Laurence Fishburne: “Matrix? Capimmo che stavamo realizzando qualcosa di mai visto”
Intervista con lo storico Morpheus, tra ispirazioni e mentori. Il futuro sarà nella regia: “è lì che mi vedo”.
A 10 anni decise di recitare, a 18 fu scritturato per uno dei capolavori del cinema, Apocalypse Now di Coppola. Laurence Fishburne non se lo aspettava di diventare un attore, il suo sogno era semmai fare il medico o giocare a basket. Eppure è andata diversamente. Parole sue, raccolte all’ultimo International Marrakech Film Festival, in cui si è raccontato a 360° tra cinema, mentori, presente e futuro, e quel ruolo in Matrix, entrato nell’immaginario.
Intervista a Laurence Fishburne di Matrix
Da ragazzo per accontentare sua madre, come ha detto, si vedeva in altri ruoli. E invece..
Sono nato con un dono, mia madre era un'educatrice, una donna brillante, è ancora viva. Lei ha riconosciuto quel dono creativo, si è assicurata però che fossi in un ambiente in cui potessi davvero usarlo, affinarlo e coltivarlo.
Le mie insicurezze si manifestavano nella quotidianità, ma non tanto nel mio lavoro, lì avevo fiducia. Ci sono stati momenti da giovane in cui ero un disastro, è stato solo quando avevo 30-31 anni che sono riuscito a rimettermi in sesto, a riprendere il controllo, e a iniziare a creare la persona che volevo essere.
Parliamo un attimo dalle sue ispirazioni: a chi guardava di più?
Roscoe Lee Browne, un brillante attore afroamericano che ho avuto la grande fortuna di avere come mentore, io avevo 18 anni, era l'uomo più elegante, colto e gentile che avessi mai incontrato, è stato davvero come un padre e una madre per me, insegnandomi alcune delle migliori lezioni di vita e della mia esistenza. Lui diceva sempre, “non confondere la tua presenza con l'evento”. Questo è anche il modo in cui ho cercato di vivere la mia di vita.
Ci sono cinque attori che per me sono stati come i quattro punti cardinali, continuano a vivere nel cinema e nel mio cuore: Sidney Poitier, uno dei suoi film preferiti è La scuola della violenza di James Clavell, poi Richard Burton, James Earl Jones. O Peter O’Toole, l’altro film che amo è Lawrence D’Arabia, e infine Katherine Hepburn.
Li guardavo e pensavo: mi hanno commosso, educato, ispirato, mi sentivo amato da loro, anche se non li conoscevo. Sentivo che mi stavano comunicando qualcosa, io ho cercato di emularli nel mio lavoro e di essere qualcuno a cui guardare e ammirare. Il fatto è, e lo dico sempre: “non puoi essere ciò che non riesci a vedere”.
Katherine Hepburn è l’unica attrice in questa lista.
Era bellissima, in anticipo sui tempi, incredibilmente intelligente, aveva dei principi morali. Mi identificavo con lei, c'era qualcosa che mi colpiva, e mi ci riconoscevo, che ci crediate o no. Visto che ci sono dovrei aggiungere un sesto nome: Cicely Tyson.
Si è dichiarato anche un grande fan di Mads Mikkelsen.
È un grande. Perché? Per gli zigomi, cominciamo da quelli, per la sua calma è affascinante (ride, ndr).
Adoro quel film in cui interpreta il guerriero muto, Valhalla Rising - Regno di sangue: è un attore magistrale, un uomo dolce, una persona davvero adorabile, è stato un vero piacere lavorare con lui in Hannibal.
Che cinefilo si considera invece e quali sono gli altri film che ama rivedere?
Gandhi, Il miglio verde, Casablanca, Il mistero del falco, ce ne sono davvero tanti. Li riguardo all'infinito, sperando di imparare qualcosa, è difficile descrivere a parole, o da riassumere in una frase ad effetto, ma qualcosa mi risuona dentro e mi ispira a voler fare un lavoro che colpisca le persone e le commuova a livello dell'anima.
Quando ripensa all sua carriera dopo il 2000, quali sono i progetti che significano di più per lei?
Ci sono un paio di cose di cui sono davvero orgoglioso, una è la sitcom Black-ish, è stato davvero importante per me, stavamo parlando di argomenti di cui i neri in America parlano da 100 anni. Poi ho anche avuto l'onore di interpretare Nelson Mandela nella miniserie Madiba del 2014.
Matrix, un film che ha rivoluzionato il cinema: se lo sarebbe mai aspettato?
Non pensavo alla sua rilevanza, tutto quello che sapevo era che, quando ho letto la sceneggiatura, mi è sembrato il materiale più originale che avessi mai visto, ho capito che stavamo realizzando qualcosa che non era mai stato fatto prima. I Wachowski hanno descritto quello che volevano fare come "un film d'animazione giapponese dal vivo", ed era un concetto che potevo comprendere, e ci sono riusciti. Abbiamo lavorato molto sugli aspetti fisici, allenandoci tanto.
Solo quando ho visto il film per la prima volta ho pensato: Ci sono così tante cose belle, filosofiche, religiose, mistiche e metafisiche che lo rendono davvero universale, così come le scene d'azione. Anche l'azione lo rende universale. Non pensavo alla rilevanza, sapevo solo che era qualcosa di diverso, nuovo, speciale, ed ero grato di farne parte.
Cosa ci sarà nel suo prossimo futuro?
Sto entrando nel mondo della regia, ci sono un paio di progetti che sto sviluppando, in uno André Holland sarà il protagonista. Ce n'è un altro basato invece su un romanzo di cui non posso davvero parlare, ma a cui sto lavorando.
È lì che mi vedo.