I film preferiti di Hideo Kojima, raccontati da Hideo Kojima

Dario Argento, Sergio Leone e i classici del cinema cinema di genere giapponese: ospite a Roma di Cinema in piazza, Hideo Kojima ha raccontato il suo legame con un pugno di film che gli hanno cambiato la vita.

di Elisa Giudici
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Chi segue Hideo Kojima sui suoi account social sa che i suoi interessi culturali si spandono ben oltre la sfera videoludica. Il regista infatti è un punto di riferimento ben oltre chi apprezza il suo lavoro alla testa di Kojima Production, grazie ai consigli di ascolto e visione che ogni settimana condivide sui social, per non parlare della sua infinita galleria di selfie con interpreti, star e registi che conosce e ammira, molte dei quali sono poi entrati nel cast dei due Death Stranding, saga che ha ridotto drasticamente la distanza tra visione di un film dall’esperienza interattiva di un videogioco su console.

Non stupisce insomma che Kojima, da cinefilo incallito qual è, sia nel ricchissimo novero di evento della rassegna estiva organizzata da Fondazione Piccolo America nella Capitale. L’attenzione riserva a Kojima è stata speciale, così come la risposta del pubblico: a ogni tappa della sua tre giorni di presentazioni e incontri col pubblico davanti al grande schermo è stato accolto da una folla di fan venuti da tutta Europea e desiderosi d’incontrarlo di persona e vedere, attraverso la sua lente interpretativa, i film da lui scelti per le prooiezioni. Quella del game designer giapponese è stato una speciale Carte Blanche: tre serate durante le quali ha presentato altrettanti film che hanno segnato la sua formazione, condividendoli con il pubblico italiano, spiegando perché siano stati così importanti per lui, in qualità di cinefilo e narratore di storie.

Abbiamo seguito giorno per giorno le presentazioni di Kojima, che ha alternato classici del cinema di genere nipponico a titoli chiave dalla produzione italiana. I film giapponesi Jigoku e Female Prisoner Scorpion: Jailhouse 41 sono praticamente inediti in Italia e hanno fornito un’occasione rara al pubblico nostrano di vederli su grande schermo, mentre la scelta di Profondo Rosso di Dario Argento e Il buono, il brutto, il cattivo di Sergio Leone testimonia ancora una volta l’enorme influenza culturale di queste firme italiane a livello mondiale.

Per quanti non hanno potuto esserci e sono curiosi di capire come queste opere continuino ancora oggi a influenzare il modo di raccontare storie e costruire immagini di Kojima, ecco una sintesi di quanto ha condiviso con i fan presenti.

Female Prisoner Scorpion: Jailhouse 41: il cinema che nasce dalla povertà

Tra i quattro titoli scelti, quello su cui Kojima si è soffermato più a lungo è stato Female Prisoner Scorpion: Jailhouse 41 di Shunya Ito, secondo capitolo della saga interpretata dall’attrice Meiko Kaji, di cui è grande fan. Il film, presentato al Cinema Troisi, è infatti un cult amatissimo dai cultori del genere ma di difficile reperibilità anche entro i confini giapponesi, per cui il tentativo di Kojima è stato proprio quello di spiegare a un pubblico a digiuno dell’intera saga quale siano le sue peculiarità e cosa la renda tanto speciale.

Per Kojima il film rappresenta perfettamente un momento irripetibile del cinema giapponese degli anni Settanta,quando i mezzi economici molto limitati delle produzioni dell’epoca erano controbilanciati da una libertà creativa enorme: «Il cinema giapponese di quel periodo era povero e aveva mezzi scarsi. Ogni autore cercava di creare qualcosa di originale. spesso sostenuto da una troupe molto giovane che sperimentava di continuo con inquadrature, luci e soluzioni visive.»

Secondo Kojima è proprio questa necessità di inventare con poche risorse ad aver reso il film ancora moderno e unico, sottolineando come invece i blockbuster di oggi abbiano tutti una struttura molto simile. Il regista ha anche sottolineato come l'opera fosse profondamente politica, dato che è una sorta di allegoria della ribellione femminile nel Giappone degli anni Settanta: «é un film sul femminismo e sulla ribellione contro una società giapponese dominata dagli uomini. Quando lo vidi da ragazzo non capii fino in fondo questo aspetto, l'ho compreso soltanto crescendo.»

La protagonista della saga che guarda al revenge movie è Nami Matsushima detta Scorpion, che viene rinchiusa in un carcere femminile dopo essere stata tradita dal suo partner e condannata. La prigione è gestita interamente da uomini che abusano del proprio potere e sottopongono le detenute a continue violenze e torture. Dopo una rivolta, Scorpion riesce a fuggire e mette in atto la propria vendetta contro chi le ha distrutto la vita.

Alla fine del primo film, però, viene nuovamente catturata e rinchiusa in una terrificante cella d'isolamento sotterranea. Il secondo capitolo della saga, quello presentato al pubblico italiano da Kojima, riparte esattamente da questo punto della storia, raccontando un nuovo tentativo di evasione della protagonista. Per Kojima il secondo capitolo rappresenta il punto più alto della serie: «Il primo Scorpion è già un bellissimo film, ma il sequel diretto è quello più visionario, più eccessivo dell’intera serie. Nel primo Shunya Ito era al suo esordio come regista e stava ancora prendendo le misure del suo stare dietro la cinepresa: nel secondo invece non ci sono più esitazioni ed è completamente libero.»

