Ridley Scott non ha paura né dell’Apocalisse né delle Dolomiti: per questo ha girato The Dog Stars in Italia

Ridley Scott e Jacob Elordi raccontano la costruzione di un mondo post-apocalittico sospeso tra violenza e humour.

di Elisa Giudici
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Ridley Scott ha scelto le Dolomiti perché il Canada gli faceva un po’ paura: è lui stesso a dirlo, perché timore dei giornalisti certo non ne ha. Anzi, durante la conferenza stampa dice affettuosamente che siamo delle brutte persone per le recensioni che abbiamo scritto dei suoi film), pur assicurandoci di non leggerle mai.
Scott dunque, come sempre, è un ruvido ma schietto, perfettamente in consonanza con The Dog Stars, il nuovo film survival del regista inglese che adatta il romanzo best seller di Peter Heller che conferma la grande popolarità del genere post apocalittico, sospeso tra orrore e speranza. Dopo la fine del mondo di Station Eleven e The Last of Us, a misurarsi con ciò che rimane è la star Jacob Elordi, che con il suo carattere un po’ ombroso e di poche parole, è il compagno perfetto del regista che lo ha diretto sulle Dolomiti al fianco di Margaret Qualley e di molti attori canini, che si sono alternati nel ruolo del cane del protagonista Jasper.

Quando hai letto il romanzo Le stelle del cane di Peter Heller cosa ti ha fatto pensare che ci fosse qualcosa che volevi trasformare in un tuo film?

Ridley Scott - Quando si parla di adattamenti letterari, tutto comincia in lettura. Quella prima volta in cui leggi un romanzo o un copione deve darti la scintilla, poi ovvio c’è tutto lo sviluppo successivo. Quando decidi che quella è l’idea che ti interessa e ti affidi a uno sceneggiatore, tutto è nelle sue mani: se lavorando insieme riusciamo a farlo funzionare allora non c’è nulla che mi fermi e comincio a girare

Cosa è cambiato tra il romanzo di Heller e il tuo film?

Ridley Scott – La quantità di cambiamenti dipende sempre da quanto è buono il materiale di partenza. Se qualcosa è perfetto, non si tocca quasi nulla, ma niente è davvero perfetto. Le dinamiche di un film poi sono ovviamente diverse da quelle della pagina scritta. Durante lo sviluppo mi sono affidato a un’ottima sceneggiatura di Mark Smith, ma ho voluto apportare un paio di modifiche al suo script, perché sentivo che le sue scelte erano talvolta troppo o non abbastanza.

Poi farci un esempio?

Ridley Scott – Volete davvero saperlo? (ride) Quando il film entra nel terzo atto, si arriva in un luogo che Hig aveva sempre immaginato potesse essere migliore rispetto a dove viveva. Ho dovuto trasformare quel passaggio in qualcosa di molto diverso dall’originale: troviamo una sorta di rifugio che in realtà non è affatto un rifugio, è più una fabbrica alimentare, perché nella situazione in cui si trovano, anche la carne umana è cibo.

Jacob, la dinamica tra Hig e Bangley è molto divertente. Come avete trovato il modo giusto di interpretare quel rapporto? È qualcosa che avete costruito prima delle riprese o durante?

Jacob Elordi – Ridley continuava a parlare a me e a Josh, che interpreta Bangley, della “strana coppia” e quel riferimento mi piaceva.

Ridley Scott – Mi riferivo a Jack Lemmon e Walter Matthau. Sai quei momenti in cui per esempio Matthau diceva: “Se pulisci ancora una volta quel posacenere, te lo spacco in testa”. Quel tipo di dinamica.

in effetti nel film, nonostante i toni apocalittici, c’è molto humour. Come lo si può trovare in mezzo a tutto il dolore e all’oscurità di questo racconto?

Ridley Scott – A meno che uno non stia facendo Macbeth, per me deve sempre cercare di trovare uno spiraglio, un elemento di umorismo. La parte difficile è non renderlo fine a sé stesso, deve avere una componente autentica.

Com’è stato girare in Italia?

Ridley Scott – Il cibo è stato sicuramente un grande plus. Ero in Canada per i sopralluoghi, a Calgary…Canada è maestoso: scendi dalla macchina per fare pipì, cammini cinque minuti nel bosco, ti giri e improvvisamente non sai più dove sei. La possibilità di morire lì è concreta: ci sono lupi e orsi. La cosa mi intimidiva. Avevo già fatto dei sopralluoghi sulle Dolomiti, dove il cibo è migliore. (ride) Così ho chiesto alla piccola troupe che era con me: “Qualcun altro ha paura di questo posto?”. Alcuni hanno ammesso di sì, quindi siamo andati tutti in Italia. Per puro egoismo: in Italia si mangia meglio. Scusa, Canada. Sei maestoso (ride).

Non avevi paura che le Dolomiti fossero…meno maestose, per usare le tue parole?

Ridley Scott – Le cime non sono proprio le Montagne Rocciose, ma vanno abbastanza bene. Se sei uno scalatore, quello è il posto giusto.

Jacob, nel film sei affiancato da un cane di nome Jasper. È stato interpretato da diversi cani, giusto?

Jacob Elordi – Sì, si sono alternati.

Per il film The Artist raccontavano che il segreto per creare il legame tra attore e cane fossero le salsicce. È stato così anche per te?

Jacob Elordi – Sì, in realtà sì. I cani reagiscono molto meglio agli affettati e a cose del genere rispetto ai classici premietti che gli dà l’addestratore. Però funzionano entrambi.

Come ti sei trovato a lavorare con questi cani? L’imprevedibilità dell’attore animale ha influenzato anche la tua interpretazione?

Jacob Elordi – Mi è piaciuto moltissimo lavorare con loro. E comunque non sono poi molto più imprevedibili di Josh o Guy.(ride) In senso positivo. Lavorare con loro è una cosa spontanea, meravigliosa. Sono cani incredibilmente talentuosi.

Della protagonista Margaret Qualley invece cosa ci racconti?

Jacob Elordi – Dato che eravamo allocciati in questi piccoli paesi sulle Dolomiti, Margaret e io abbiamo trascorso parecchio tempo fuori dal set con la sceneggiatura. In realtà tutti, abbiamo avuto tanto tempo per lavorarci, renderla nostra. Margaret e io abbiamo cercato di rendere più autentico il rapporto che si sviluppa tra i nostri personaggi nel film. Lei è un’attrice straordinaria: collaborare con Margaret è stato fantastico.