Resident Evil: Requiem - Recensione: l'incubo è ancora vivo
Un equilibrio perfetto tra survival horror classico e azione moderna
Recensire un nuovo capitolo principale di Resident Evil non è mai cosa semplice, ne tantomeno qualcosa di banale. Qua si parla una saga che nel corso di quasi trent’anni ha cambiato più volte pelle senza mai perdere davvero la propria anima, passando dall’horror claustrofobico delle origini, all’azione spettacolare, fino al ritorno alla paura più viscerale degli ultimi anni. Con Requiem, Capcom riesce a fare qualcosa di ancora più ambizioso, ossia di non andare in una sola direzione, ma riunire tutto ciò che ha funzionato nella storia passata e recente della serie per costruire la celebrazione definitiva. Ecco la recensione di Resident Evil: Requiem.
Com'è Resident Evil: Requiem?
Resident Evil: Requiem è un progetto enorme, nato con l’idea di rappresentare un nuovo punto di svolta dopo la rivoluzione in prima persona introdotta da Resident Evil 7: e perfezionata con Resident Evil Village, senza però dimenticare l’impatto action e cinematografico che ancora oggi deriva da un capitolo spartiacque come Resident Evil 4. Requiem non nasce quindi come semplice sequel o operazione nostalgia, ma bensì come una vera dichiarazione d’intenti: riportare l’horror al centro dell’esperienza di gioco senza però rinunciare alla spettacolarità richiesta dalle nuove generazioni e dall’era moderna.
Il tono generale del titolo appare più cupo e malinconico e sin dai primi minuti di gioco l’impressione che si ha è quella di trovarsi gettati in un mondo segnato dalle conseguenze delle tragedie biologiche viste negli anni precedenti, dove ogni evento passato pesa davvero sui personaggi e sull’atmosfera. Non si punta solo a spaventare, ma a far sentire il giocatore parte di qualcosa di più grande. È un ritorno alla tensione, all’ansia costante, ma allo stesso tempo all’azione adrenalinica e spettacolare con mezzi produttivi e narrativi che appartengono completamente a questa generazione.
In questo capitolo Capcom mostra davvero i muscoli.
La trama di Resident Evil Requiem: due protagonisti, un solo incubo
La narrativa di Requiem ruota attorno ad una struttura duale estremamente interessante, costruita su due protagonisti molto diversi tra loro. Da una parte troviamo Grace Ashcroft, volto completamente nuovo per la serie e probabilmente una delle scelte più coraggiose fatte dagli sviluppatori negli ultimi anni. Grace è una semplice analista dell’ FBI, non addestrata all’azione, trascinata a sua insaputa in qualcosa di immensamente terrificante e più grande di lei.
Proprio a causa della sua mancanza di preparazione al combattimento, Grace vive l’orrore con paura, incertezza e continua improvvisazione. Ogni corridoio è una minaccia, ogni porta un dubbio. Le sezioni che la vedono protagonista sembrano costruite per enfatizzare la sua vulnerabilità, trasformando anche i momenti di esplorazione in tensione pura.
Dall’altra parte ritorna invece uno dei volti più iconici della saga, Leon S. Kennedy, qui presentato in una versione molto diversa rispetto al passato. Non più il giovane idealista né tantomeno l’eroe quasi invincibile visto in alcune incarnazioni precedenti, ma un uomo segnato dalle esperienze accumulate negli anni. Un Leon più riflessivo, stanco e consapevole delle conseguenze delle proprie azioni, elemento che aggiunge una dimensione sorprendentemente umana alla narrazione.
La storia ruota attorno ad una nuova minaccia biologica collegata, almeno tematicamente, agli eventi passati della serie. Grace cerca risposte ad eventi accaduti in passato a lei e sua madre e tenta di sopravvivere a qualcosa che non comprende pienamente, mentre Leon sembra muoversi con l’obiettivo opposto: impedire che errori già vissuti possano ripetersi. L’alternanza tra i due punti di vista crea un ritmo dinamico che passa continuamente dall’horror psicologico all’azione pura, privilegiando però sempre l’impatto emotivo rispetto al semplice shock narrativo.
Una direzione sorprendentemente matura ed eccellente.
Il gameplay di Resident Evil: Requiem, classico e moderno uniti all’ennesima potenza
La parola che meglio descrive il gameplay di Resident Evil: Requiem è “estremo”.
