Cthulhu: The Cosmic Abyss Recensione - Attenzione ai tentacoli del dio occulto

Big Bad Wolf abbandona il DNA RPG di Swansong per un'investigazione estrema: tra sonar molecolari e un'IA glaciale, l'orrore cosmico si scontra con una struttura troppo sicura.

di Simone Rampazzi

Cthulhu: The Cosmic Abyss rifugge sistematicamente i cliché dei jump-scare a buon mercato e le derive action per tentare una strada ben più impervia: trasformare la deduzione in una forma brutale di sopravvivenza intellettuale. Nel 2053 tratteggiato da Big Bad Wolf, la fantascienza ha perso ogni residuo di ottimismo, ripiegando in un'estetica sporca e corporativa dove le mega-aziende setacciano gli abissi del Pacifico alla ricerca delle ultime risorse di un pianeta esausto. In questo scenario vestiamo i panni di Noah, un agente dell'Ancile, la divisione segreta di Interpol specializzata in casi occulti, inviato a indagare sul collasso silenzioso della stazione mineraria Ocean-I. Quello che troverà oltre la soglia non ha nulla a che fare con un incidente industriale.

L'opera eredita l'oppressione claustrofobica e l'esistenzialismo di SOMA, ma compie una scelta di design radicale: sottrae sistematicamente gli elementi ruolistici che avevano caratterizzato Vampire: The Masquerade – Swansong. Se nel titolo precedente la gestione delle abilità sociali e dei tratti definiva il percorso narrativo, qui tutto viene filtrato attraverso una lente clinica. La sfida dello studio di Bordeaux è precisa: sostenere un ritmo di 12-15 ore affidandosi esclusivamente a una deduzione analitica che non ammette distrazioni. Eppure, dietro la maestosità delle architetture sommerse di R'lyeh, emerge un interrogativo che la recensione si incarica di rispondere: può un horror definirsi tale se priva il giocatore del terrore di essere una preda?

Oltre la soglia del tempo: il dramma degli Yith tra lore d'acciaio e staticità narrativa

La narrazione non si limita a citare Lovecraft: lo metabolizza dentro un contesto di alienazione tecnologica dove il passato ancestrale collide con il futuro sintetico. L'incipit è un prologo ambientato nella casa isolata di Mei, circondata da una costa devastata dalle inondazioni. Questa sezione funge da tutorial: è qui che il giocatore impara a usare il Sonar per scansionare l'ambiente e a gestire i flussi di dati del Vault. La ricerca di Noah e della sua partner Elsa si concentra ossessivamente su Mei, una ricercatrice che stava tracciando la posizione della città sommersa di R'lyeh. La sua scomparsa non è un incidente, ma il risultato di un'incursione troppo profonda nei misteri del dio dormiente.

Il prologo culmina in una frattura narrativa netta: Elsa e Mei restano intrappolate oltre un portale che conduce alla città sommersa, lasciando Noah solo con l'IA Key. Da questo momento il viaggio si sposta nelle strutture di R'lyeh, evolvendo da thriller investigativo a horror cosmico. In questo isolamento, Key ricopre un ruolo profondamente ambiguo. Elsa la definisce un semplice strumento, ma la sua presenza è costante: monitora ogni scansione e, quando il giocatore si blocca, offre suggerimenti per orientarsi nei percorsi logici dell'indagine. Tuttavia, c'è una distinzione precisa nel suo design: Key interviene sull'esplorazione, ma non tocca mai le deduzioni del Vault. Le conclusioni che Noah costruisce collegando le prove rimangono interamente responsabilità del giocatore, senza rete di sicurezza. È una scelta che avrebbe potuto essere più articolata, permettendo a Key di rispondere a quesiti aperti o adattarsi allo stile investigativo del giocatore. Rimane invece uno strumento ben calibrato ma con un margine di profondità inesplorato, anche se con guizzi interessanti che il giocatore scoprirà nel corso dell'avventura.

La sceneggiatura costruisce una minaccia di scala ontologica: Cthulhu sta trovando un modo per fare ritorno e solo pochi individui, tra cui Noah, possono frapporsi. La struttura narrativa non è però lineare: la gestione della sanità mentale e la qualità delle deduzioni portano a finali multipli. Va detto che questi finali non divergono in modo radicale nella sostanza narrativa, e la rigiocabilità è sostenuta principalmente dalla caccia agli achievement piuttosto che dalla scoperta di storie alternative. Il limite principale della narrazione rimane la sua incapacità di tradurre l'orrore sul piano sensoriale: l'irrazionale resta intrappolato nei documenti e nei dialoghi, lasciando la percezione dell'ambiente pericolosamente asettica rispetto a quanto la lore prometterebbe.

