Furious, recensione: la serie più scomoda dell’estate parla di rabbia e impunità
L'agente dell'FBI Alice Black (Emmy Rossum) a caccia di un misterioso serial killer.
Furious parte da un impianto che la serialità televisiva ha sfruttato fino a renderlo quasi automatico: un’investigatrice segnata dal proprio passato insegue un’assassina capace di anticiparne ogni mossa. Elizabeth Meriwether, però, non sembra davvero interessata alla caccia. Il confronto tra Alice Black e Catherine diventa piuttosto lo strumento attraverso cui interrogare una società pronta a condannare la violenza soltanto quando viene esercitata dalle persone sbagliate.
Un crime thriller che mette in discussione la giustizia
Liberamente ispirata al film Black Widow del 1987, la serie si allontana rapidamente dalla storia originale. Catherine non uccide per denaro, né sceglie le proprie vittime in modo casuale. Dietro la successione degli omicidi emerge un sistema in cui la ricchezza e l’influenza permettono di occultare abusi che le istituzioni preferiscono ignorare. La domanda centrale, dunque, non riguarda l’identità dell’assassina, mostrata fin dall’inizio, ma la legittimità morale di una giustizia ottenuta al di fuori della legge.
È su questa contraddizione che Furious costruisce la propria identità. Catherine commette azioni brutali, ma la serie evita di collocarla in una posizione facilmente decifrabile. Non è un’antieroina pensata per conquistare il pubblico, né un mostro da osservare da una distanza rassicurante. Le sue motivazioni rendono comprensibile la rabbia, senza per questo cancellarne la responsabilità individuale.
Si tratta di un equilibrio delicato, che la scrittura non riesce sempre a mantenere. In alcuni momenti il passato traumatico della donna assume un peso esplicativo eccessivo, come se ogni suo gesto dovesse necessariamente avere origine in una ferita precedente. Il rischio è quello di ridurre una figura inquietante a una dimostrazione narrativa: la vittima che, non avendo ottenuto giustizia, finisce per trasformarsi in carnefice.
Catherine, un’assassina difficile da decifrare in Furious
Lola Petticrew impedisce che Catherine rimanga confinata all’interno di questa formula. La sua interpretazione conserva qualcosa di indecifrabile anche quando la serie chiarisce le ragioni dei delitti. La capacità del personaggio di assumere identità differenti non viene trattata soltanto come un espediente da thriller. Diventa il segno di una personalità che ha imparato a sopravvivere adattandosi alle aspettative altrui, fino a non sapere più dove termini la finzione.
Catherine sa apparire fragile quando la situazione lo richiede, ma dietro quella maschera si avverte sempre una tensione imprevedibile. Petticrew non cerca di rendere il personaggio rassicurante, né trasforma il trauma in una facile assoluzione morale. Anche quando la serie insiste sulla sofferenza della donna, l’interpretazione mantiene una distanza che impedisce di dimenticare la ferocia delle sue azioni.
Il personaggio funziona soprattutto quando Furious rinuncia a spiegarlo fino in fondo. Ogni tentativo di ricondurre Catherine a una causa precisa ne indebolisce il mistero. Le contraddizioni lasciate irrisolte, al contrario, rafforzano l’impressione di trovarsi davanti a qualcuno che non può essere contenuto in una sola definizione.
Emmy Rossum e la rabbia trattenuta di Alice
Sul versante opposto si trova Alice, agente dell’FBI proveniente dalla polizia di New York. La sua carriera è stata compromessa dopo la fine della relazione con Marshall, un collega violento che continua a essere protetto dall’ambiente professionale condiviso. Alice riconosce in Catherine una rabbia che le appartiene, ma reagisce a questa consapevolezza cercando di trasformarla in metodo investigativo.
Più si avvicina all’assassina, più diventa evidente quanto sia fragile il confine tra comprendere un crimine e lasciarsi tentare dalla sua giustificazione. La ricerca di Catherine assume gradualmente una dimensione personale, fino a incrinare la convinzione di Alice che la legge possa ancora offrire una risposta credibile.
Emmy Rossum restituisce questa tensione senza trasformare Alice in una vittima esemplare. Il personaggio è abrasivo e mente spesso per ottenere ciò di cui ha bisogno. Non cerca di rendersi gradevole, mentre il trauma continua a condizionarne la vita privata e il rapporto con il proprio corpo.