Ogni meccanica conosciuta viene ripresa, raffinata e spinta al massimo.
Grace e Leon non rappresentano semplicemente due protagonisti diversi, ma due esperienze ludiche quasi opposte. Con Grace il ritmo rallenta drasticamente: le risorse scarseggiano, le armi sono spesso improvvisate e l’inventario diventa una fonte costante di stress. Molte situazioni privilegiano la fuga o l’uso intelligente dell’ambiente, con sezioni stealth e momenti in cui evitare uno scontro diventa la scelta più sensata. Il level design spinge continuamente sulla paranoia e la tensione con luci intermittenti, suoni lontani, corridoi troppo silenziosi e porte che sembrano non voler restare chiuse abbastanza a lungo. Tutto qualitativamente impressionante.
Leon introduce invece un approccio più offensivo ed action. Le armi aumentano sia di numero che di potenza di fuoco, le opzioni tattiche si ampliano e gli scontri diventano più dinamici e frequenti, ma la sensazione di pericolo resta sempre alta e concreta. Le munizioni non abbondano mai davvero e ogni combattimento richiede molta attenzione.
Il sistema di crafting torna più ricco che mai. Le combinazioni classiche tra erbe e risorse chimiche restano fondamentali, ma vengono ampliate con nuove meccaniche e possibilità di creazione.
Grace può creare strumenti improvvisati sfruttando oggetti ambientali per distrarre i nemici o costruire trappole temporanee, enfatizzando un approccio creativo alla sopravvivenza.
Leon invece accede a modifiche avanzate per l’equipaggiamento, con componenti intercambiabili e munizioni speciali che modificano profondamente l’approccio agli scontri.
L’avanzamento dei personaggi si basa soprattutto sull’esplorazione e sulla curiosità del giocatore, con documenti nascosti, stanze opzionali e percorsi alternativi che premiano chi decide di tornare sui propri passi. Il backtracking torna protagonista assoluto, con mappe interconnesse che cambiano radicalmente nel corso dell’avventura. Zone considerate sicure diventano improvvisamente ostili, enigmi ambientali sempre ben pensati e realizzati aprono scorciatoie inattese e ogni ritorno in un’area già visitata porta con sé nuove sorprese.
Tensione costante, jump scare calibrati con intelligenza, esplorazione profonda e sequenze d’azione intense convivono alla perfezione senza mai pestarsi i piedi a vicenda.
È probabilmente uno degli equilibri più riusciti mai visti nella saga di Resident Evil.
La tecnica dell'orrore in Requiem: meraviglia su tela
Dal punto di vista tecnico Requiem lascia davvero senza parole. La qualità visiva raggiunge livelli impressionanti grazie ad un’illuminazione dinamica che trasforma ogni ambiente in un racconto visivo. Edifici e luoghi incredibili, animazioni facciali estremamente espressive e una direzione artistica capace di rendere memorabile anche una semplice stanza abbandonata, contribuiscono a creare un senso di immersione costante e strabiliante.
Il level design è probabilmente uno degli aspetti migliori dell’intera produzione. Ogni area possiede un’identità propria ed una logica strutturale precisa. Non esistono corridoi riempitivi o spazi anonimi e ogni stanza suggerisce una storia, ogni scorciatoia ha uno scopo e motivo di esistere. Il gioco riesce a guidare il giocatore senza mai farlo sentire su binari, mantenendo sempre viva la sensazione di scoperta.
Il doppiaggio generale, interamente in italiano, si mantiene su livelli altissimi. Leon offre una performance intensa e credibile, perfettamente in linea con il tono più maturo del personaggio. L’unica nota leggermente meno convincente riguarda proprio Grace: non si tratta di un lavoro insufficiente, ma alcune linee emotive risultano meno incisive rispetto al resto del cast, soprattutto nei momenti di maggiore tensione narrativa.
Come da tradizione della serie, però, è il comparto audio a fare davvero la differenza. Giocare con le cuffie diventa quasi obbligatorio. Scricchiolii, passi lontani, respiri e rumori ambientali costruiscono una tensione continua anche quando apparentemente non accade nulla. La musica entra solo nei momenti giusti, lasciando spazio al silenzio e trasformandolo in una vera arma psicologica. È un sound design chirurgico, fondamentale tanto quanto la grafica stessa.