MIO: Memories in Orbit, un pacchetto eccellente per esploratori incalliti – Recensione PC 

La recensione del metroidvania di Douze Dexiémes, una magnifica interpretazione del genere che spicca per atmosfere e level design 

di Jacopo Retrosi

Viviamo in una realtà post-Silksong. Il filone dei metroidvania è inflazionato come pochi nel settore indie, e ora che quello da molti considerato il suo “magnum opus” è finalmente disponibile non è affatto facile imporsi sul mercato. Ecco perché riesco già a vedere la gente cliccare altrove quando vi annuncio che il titolo odierno è un altro esponente del genere, con dinamiche alla soulslike e storia criptica.

Descrivere così MIO: Memories in Orbit è sicuramente un disservizio, ma non saprei come altro presentare l’ennesima avventura che prova a scavarsi una nicchia facendo leva su una formula sondata e declinata da centinaia di aspiranti killer app. La produzione Douze Dexiémes però ha una marcia in più, e sa come deliziare i veterani in cerca di esplorazione non lineare e combattimenti epici, sfoggiando una cura per i dettagli encomiabile. Ma andiamo con ordine.

Nei panni del robottino MIO, ci risveglieremo nei meandri di una stazione spaziale alla deriva nel cosmo. L’enorme struttura, una sorta di arca, è in rovina e infestata da robot svitati che attaccano a vista. Senza mete o punti di riferimento, non passerà molto prima di essere abbattuti dall’ambiente ostile, perdendo tutta la “madreperla” (le anime di turno) accumulata. No, non potremo recuperarla, perché finirà convogliata nell’hub centrale, il Nexus, accendendo uno degli “organi” della nave, l’Occhio, che ci fornirà le prime direttive e accesso alla mappa.

Le fasi iniziali dell’avventura ci vedranno quindi fare la spola, volenti o nolenti, per riattivare le funzioni dell’Occhio, ed è un peccato che, a lavori ultimati (tempo qualche ora), questa meccanica passi completamente in secondo piano. Potremo infatti cristallizzare la madreperla per conservarla in caso di morte e spenderla poi al negozio per svariati potenziamenti (qui non si sale di livello), ma quella rimasta in saccoccia è persa per sempre. Non è una risorsa rara e non ne serve molta per svuotare gli scaffali, però dispiace che abbia un utilizzo così limitato. A ogni modo, l’obiettivo è trovare gli altri organi e ricollegarli alla rete.

Facendo affidamento solo sul nostro intuito, andremo a zonzo a caccia di indizi, sfruttando al meglio il kit a disposizione e annotando vicoli ciechi e zone sospette, fino a trovare la prossima abilità che ci consentirà di espandere il raggio di ricerca. MIO parte con un doppio salto (un lusso di questi tempi), per poi acquisire gingilli utili come un rampino, la possibilità di fluttuare e persino di camminare sui muri, che gli consentiranno di andare più o meno ovunque. Gli sviluppatori hanno costruito con perizia dozzine di prove che utilizzano ogni aspetto immaginabile dell’arsenale e pretendono sempre il massimo dal giocatore.

Che si tratti di una sezione platform o di una boss fight, precisione e riflessi sono costantemente sotto stress, e può risultare abbastanza infame sul momento, tuttavia non ho mai trovato il gioco particolarmente disonesto. Alcuni punti sono da ripetere a iosa prima di trovare la quadra, ma analizzando bene l’ambiente circostante e i movimenti del bersaglio si riesce (quasi) sempre a bucare il pattern e a formulare una strategia vincente. La principale seccatura è rifarsi ogni volta la strada dal checkpoint al luogo del delitto, dato che MIO non è così celere e i corridoi sono lunghissimi, specie se c’è di mezzo un ascensore. La soddisfazione in caso di successo però è tanta.

MIO: Memories in Orbit resta comunque un’esperienza parecchio impegnativa, non fraintendete, e può essere fonte di frustrazione. Non c’è modo di “farmare”, e spesso l’unica soluzione per proseguire è rimboccarsi le maniche e schiantarsi per ore contro quel groviglio di salti a mezz’aria concatenati o quella coppia di boss col vizio di far scomparire l’arena a metà battaglia. È possibile rimaneggiare i chip equipaggiati da MIO (in maniera non troppo dissimile da quanto visto in Nier: Automata) per darsi una spinta, ma nulla di epocale.

