Atomic Heart, la recensione

Una ucronica Unione Sovietica fa da sfondo ad un'avventura accattivante ma che sa tanto di già visto

di Luca Gambino

Partiamo dalla fine, dall’ultima dichiarazione di Robert Bagratuni che ai microfoni di Wccftech ha dichiarato che sarebbe ingiusto associare Atomic Heart a giochi come Doom o Bioshock, perché il suo gioco offre un’esperienza ludica completamente diversa. Ora, ammesso e non concesso che qualcuno possa aver mai associato Atomic Heart a Doom (forse in virtù della visuale in soggettiva? ), è evidente che Bagratuni giochi un po’ a fare il paraculo, negando le somiglianze da una parte, ma strizzando l’occhio (e mica poco) al prodotto creato da Ken Levine. E ci sta, intendiamoci, non vogliamo certo gettare la croce addosso ai ragazzi di Mundfish per aver preso spunto da uno dei giochi più importanti nella storia moderna dei videogames, però, ecco, un po’ di onestà intellettuale non farebbe male.

Che poi, Atomic Heart si impegna parecchio per cercare di creare qualcosa di unico e riconoscibile, ma è inevitabile che da una parte o dall’altra si vada sempre a ricadere alle porte di Rapture. L’avventura che coinvolgerà direttamente “P-3”, nome in codice di  Sergey Alekseyevich Nechaev, è ambientata in una Russia alternativa degli anni ‘50, dove il potere sovietico dominava il mondo grazie ad un progresso scientifico senza pari, dove il web e la robotica erano all’ordine del giorno.

La trama di Atomic Heart

Ed è proprio dai robot che partono le vicende che ci vedranno coinvolti in prima persona dal momento che, spinte da un particolare “ordine 66”, le macchine compiono una strage di esseri umani prendendo il potere e il controllo di quella che fino a qualche attimo prima era stata una nazione praticamente perfetta. Come sempre, durante il nostro viaggio all’interno dei vasti ambienti di gioco, inizieremo a scoprire come la felicità e la perfezione apparente era solo una facciata e di come diversi soggetti bramavano nell’ombra per sovvertire il potere e prendere il controllo di una nazione dominante.

Attraverso una rete di documenti e messaggi che troveremo a disposizione, recuperabili attraverso particolari visori, verremo a sapere degli incredibili progressi scientifici, ma anche della bramosia di potere di alcuni personaggi che hanno in qualche modo piegato la scienza e la tecnologia a loro favore per volgerla contro la popolazione e la classe dirigente. In particolare il nostro P-3 prenderemo coscienza del fallimento del progetto Kollektiv 2.0, che mirava al controllo delle creature cibernetiche con la sola forza del pensiero e di come la scoperta di un particolare polimero, in qualche modo “associabile” al corpo umano potesse rendere possibile questo e tanti altri “miracoli”.

Atomic Heart: il gameplay

E saranno proprio queste nuove scoperte scientifiche, associate anche al caro, vecchio, “ferro” delle armi da fuoco che si snoderà il gameplay di Atomic Heart, in un equilibrio perfettamente bilanciato tra lo scontro a fuoco tradizionale e l’utilizzo più creativo di particolari poteri dati da uno speciale guanto che sfrutterà appunto le potenzialità di questi polimeri per sviluppare particolari poteri. Telecinesi, abilità criogene o pirotecniche, capacità di protezione  dai colpi avversari, saranno tutte specialità che il nostro personaggio potrà utilizzare e sviluppare nel corso delle 20 ore di gioco (ma potranno essere anche di più) che rappresentano l’avventura messa in piedi da Mundfish. Tutti elementi che i vecchi aficionados di Bioshock avranno riconosciuto immediatamente e che in qualche modo avranno solleticato la corteccia cerebrale.