La fisica dell'indagine: un sonar per domarli tutti

Chiunque si approcci a questo titolo aspettandosi la profondità ruolistica di Swansong si troverà davanti a una sottrazione netta. Big Bad Wolf ha smontato la propria struttura di statistiche e tratti per costruire un'esperienza dove il centro dell'interazione non è più la scheda del personaggio, ma il Sonar molecolare. Questo strumento impone una precisione visiva e manuale costante: non basta premere un tasto per analizzare un indizio, bisogna sintonizzare attivamente le frequenze — idrogeno, basalto o cheratina alpha per fare un esempio — a seconda della firma molecolare dell'oggetto o dell'ambiente. È un processo lento e metodico che non trova mai una valvola di sfogo in una controparte tensiva: si analizzano atomi mentre il mondo intorno rimane immobile, privo di quella pressione che dovrebbe giustificare tanta cautela.

Prima di iniziare, il gioco propone un tool di configurazione che permette di regolare il numero di indizi visibili nell'ambiente e il livello di intervento di Key durante l'esplorazione. Chi viene da esperienze narrative leggere come What Remains of Edith Finch può alzare l'assistenza e affrontare R'lyeh senza frustrazione; chi cerca la sfida pura di Outer Wilds può disattivare ogni supporto e affidarsi esclusivamente all'osservazione. È una scelta di design intelligente che allarga il pubblico potenziale senza snaturare l'esperienza per chi vuole il livello più esigente.

L'energia della muta, alimentata dai funghi bio-luminescenti sparsi nei corridoi di R'lyeh, non genera mai la tensione che dovrebbe. Non esiste un pericolo reale di restare bloccati per esaurimento risorse: la raccolta delle ricariche diventa un compito meccanico, un loop di gestione privo di drammaticità. Anche la progressione segue binari atipici: niente esperienza accumulata, tutto passa per il ritrovamento di tavolette antiche che sbloccano funzioni specifiche. Il sistema di corruzione delle abilità è l'unico elemento di rischio strutturale, un riflesso meccanico del deterioramento mentale di Noah sotto l'influenza di Cthulhu, ma il suo impatto rimane confinato all'interfaccia: il mondo di gioco non reagisce a questo degrado, rendendo il sacrificio delle proprie facoltà una scelta matematica invece che drammatica.

Il Vault rappresenta l'apice e il fallimento simultaneo della filosofia di gioco. Collegare prove e sospetti per generare le Deductions è un processo non automatico che richiede comprensione reale dei fatti, non semplice raccolta passiva di indizi. Il problema è che sbagliare non ha costo immediato: si può correggere un'analisi errata senza che R'lyeh registri l'errore in alcun modo. Rispetto alla tensione di Call of Cthulhu, la città sommersa si rivela uno spazio architettonicamente straordinario ma privo di pressione attiva. L'assenza di qualsiasi minaccia che bracchi il giocatore trasforma l'orrore in una sessione di catalogazione metodica: affascinante per chi ama il genere, ma lontana da quella sensazione di pericolo reale che un horror dovrebbe mantenere viva.

Un dato rilevante per chi valuta l'acquisto: nonostante queste frizioni, il gioco regge il passo per tutta la sua durata. La lore degli Yith e la costruzione progressiva del mistero mantengono una curiosità costante capitolo dopo capitolo, senza i crolli di ritmo che affliggono molti titoli del genere nelle ore centrali. Per 12-15 ore di investigazione narrativa a un prezzo in linea con la fascia AA, il rapporto qualità-prezzo è solido.

Quando la tecnica illumina il vuoto interattivo

Sul piano tecnico, Cthulhu: The Cosmic Abyss è un titolo che impegna l'hardware in modo significativo. Girato su Unreal Engine 5 con illuminazione Lumen e supporto DLSS 4.5 Super Resolution, sulla configurazione di riferimento con NVIDIA GeForce RTX 4060 Ti il gioco richiede l'upscaling attivo per mantenere una stabilità accettabile. I requisiti ufficiali indicano una RTX 3070 come scheda raccomandata con upscaling abilitato, e la 4060 Ti si colloca in quella fascia alta senza particolari criticità una volta configurato correttamente il DLSS. L'uso della VRAM è comunque sostenuto: le strutture ciclopiche di R'lyeh, con la loro densità geometrica, mettono sotto pressione i buffer nelle transizioni più cariche.

Il frame-time rimane stabile anche nelle scene più dense di effetti volumetrici, e il ghosting è assente o non percettibile, segno di un'integrazione delle tecnologie di upscaling curata. Il paradosso di fondo è strutturale: il motore costruisce un'atmosfera visivamente oppressiva, ma quell'atmosfera promette una minaccia che il design non mantiene. Il soundscape spaziale lavora nella stessa direzione, usando micro-distorsioni nella voce di Key per produrre un disagio che il level design da solo non riesce a generare. Contribuisce all'esperienza, ma non può compensare l'assenza di pericolo reale.