Attardarsi in cerca di alternative non è neanche un’opzione valida. Ogni tanto infatti il “Cuore” della nave avrà l’equivalente di un principio d’infarto, provocando la perdita permanente di una porzione di salute di tutti gli abitanti della nave. I nemici più deboli e i pochi personaggi amichevoli rimasti ci lasciano le penne, i boss ci rimettono una frazione della loro enorme barra vita, mentre il giocatore un’intera tacca delle 4-5 che ci portiamo dietro. Succede di rado e in momenti credo scriptati, ma l’impatto si sente. In caso però ne abbiate piene le tasche, c’è un menù nascosto tra le impostazioni che consente di attivare una serie di aiuti aggiuntivi, come avversari che “ricordano” i danni subiti dopo ogni morte e il recupero passivo quando si è a terra.

È una fortuna che MIO sia una gioia da controllare. I comandi sono precisi e intuitivi come pochi. Di frequente tocca inserire lunghe catene di input per navigare i livelli, con finestre estremamente risicate tra l’altro, ma mai una volta mi sono ritrovato a dare la colpa a latenza o collisioni barbine per eventuali fallimenti. Il gioco tende spesso a esagerare, ma questo è un altro discorso.

Anche senza uno straccio di indicazione, scandagliando la mappa si riesce a capire più o meno dove procedere, arrivando a chiudere l’avventura in circa 10-15 ore, sudando in più occasioni e con un epilogo agrodolce in linea con il tono generale della storia. Bene, il “tutorial” è concluso, ora si punta al vero finale. Caricato l’ultimo salvataggio non si ricevono avvisi o nuove piste da seguire, tuttavia qualcosa non torna: l’inventario è mezzo vuoto, ci sono ancora porte chiuse, buchi nei log e nei racconti dei superstiti...

MIO: Memories in Orbit abitua il giocatore alla presenza di pertugi nascosti e viuzze secondarie in cui infilarsi per sbloccare ricompense e scorciatoie, ma non avete davvero idea di cosa si celi al di là dell’inquadratura o letteralmente dentro le pareti. La stazione spaziale sembra coesa e ben interconnessa, ma c’è letteralmente un secondo universo occultato ai più, dove attendono le sfide più complesse e i retroscena più interessanti. Di nuovo, zero appigli su come procedere, quindi l’unico consiglio che posso darvi è: arrampicatevi su qualunque parete e buttatevi in ogni buco; in genere si trova qualcosa.

Curiosità e fantasia portano lontano, ma il confine tra esplorazione e viaggi a vuoto è sottile. Le prime scorribande sono appaganti e si scoprono location ricche di fascino, ma dopo un po’ le novità finiscono e si comincia ad andare alla cieca. Bello svelare da sé i misteri di questo mondo, ma qualche dritta extra non mi sarebbe dispiaciuta, e alcune aree potevano essere collegate meglio. La longevità per il 100% si allunga così intorno alle 25-30 ore, ma un sacco di tempo lo si passa a rimirare sconsolati la cartina.

L'ottima, sebbene a tratti troppo labirintica, struttura dei livelli del titolo Douze Dexiémes viene accompagnata da ambientazioni evocative e variegate, tra caverne ghiacciate, città abbandonate, giardini incolti, lugubri paludi e complessi industriali. I design sono ricercati e strizzano l’occhio all’art nouveau senza tradire la natura sci-fi dell’opera, alternando tonalità calde e fredde per contrasti gradevoli e scorci niente male. Il tutto caratterizzato da uno stile fumettoso che pone l'enfasi su ombre e contorni, migliorando ulteriormente il colpo d’occhio ed evitando di minare in alcun modo la leggibilità dell’azione.

La colonna sonora predilige temi lo-fi e cori soffusi negli attimi di calma, creando atmosfere dense e quel senso di abbandono tipico del genere, ma con una punta di nostalgia, in linea con la vicenda e il nostro obiettivo. La musica però sale di giri quando spuntano fuori i boss, con brani elettronici tanto originali nella composizione quanto orecchiabili, e un ritmo martellante che scandisce ogni fase dei combattimenti. 

Sul profilo tecnico, il gioco mostra un paio di sbalzi d’umore. Sulla 2070 Super del sottoscritto il frame rate oscilla di solito tra i 120 e i 140, ma capita che scenda senza preavviso nel range dei 60-70. Nulla che intacchi l’esperienza nel mio caso, ma le configurazioni più modeste potrebbero singhiozzare in maniera più netta. Gli sviluppatori avevano già ottimizzato la demo tempo fa, pertanto aspettatevi future migliorie. Nessun bug o altre anomalie da segnalare.