aidan Gallagher, classe 2003, decisamente convincente come sessantottenne nei panni di un tredicenne. Azioni, dialoghi ed eventi, riescono a renderlo adulto oltre ogni immaginazione, riuscendo a far sorridere per assurdo lo spettatore. La serietà e la furbizia di uno spietato mercenario nascosti dietro una divisa da scolaro saranno in grado di far commuovere negli attimi in cui lui mostra il suo rapporto con Dolores, un manichino a mezzo busto che sarà la sua unica compagna durante gli anni di solitudine.  


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Numero 4, o meglio, Klaus è un medium perennemente sotto effetti di stupefacenti per cercare di zittire gli spiri che vorrebbero comunicare con lui. L’interpretazione magistrale e totalmente queer di Robert Sheehan (noto ai più per il suo ruolo in “Misfits”) lo rendono unico nella caratterizzazione. Robert è magnifico nel riuscire a mostrare la lucidità o l’annebbiamento della mente di Klaus; il suo volto parla più di quanto non possano fare semplici battute, riuscendo a portare ogni singola mutazione nel suo carattere. Il tutto sarà reso ancor più evidente dal momento in cui, grazie ad un evento straordinario, il ragazzo aggiungerà alle sue emozioni il dolore della perdita.

Infine, Numero 7, Vanya. La scelta di Ellen Page per la composizione del cast è un’altra di quelle assolutamente corrette, il suo volto e le sue espressioni perennemente malinconiche fanno presagire il disagio e il dolore del suo personaggio non appena viene mostrato al pubblico. Il fatto che sia accompagnata dal suono del violino, non fa altro che accentuare questo aspetto del suo carattere. Fondamentale è infatti comprendere l’entità dell’emarginazione che da sempre ha subito. Tra i sette lei è da sempre stata considerata colei che non aveva alcun talento, colei che veniva messa in disparte dai fratelli oltre che dal padre. Vanya ha vissuto l’intera vita reprimendo la vera essenza di se. Il che la renderanno perfetta per ricoprire il ruolo che al termine della stagione le verrà assegnato.

In sostanza siamo davanti a una serie che volendo può avere un movente quasi “morale”; come una lezione che viene impartita al termine di ogni favola. Piccole azioni, piccole emozioni, possono scatenare enormi tsunami e provocare l’apocalisse.