Rossum lavora soprattutto sulla difficoltà di Alice nel mantenere il controllo. Anche quando appare immobile, si percepisce lo sforzo necessario a impedire che la rabbia emerga. È una prova intensa, capace di sostenere le oscillazioni di una scrittura che, a tratti, insiste troppo nel voler spiegare ogni comportamento.
I personaggi secondari di Furious danno profondità alla serie
Il rapporto speculare tra Alice e Catherine costituisce il motore della serie, ma non sempre ne rappresenta l’aspetto più interessante. Furious trova una voce personale quando si allontana dalle protagoniste e osserva chi è rimasto ai margini delle istituzioni.
Nora Washington, interpretata da Quincy Tyler Bernstine, lavora da anni sui crimini sessuali e ha ormai rinunciato a qualsiasi idea rassicurante della giustizia. Il suo cinismo è qui una forma di difesa sviluppata dopo una continua esposizione alla violenza.
Bernstine domina molte delle scene in cui compare. La sua Nora può risultare sgradevole senza perdere umanità e introduce un umorismo che nasce dalla stanchezza, non dal desiderio di attenuare artificialmente la materia trattata. È attraverso di lei che la serie esprime con maggiore lucidità il proprio pessimismo. Le istituzioni non falliscono soltanto perché incapaci di proteggere le vittime, ma anche perché spesso scelgono consapevolmente quali verità meritino di essere riconosciute.
Scoot McNairy offre invece una presenza più discreta nei panni di Danny. Il suo legame con Alice evita di trasformarlo nel salvatore comprensivo chiamato a riparare le ferite. Danny non possiede risposte risolutive e il suo sostegno incontra limiti precisi. Proprio questa impotenza rende credibile la tenerezza che attraversa il loro rapporto.
Più problematica è la costruzione di Marshall, interpretato da Jake Lacy. Il tentativo di rappresentare un uomo incapace di comprendere davvero la portata della propria violenza è interessante, ma il personaggio rimane legato a una funzione narrativa fin troppo evidente.
Una regia efficace, ma…
La regia dei primi episodi non possiede la stessa complessità della scrittura. L’illuminazione spenta e gli ambienti oppressivi collocano immediatamente Furious nell’immaginario del crime contemporaneo, senza però riuscire a definire una forma visiva davvero riconoscibile.
Ancora più controverso è il modo in cui vengono presentati alcuni atti di violenza. La serie vuole mettere in discussione lo sguardo attraverso cui il genere ha trasformato il dolore femminile in spettacolo, ma inizialmente rischia di riprodurre proprio quel meccanismo. La brutalità non viene sempre osservata con la distanza necessaria e alcune sequenze sembrano affidarsi allo shock prima ancora che al significato.
Con il procedere degli episodi, questa inclinazione si attenua. La seconda metà sposta l’attenzione dalla meccanica degli omicidi alle responsabilità di chi ha permesso che avvenissero. Il racconto acquista così maggiore coerenza, mentre anche le deviazioni umoristiche trovano una collocazione meno stridente.
Restano alcune coincidenze troppo convenienti e una tendenza al melodramma che appesantisce i passaggi più delicati.
Furious non offre risposte rassicuranti
Sono difetti significativi, ma non annullano la forza complessiva dell’opera. Furious funziona perché non cerca una conclusione moralmente pacificante. La legge non coincide automaticamente con la giustizia, ma la vendetta non diventa per questo una risposta priva di conseguenze.
Alice e Catherine occupano posizioni diverse all’interno dello stesso sistema. Entrambe sono costrette a misurarsi con istituzioni che riconoscono il dolore soltanto quando può essere organizzato all’interno di una narrazione accettabile. La loro vicinanza non cancella le differenze, ma rende sempre più difficile stabilire dove finisca la vittima e dove cominci la colpevole.
La serie di Meriwether non reinventa il thriller investigativo sul piano formale. Lo utilizza, però, per mettere in crisi alcune delle sue rassicurazioni più persistenti, a cominciare dalla distinzione netta tra chi salva e chi deve essere salvato.
Quando rinuncia alla provocazione più esibita, Furious diventa un dramma capace di osservare la rabbia femminile senza addomesticarla. Non sempre trova il linguaggio più adatto per farlo, ma ha il coraggio di non ridurla a una semplice posa emancipatoria.
Furious sarà disponibile dal 27 luglio 2026 su Disney+.