E, pur non brillando per originalità (con buona pace di Bagratuni), Atomic Heart non se la cava nemmeno malaccio. Il ritmo è incalzante, introduce meccaniche stealth elementari ma efficaci e in generale fila via in modo piuttosto fluido, tra poteri dati dal nostro compagno d’avventura e scontri a fuoco con armi che potremo ovviamente upgradare nel corso dell’avventura grazie ai vari componenti recuperati direttamente dagli avversari abbattuti o dalla ricerca sistematica negli ambienti visitati. A questo si vanno ad aggiungere alcuni puzzle ambientali, mini giochi di logica e sequenze in quick time che arricchiscono un gameplay che forse non eccelle in originalità ma che quantomeno non risulta banale.

A questo si deve aggiungere anche un doppiaggio italiano che, al netto di dialoghi a volte mortalmente noiosi o di scambi da “compagni di camerata” al limite dell’inutilmente sboccato, aiutano il giocatore a calarsi perfettamente nella parte e a prendere coscienza di quanto stia letteralmente accadendo attorno alla propria figura. E qui arriva un primo problema per Atomic Heart, perché spesso la narrazione si sovrappone al gameplay vero e proprio e ci si trova a combattere mentre qualcuno di parla o ci racconta qualcosa, distogliendo per forza di cose la nostra attenzione dalla narrativa, facendoci perdere importanti pezzi di informazione. Niente che non si possa magari recuperare in un secondo momento, ma in alcuni frangenti è un qualcosa di veramente irritante.

Anche perché di voci e di personaggi ne incontreremo davvero tanti, a partire da Charles, una particolare intelligenza artificiale integrato nel nostro guanto polimerale, che ci terrà sempre aggiornati sullo scorrere della trama e dei personaggi che popolano l’intreccio narrativo.  A questo fa da contraltare quella associata ai replicatori di materiali e armi (di cui dobbiamo prima recuperare i progetti), che rispetto alla precisione e alla nobiltà d’animo di Charles, contrappone una personalità da ninfomane sfacciata che istiga P.3 a diverse perversioni sessuali. C’è quindi tanta “ciccia” in Atomic Heart, tra la ricerca dei materiali per replicare armi, munizioni e sviluppare quanto in possesso, cercare di mimetizzarsi e farsi notare il meno possibile da robot di varia natura che hanno dimostrato routine di IA piuttosto “tignose”. Una volta individuati, infatti, i vostri avversari tenderanno ad allertare altri soggetti nelle vicinanze per attaccarvi su tutti i fronti, specie quando vi trovate in ambienti esterni.

L'estetica del male

Laddove Atomic Heart si “schianta” è una rappresentazione grafica non particolarmente evoluta, che al netto di un framerate tutto sommato solido, ma con qualche importante defaillance, non sarà sicuramente ricordato per un titolo memorabile per la sua estetica. D’accordo per i robot praticamente tutti identici (ma ben animati), che possono comunque rispondere ad una certa logica, ma la povertà di ambienti e strutture e più in generale una mole poligonale non certo esaltante ci ha portato a storcere il naso in più di un’occasione . Non brillando nemmeno gli effetti di luce o altri come le esplosioni o la rappresentazione dei fluidi. Insomma, si avverte come da questo punto di vista Atomic Heart sia stato comunque realizzato un po’ al ribasso, cosa comunque non certo disdicevole per un titolo tutto sommato senza enormi budget a disposizione. Ma quello che davvero ci ha fatto innervosire in più di un’occasione è stata la propensione del nostro personaggio a “incastrarsi” in alcuni elementi dello scenario, costringendoci a combattere senza praticamente poterci muovere. Oppure, un’altra volta, è capitato che un oggetto fondamentale per la nostra missione fosse finito sotto un cassetto, da cui è stato impossibile tirare fuori, alla faccia dei poteri del nostro guanto.

Da un punto di vista uditivo Atomic Heart ha diverse soluzioni interessanti, con tracce davvero molto aggressive che sottolineano passaggi dinamici e carichi di pathos. Fa piacere, tra le altre cose, leggere il nome del grande Mick Gordon tra i compositori del progetto, che ha recentemente dichiarato di aver donato tutto il suo cachet alla Croce Rossa per supportare il popolo Ucraino. Sempre grande, Mick.