Super Mario Galaxy è un sequel tagliato su misura per i suoi fan e solo i più piccoli: la recensione del film

Il secondo film animato dedicato a Mario si concentra molto sul far divertire bambini e super fan delle produzioni (al plurale) Nitendo. Chi invece cercava un buon film in sé e per sé è destinato a rimanere deluso.

di Elisa Giudici

Alcuni film trovano un pubblico preciso che li porta al successo e se lo tengono ben stretto, trasformandolo nella loro assoluta priorità, anche a costo di realizzare pellicole successive che siano belle solo per quello specifico target. Accade curiosamente molto più spesso negli adattamenti videoludici che altrove: è esattamente l’approccio tenuto dal franchise di Five Nights at Freddy’s e dal primo film di Minecraft, che si sono rivelati ottimi successi commerciali, lasciando però la critica scettica e il pubblico generalista freddo o quantomeno perplesso.

Se il tuo fandom è abbastanza devoto e abbastanza grande, fare il film giusto per accontentarlo, fare utili e continuare a girare nuovi capitoli nella saga è un piano economico solido, anche se sforza titoli cinematograficamente mediocri. Il punto è creare un altro prodotto da dare a un pubblico disposto a pagare, non creare un nuovo adattamento cinematografico: economicamente ha senso, anche se artisticamente sembra (ed è) sconfortante e mercenario. Super Mario: Galaxy si muove esattamente in questa direzione ed è quantomeno strano, anche perché non si capisce quanto sia voluta e consapevole la scelta. Questo perché un franchise longevo e globale come quello di Super Mario non ha bisogno di muoversi così, potendo contare su un potenziale pubblico pluri-generazionale, vastissimo e allargato alle famiglie senza particolari interessi videoludici ma alla ricerca di un film animato da vedere a Pasqua in sala con i pargoli.

Super Mario non cerca di essere un buon film, ma di fare felici i suoi fan (e i bambini)

Tanto che lo scorso capitolo aveva un approccio molto differente: era un’avventura introduttiva al mondo di Mario e dei suoi personaggi, con una struttura narrativa appena più complessa di quella “pura” dei primi giochi, che presentava i personaggi e come sfizio li collegava alla nostra realtà nel primo vero e unico colpo di scena della storia. Il tutto con un approccio semplice e molto diretto, in modo da coinvolgere anche il pubblico dei più piccoli. Leggero, inconsequenziale, ma tutto sommato gradevole per le famiglie.

Dato che nel titolo troviamo la parola Galaxy, era lecito aspettarsi un film che sfruttasse l’intuizione di uno dei capitoli videoludici più recenti della storia di Mario su console Nintendo, con un approccio tridimensionale e una miriade di piccoli pianeti congegnati per rendere la giocabilità sempre sorprendente e fresca. Un tratto facilmente trasportabile in un film, che può adottare soluzioni stilistiche nella sceneggiatura o nella regia per stupire lo spettatore. In avvio invece Super Mario: Galaxy spiazza perché sembra un film per bambini molto, molto piccoli (praticamente in età prescolare) e ci mette parecchio per fugare il dubbio che non siano loro il pubblico di riferimento, non riuscendoci mai del tutto.

La prima caratteristica che si nota di questo film è come i personaggi, specie quelli femminili, tornino ad essere piatti, stereotipati. Il precedente Super Mario calcava molto sul concetto che Peach è una principessa che sa badare a sé stessa, indipendente e forte. Qui invece Rosalina, che dovrebbe essere ancora più potente e importante, è ridotta al rango di baby sitter nobilitata per una marea di stelle bambinesche.

Con l’introduzione di Bowser Junior come nuovo cattivo e il ritorno di Mario (doppiato da Claudio Santamaria) e Luigi a protezione del regno di Peach, il film cerca di recuperare per strada il pubblico degli adulti, puntando però più che altro ai fan della Nintendo di un tempo, ai conoscitori fini del suo catalogo, arrivando a congegnare un pianeta in grado di contenere una marea di citazioni e camei: un po’ come capitava in Ralph Spaccatutto nel mondo di Internet, ma senza la stessa inventiva o coerenza narrativa. In Super Mario: Galaxy anzi c’è proprio la grossa difficoltà di introdurre spiegazioni circostanziali e antefatti in maniera naturale e senza mettere in pausa il film. Il copione è così pigro in questo senso che Peach è costretta a leggere il suo stesso passato da un libro (e noi con lei), perché la pellicola non riesce a darci e darle le rivelazioni necessarie in altro modo.


Super Mario Galaxy porta con sé tutti i difetti "di successo" di Illumimination

In questo senso mi viene da spendere una aggettivo che uso spesso per le produzioni animate gestite da Illumination Entertainment, lo studio dietro il successo di Cattivissimo Me e dei Minion (che qui, inspiegabilmente, vengono introdotti in versione robotica nel mondo di Mario in un cameo prolungato e abbastanza irritante): mercenario. Illumination del "prendere ispirazione" dalle idee altrui sperando che funzionino allo stesso modo nei propri film ne ha fatta praticamente un'arte, costruendo successi commerciali più che discreti su ispirazioni venute da lontano. Non è certo un approccio isolato o in sé negativo, non fosse che l'operazione è un mero calcolo e, come tale, portata avanti con malagrazia da venire immeditamente messa a fuoco anche dallo spettatore più distratto. È così evidente, sin dalla sua prima sequenza, come Rosalina per movenze, attitudine e il tono di biondo sia (ri)calcata su Elsa di Frozen. La sua storyline poi esiste solo per confermare una decennale teoria genealogica dei fan, assicurandosi quindi che, sommersi di certezze e di cammei, non escano troppo delusi dalla sala. 

L'aggiustatina più smaccatamente calcolata è come viene inserito il personaggio di Fox McCloud (in originale doppiato da Glen Powell) e per fare cosa. In sala si è sentito palpabile il pubblico adulto che mormorava "Zootopia", tanto il carattere scelto per la volpe pilota spaziale Fox ricordava quello di Nick. Il tutto ovviamente dopo lo spiegone di presentazione, per un film che davvero non riesce a lanciare un flashback o dare informazioni di contorno senza bloccare la narrazione.

Quantomeno ho apprezzato l'audacia di come l'arrivo di Fox McCould coincida con un chiara allusione feticista (quantomeno per chi ha una certa familiarità con la scena). Praticamente la certificazione che chi ha immaginato come e chi portare in sala con questo film si sia fatto qualche conto su quanto abbia contribuito la comunità furry al successo di Zootropolis prima e dei film di Sonic poi, scavando nei propri archivi alla ricerca di un personaggio pelosetto da spendere in questo senso e scovando nientemeno che una volpe, la regina degli animati amati dai cultori del genere.


Scherzi a parte (e vi assicuro che in merito sono seria), da persona più interessata al lato cinematografico che al cameo dei Pikmin (che pur mi ha dato qualche brivido di piacere), è davvero sconfortante vedere come il film approcci la missione di parlare al proprio pubblico senza neppure porsi il problema di riuscire a farlo con un film buono, longevo, che possa intrattenere tutti, anche mentre fa le strizzatine d'occhio a questo o quel fan in sala.