Profondo Rosso e la lezione sul colpo di scena

Tra tutti i registi occidentali, Dario Argento occupa un posto speciale nell'immaginario di Kojima, tanto da inserire parecchi easter egg legati alla sua opera da giovane game designer sin dai primi giochi per computer che realizzòprima di passare a sviluppare per PlayStation. Durante la serata dedicata dalla rassegna ai cinquant'anni di Profondo Rosso, alla presenza dello stesso Argento, Nicolas Winding Refn, Gaspar Noé e Mathieu Kassovitz hanno partecipato a un lungo dibattito sul palco dedicato all’importanza di questo film. Ha partecipato ovviamente anche Kojima, spiegando quale sia l'aspetto di quest’opera che continua ancora oggi ad affascinarlo: «La cosa meravigliosa di Profondo Rosso è il momento in cui il protagonista e lo spettatore capiscono la verità praticamente nello stesso istante. È qualcosa che provo a fare anch'io nei miei giochi.»

Per l’artista nipponico quella perfetta sincronizzazione tra la scoperta del protagonista e quella dello spettatore rappresenta una delle più grandi lezioni di regia che abbia imparato dal cinema di Argento e che ha tentato di replicare nei suoi giochi. Per Kojima insomma quel tipo di costruzione narrativa rappresenta uno dei massimi esempi di come il cinema possa coinvolgere attivamente il pubblico nella narrazione, rendendolo qualcosa di più di un semplice spettatore.

L'influenza di Argento, però, non riguarda soltanto la struttura narrativa, ma anche alcuni dettagli particolarmente efferati che hanno affascinato Kojima da spettatore e che ha continuato a inserire nella sua opera, finché gli è stato possibile: «Sin da ragazzo mi accorsi che nei film del Maestro c'è quasi sempre una decapitazione: succede in Profondo Rosso e anche in Phenomena. Sono cresciuto con quelle immagini e, quando progettavo i miei primi giochi per pc, finivo sempre per pensare che ci dovesse essere qualcuno da decapitare. Nei punta e clicca a cui ho lavorato negli anni Novanta Snatcher e in Policenauts c'è sempre una decapitazione proprio per questo motivo, quasi una sorta di omaggio nascosto. Quando sono passato alle console PlayStation non è stato più possibile continuare in questo mio omaggio, anche se io desideravo molto farlo. Le aziende con cui lavoravo mi dicevano continuamente: "Basta con le decapitazioni, sono troppo violente!". Io rispondevo sempre: "Ma anche Dario Argento le fa!".»

Kojima ha ricordato anche un dettaglio curioso: in Giappone Profondo Rosso uscì con il titolo di Suspiria 2, sfruttando il successo del precedente film di Argento per attirare il pubblico in sala.

Il buono, il brutto, il cattivo: il western che parla dell'uomo

L'ultima serata della rassegna è stata dedicata al capolavoro di Sergio Leone, presentato insieme all'attore Luca Marinelli, attore e protagonista di Death Stranding 2. Per Kojima non si tratta semplicemente del suo western preferito di sempre,ma di uno dei film che hanno contribuito a formare il suo immaginario fin dall'infanzia.

Il game designer ha ricordato ancora una volta di essere cresciuto in una famiglia dove il cinema era una presenza costante, dato che i suoi genitori lo portavano spesso al cinema a vedere i grandi classici americani. Proprio quando era ragazzino, cominciarono ad arrivare anche in Giappone i primi western girati e prodotti in Italia. Kojima ha spiegato di essere cresciuto guardando sia i western americani sia quelli che in Giappone vengono chiamati macaroni western, storpiandone un po’ il nome internazionale di spaghetti western. Da giovane cinefilo ha sempre trovato affascinate come ci sia una netta differenza nella visione del mondo che le due scuole del western hanno: «nel western americano classico lo sceriffo vince sempre. Nei macaroni western non funziona così: i personaggi sono molto più umani e anche il male può finire per trionfare a discapito di legge e ordine».

L’ambiguità morale degli western di Sergio Leone lo ha conquistato, perché gli ricordava quella dei classici di Akira Kurosawa. Entrambi i registi nelle loro opere cardine s’interrogano su come interpretare il bene e il male nell’esperienza umana. Per questo alle migliaia di fan presenti a Monte Ciocchi Kojima ha dato un consiglio: «quando guardate questo film chiedetevi: voi siete il buono, il brutto o il cattivo? Nessuno dei personaggi è completamente una cosa sola e capire chi sia chi risulta molto più difficile di quanto non possa sembrare.»

Kojima ha poi rivelato che ciò ammira del capolavoro di Leone non è soltanto il confronto tra i tre protagonisti, ma anche il modo in cui la loro vicenda personale si intreccia con la grande Storia, negli anni della Guerra di Secessione: «mi piace moltissimo questa pellicola perché racconta la storia con una prospettiva molto ampia. L'ambientazione durante la Guerra di Secessione dà al film una dimensione storica che va oltre il semplice western. È uno degli elementi che me lo fanno amare così tanto e che mi hanno fatto desiderare di condividerlo con tutti voi.»

Infine ha ricordato con emozione il suo primo incontro con il film, avvenuto quando aveva appena tre o quattro anni davanti alla televisione di casa: «La prima volta l'ho visto doppiato in giapponese, al fianco dei miei genitori, quando è stato programmato in TV. La cosa buffa è che nella nostra versione, quando vengono presentati i personaggi, una voce dice addirittura "Io sono il buono", "Io sono il brutto", "Io sono il cattivo". Oggi fa sorridere un po’ sorridere ma all’epoca mi stregò.»

Si ringrazia Fondazione Piccolo Cinema per le foto a corredo dell'articolo.